20 Ottobre 2023

Non capita tutti i giorni di leggere qualcosa di così potente. Sul “Caso Maurizius” di Jakob Wassermann

Un romanzo possente, poderoso, 500 pagine fittissime. Un’analisi a tratti spietata di temi universali quali la giustizia e la verità. Non capita tutti i giorni di leggere qualcosa di così potente. Se non conoscessi lo stato miserabile del mondo culturale, letterario ed editoriale, mi verrebbe da chiedere come mai uno scrittore, tanto stimato e conosciuto in vita, sia completamente scomparso dai radar dopo la sua morte e oggi nella migliore delle ipotesi venga considerato un autore cosiddetto di nicchia. Bando alle recriminazioni e andiamo al sodo. Jakob Wassermann (1873-1934), tedesco di origine ebraica, autore di romanzi, commedie, saggi, biografie, molto noto e apprezzato a livello internazionale negli anni Venti e Trenta, è l’autore di Il caso Maurizius, pubblicato nel 1928 e al tempo diventato subito un best seller (altri tempi!).

La storia di un errore giudiziario consumato ai danni di Leonard Mauritius, un uomo elegante, raffinato ma fatuo e dissoluto, condannato per l’omicidio della moglie che aveva scoperto il tradimento del marito con sua sorella. Nonostante si sia sempre proclamato innocente, l’abilità di Andergast, l’implacabile e inflessibile pubblico ministero, e la testimonianza decisiva del suo amico Waremme hanno portato alla sua condanna. Dopo diciotto anni, Etzel, il sedicenne figlio di Andergast, si convince dall’innocenza di Mauritius, scappa di casa per rintracciare Waremme e convincerlo a ritrattare iniziando una personale ricerca delle prove che sconvolgerà la sua vita, quella di suo padre e quella di Mauritius. Questa, in estrema sintesi, la trama che detta così non rende l’idea della complessità e della ricchezza del libro. Se volessimo racchiudere il senso della vicenda narrata in una frase, potremmo dire: alla fine la presa d’atto che la verità, non solo quella processuale, non esiste.

Non esistono, a ben guardare, né buoni né cattivi, né onesti né truffatori, né lupi né agnelli: esistono soltanto censurati e incensurati, condannati e assolti, ecco la differenza. E il fatto di essere l’una o l’altra cosa non deriva da una predisposizione ma da un caso”.

Il cuore palpitante del romanzo è costituito da una serie di confronti diretti tra i vari personaggi. Quello tra Etzel e il testimone d’accusa Waremme, quello tra Etzel e suo padre, ma su tutti spicca per intensità e drammaticità quello che si svolge in carcere tra il procuratore Andergast e Mauritius, che con la sua potenza prende il lettore alla gola. Un faccia a faccia senza esclusione di colpi, raccontato da Wassermann con una minuziosa analisi psicologica dei due personaggi, che finirà per mettere in crisi la visione autoritaria, granitica, infarcita di pregiudizi di Andergast, costretto a rivedere per la prima volta le proprie convinzioni.

Il suo è un lungo e tormentato passaggio dall’assoluta certezza di aver giustamente fatto condannare un assassino ai feroci dubbi che lo costringono a rivedere la propria intera esistenza, rapporti familiari compresi, sotto una luce diversa.

Uno scontro tremendo e magnifico al tempo stesso che ha il fascino perverso dei grandi incontri di pugilato. Pagina dopo pagina il lettore assiste da bordo ring a uno spettacolo spietato, ma straordinario, dal quale alla fine entrambi i contendenti escono a pezzi, o, se vogliamo restare nella metafora pugilistica, finiscono K.O.

“L’esatta citazione parola per parola di un discorso tenuto tanto tempo prima lo riempiva di stupore e meraviglia, ma la cosa più strana era che niente, in quell’arringa, gli era sembrato familiare – a lui, l’autore della stessa! –, anche se poteva affermare con un certo grado di precisione che Maurizius non l’aveva deformata né modificata; ma si accorse che andava a toccare in lui delle corde dissonanti, ostili, sgradevolmente estranee; gli sembrava esagerata, piena di vuota retorica e troppo ingenua nelle antitesi. Mentre guardava il detenuto raggomitolato su se stesso, l’avversione per il suo stesso discorso, udito dalle labbra di un altro, crebbe fino al ribrezzo fisico, finché alla fine dovette trattenere un conato di vomito, stringendo convulsamente i denti”.

Il caso Mauritius offre mille spunti di riflessione e, come tutti i grandi romanzi, per molti versi non si finisce mai di leggerlo. I temi affrontati sono innumerevoli: il rapporto tra verità e giustizia, tra individuo e società, il contrasto padre-figlio, quello tra le generazioni.

Il personaggio che mi è rimasto più nel cuore è Etzel, il figlio del procuratore Andergast. Come tutti gli adolescenti si trova ad affrontare i primi dubbi e le prime domande inquietanti. A quell’età si ha il diritto di essere ancora puri, poi crescendo abbiamo delle opinioni o degli interessi da difendere e quella magia si perde. Vedere infrangersi contro la dura realtà la speranza che la giustizia sia davvero tale e non solo una parola affidata al vento è difficile da mandare giù quando si hanno sedici anni. Capire che gli uomini sono fatti male e la loro vita è perlopiù un’accozzaglia di ambiguità, di tradimenti, di piccole e grandi meschinità quotidiane è un boccone davvero amaro. Ci siamo passati tutti, ma è una ferita sanguinosa che continua a bruciare, non si rimargina e ce la portiamo dentro per sempre. Siamo stati tutti Etzel. Anche noi abbiamo avuto la sua purezza, la sua ingenuità, il suo senso della giustizia, la sua fretta, la sua voglia di cambiare tutto in un battibaleno e invece per una volta ha ragione il vecchio giudice Andergast quando dice:

“Non è possibile muoversi altrimenti che con gran lentezza, un passo alla volta; e tra un passo e l’altro ci sono tutte le debolezze, tutte le remissioni, tutti gli errori, sia pure nobili, di cui ci macchiamo. Non è una dottrina, non è una verità imponente quella che le sto esponendo ma forse, come le dicevo, è un cenno, un piccolo aiuto… Voglio dire, il bene e il male non si differenziano tanto nelle relazioni degli uomini tra loro, quanto nella posizione dell’uomo di fronte a se stesso”.

Silvano Calzini

Gruppo MAGOG