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Ivan Illich ha smascherato cinquant’anni fa la moda medicale. Ma chi lo legge oggi?

Tu puoi ritrarti dalle sofferenze del mondo, sei libero di farlo e ciò corrisponde alla tua natura, ma forse è proprio questo ritrarsi l’unica sofferenza che potresti evitare. (Kafka, Die Zürauer Aphorismen)

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L’umanità è la sola specie vivente i cui membri hanno coscienza di essere fragili, parzialmente infermi, soggetti a dolore e votati alla cessazione radicale, ovvero alla morte. Solo l’uomo può soffrire ed essere malato.

[N.B. A questo proposito, nel capitolo immediatamente successivo a quello qui tradotto, troviamo scritto: “un dolore non costituisce sofferenza che nel momento in cui è integrato a una cultura.” La sofferenza è dunque, nel lessico di Illich, l’atto di provare dolore associato a una certa cultura, quindi interpretato secondo un certo sistema simbolico: per questo afferma che l’uomo è il solo animale capace di soffrire.]

La capacità d’essere cosciente del dolore fa parte di quella adattazione autocritica all’ambiente che chiamiamo la salute dell’uomo. La salute è la sopravvivenza in un ben-essere che sappiamo relativo ed effimero. È la possibilità di vita [viabilité] dell’animale sprovvisto d’istinto, possibilità che deve essere mediata dalla società. Questa salute suppone la facoltà di assumersi una responsabilità personale di fronte al dolore, all’inferiorità, all’angoscia e infine alla morte. Essa è in rapporto con il significato attivo dell’individuo nel corpo sociale: e in questo senso la “salute” del feto o del lattante somiglia ancora a quella di un coniglio o di un gatto.

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La salute dell’uomo ha sempre un tipo di esistenza definita socialmente. In generale, essa s’identifica alla “cultura” di cui tratta l’antropologia: ovvero quel programma di vita che assegna ai membri di un gruppo la capacità di porsi di fronte alla loro fragilità e affrontare, sempre nella provvisorietà, un ambiente circostante composto di cose e di parole più o meno stabili.

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Identificando la “cultura” a un programma di salute, occorre evitare le insidie di un’antropologia per cui tutte le culture siano al servizio di una specie umana immutabile, come pure le insidie di quella per cui ogni cultura dia una definizione arbitraria dell’uomo. Non esiste essere umano che non sia trasformato dalla società nella quale si ritrova – proprio come non esiste una società che si fondi sull’autonomia con cui i suoi membri partecipano al programma che lei stabilisce. La cultura è il “bozzolo”, il “nido” che permette all’essere cosciente di riconciliarsi con la nicchia dell’universo in cui la sua specie si è evoluta e che è stata resa ostile attraverso l’impiego dei suoi strumenti.

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Per essere sicuri di comprendere in che senso la cultura è un “nido” necessario alla sopravvivenza, è necessario andare al di là delle sue manifestazioni apparenti e concentrarci sulla sua funzione. Vediamo allora che la cultura non è un mero complesso di modelli di comportamento concreti come costumi, usi, tradizioni, abitudini… ma che è un insieme di meccanismi, di progetti di regolazione codificati, di piani, regole e istruzioni. In quanto animale affrancato dal determinismo genetico dei suoi istinti, l’uomo ha bisogno, estremo bisogno, di una regolazione che gli sia esteriore, e senza la quale non potrebbe mantenere l’equilibrio vitale di fronte al fallimento. In altri termini: ogni cultura è una delle forme possibili della vitalità umana, la Gestalt della salute caratteristica di un gruppo. Essa non si aggiunge all’animale cosciente e già effettivamente completo, né tantomeno rimpiazza la sua coscienza. Essa è il modo di produzione dell’animale umano: essa determina il modo in cui la vita deve essere organizzata, nonché le categorie disponibili per dare forma alle emozioni. Sottomettendosi alla regolazione di un programma mediato sul piano simbolico, l’essere umano porta a compimento il suo destino biologico. Con l’orientarne il comportamento, la cultura determina la salute: ed è solo con l’edificazione di una cultura che l’uomo trova la salute.

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Per ogni uomo la cultura è il programma di una lotta che termina nell’agonia. La cultura è il regolamento della lotta con la natura e con il vicino. In questo combattimento l’uomo è spesso solo, ma le armi, le regole del gioco e lo stile di combattimento sono forniti dalla cultura nella quale è stato elevato. Ogni cultura elabora e definisce una maniera particolare d’essere umano e d’essere sano, di gioire, di soffrire e di morire. Ogni codice sociale è coerente con una costituzione genetica, una storia, una data geografia e la necessità di confrontarsi con le culture limitrofe. Il codice si trasforma in funzione di questi fattori, e con lui si trasforma la “salute”. Ma ad ogni istante il codice serve da matrice all’equilibrio esterno e interno di ogni persona – genera la cornice in cui s’articola l’incontro dell’uomo con la terra e con i suoi vicini, così come il senso che l’uomo dà alla sofferenza, all’infermità e alla morte. È ruolo essenziale di ogni cultura viva quello di fornire delle chiavi per l’interpretazione di queste tre minacce, le più intime e fondamentali che vi siano. Più questa interpretazione rinforza la vitalità di ogni individuo, più reale la pietà verso l’altro una possibilità reale, più si può parlare di una cultura sana.

Questo potere generatore di salute, inerente ad ogni società tradizionale, è profondamente minacciato dallo sviluppo della medicina contemporanea. L’istituzione medica è una impresa professionale, ha per matrice l’idea che il ben-essere esiga l’eliminazione del dolore, la correzione di ogni anomalia, la sparizione delle malattie e la lotta contro la morte. Essa rinforza gli aspetti terapeutici di altre istituzioni del sistema industriale e assegna delle funzioni igieniche sussidiarie alla scuola, alla polizia, alla pubblicità e addirittura alla politica. Il mito alienante della civilizzazione medica cosmopolita riesce a imporsi ben al di là dell’ambito in cui l’intervento del medico si manifesta.

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L’eliminazione del dolore, dell’infermità, delle malattie e della morte è un obbiettivo nuovo che fino ad ora non aveva mai servito come linea di condotta per la via di una società. È il rituale medico e il suo mito corrispondente che hanno trasformato dolore, infermità e morte da esperienze essenziali, a cui ognuno deve adattarsi, in una serie di scogli che minacciano il ben-essere e che obbligano ciascuno a ricorrere incessantemente a un consumo di prodotti la cui produzione è monopolizzata dall’istituzione medica. L’uomo, organismo debole ma munito di una capacità innata di recupero, diviene un meccanismo fragile sottomesso a una continua riparazione. Da qui, la contraddizione che oppone la civilizzazione medica dominante a ogni cultura tradizionale con la quale si trovi confrontata quando irrompe, in nome del progresso, nelle campagne o in paesi cosiddetti sottosviluppati.

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Le culture tradizionali traggono la loro funzione igienica dalla loro capacità di sostenere ogni uomo confrontato al dolore, alla malattia e alla morte conferendo a tutto ciò un senso, organizzando la loro presa in carico da parte dell’individuo stesso o della sua cerchia più vicina.

[N.B. Nell’espressione “funzione igienica” va tenuto presente il significato etimologico del secondo termine: igienico deriva dal greco ὑγιής, composto di εὖ [bene] e βίος [vita], ed è quindi riconducibile al ben-essere in senso lato, non solo fisiologico.]

L’igiene tradizionale è prima di tutto un insieme di regole per mangiare, dormire, amare, giocare, cantare, soffrire e morire. Senza dubbio anche la superstizione fa parte di queste regole, ma nella maggior parte dei casi anche l’atto di esorcismo o di magia è compiuto nella cornice di un modo di produzione decentralizzato e autonomo.

[N.B. Un concetto centrale in Illich è basato sulla distinzione tra modi di produzione autonomo ed eteronomo. Il modo di produzione autonomo crea valori d’uso, quello eteronomo crea invece merci, dunque valori di scambio. Per esempio: l’insalata prodotta in orto e consumata in proprio è produzione di valore d’uso (la coltivo, la mangio ed è fatta), mentre l’insalata venduta ai supermercati è merce e valore di scambio (la coltivo, la vendo e ne ottengo un corrispettivo in denaro). Ogni cultura, ogni società produce valore attraverso entrambi questi modi, sebbene in grandezza variabile. Ciò che Illich denuncia è il fatto che, nelle nostre società, non solo la produzione di valore si sia pressoché totalmente polarizzata verso il modo eteronomo, ma che questa eccessiva polarizzazione tolga spazio e finisca per soffocare la possibilità stessa di produrre valore d’uso attraverso il modo autonomo. E questo avviene anche e soprattutto negli indici che si dà la nostra società per interpretarsi. Solo per fare un esempio: l’insalata coltivata nell’orto, il movimento a piedi che mi porta da una parte all’altra di una città, un giorno di riposo che mi permette di guarire dal mal di testa… queste azioni sono spesso invisibili agli indicatori economici e statistici, a differenza del fatto di comprare insalata che sa di plastica in un discount, ad una corsa in macchina o in bus, all’acquisto di una tachipirina o altro.]

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L’igiene tradizionale prescrive ugualmente come legarsi in matrimonio, come togliere i denti, come assumere droghe e come partorire. A dire il vero, gli interventi ai quali gran parte delle ricerche in antropologia medica si consacrano non costituiscono che una frazione infima di ciò che la cultura tradizionale apporta alla salute. Nella società preindustriale è la struttura globale del programma culturale che ha per fine la pratica dell’igiene in quanto abitudine e virtù.

[N.B. Teniamo a sottolineare il fatto che Illich non auspica in alcun modo un ritorno a società e metodi preindustriali: un suo desiderio, semmai, sarebbe quello di tornare a trovare un nuovo equilibrio tra i sopracitati modi di produzione autonomo ed eteronomo. Parlando per esempio della deprofessionalizzazione della medicina, egli scrive: “la deprofessionalizzazione non significa l’abolizione della medicina moderna […] significa che sarà smascherato il mito secondo cui il progresso tecnico esige una specializzazione sempre crescente dei compiti, di manipolazioni sempre più astruse e una rinuncia sempre maggiore dell’uomo, inchiodato al suo diritto di essere trattato in istituzioni impersonali invece di porre la sua fiducia nei suoi simili e in sé stesso.”]

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L’efficacia del programma tradizionale si basa sull’integrazione di aspetti tecnici, sociali e simbolici: equilibrio che a un certo punto viene scosso dall’invasione della civilizzazione medica cosmopolita. Questa sostituisce a un programma di azione personale un codice secondo il quale gli individui sono tenuti a sottomettersi alle istruzioni emananti da terapeuti professionali.

[N.B. A questo proposito, un altro estratto dallo stesso testo: “l’identificazione dell’individuo statistico all’uomo biologico unico crea una domanda insaziabile di risorse finite. L’individuo è subordinato ai bisogni superiori della collettività. Le cure preventive divengono obbligatorie, e il diritto del paziente a concedere il suo consenso ai trattamenti che gli sono inflitti viene progressivamente ridicolizzato.”]

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Rimpiazza dunque una igiene centrata sull’atto personale con una centrata sulla prestazione professionale. L’istituzione assume la gestione della fragilità e al contempo restringe, mutila e infine paralizza la possibilità di interpretazione a di reazione autonoma dell’individuo confrontato alla precarietà della vita. L’efficacia che le persone e le piccole comunità possono raggiungere prendendosi cura d’esse stesse in una società tradizionale non sfocia nella concorrenza che caratterizza il modo di produzione industriale. Quando l’ideale di una presa in carico della salute per l’agenzia medica diviene dominante, l’equilibrio tra due modi di produzione complementare è definitivamente spezzato.

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L’attaccamento e la fedeltà crescente alla terapeutica hanno altresì influenza sullo stato spirituale collettivo di una popolazione. Una domanda idolatra di manipolazione rimpiazza la confidenza nella forza di recupero e di adattazione biologica, il sentimento d’essere responsabile dello schiudersi di questa forza e la confidenza nella compassione del prossimo che sosterrà la guarigione, l’infermità e il declino. Il risultato è una regressione strutturale del livello di salute, intesa come potere d’adattazione dell’essere cosciente. Chiamo questa sindrome di regressione iatrogenesi strutturale.

Ivan Illich

*il testo è un estratto di Némésis Médicale, Œuvres complètes, Fayard, traduzione di F. Zevio. 

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