Da tempo, il mito, quello greco, limpido e feroce, iliadico, è il tempio sacro delle donne, emblema del loro ‘rango’, un regno. Esempio capitale: L’Iliade ou le poème de la force di Simone Weil, pubblicato da Borla nel 1967 in un volume, La Grecia e le intuizioni precristiane, tradotto da Cristina Campo. “Iliade. Soltanto l’amore di Dio può consentire a un’anima di discernere così lucidamente, così freddamente l’orrore della miseria umana senza perdere la tenerezza né la serenità”, scrive SW nei Quaderni. E CC, acerrima, costante lettrice/interprete della Weil: “Dell’Iliade, comunque, terribile è l’alberello di caprifico, termine dei tre cerchi mortali che il principe ereditario descrive intorno al regno; terribili sono i lavatoi deserti, «belli, tutti di pietra», presso le porte di quel regno – non i cataloghi di grandi corpi senza vita, il rogo dell’amico adorabile” (su “L’Iliade sacra di Cristina Campo e Simone Weil” ha scritto Sotera Fornaro in “Levia Gravia”, XX, 2018). Forse è ciò che è meridiano, che ha l’appagante serenità dell’irrisolvibile – baccanale azzurro – ad affascinare del poema omerico. Va accolto, qui, il saggio Sull’Iliade di Rachel Bespaloff (1943, edito da Adelphi nel 2018), filosofa francese d’eccellenza, suicida negli Stati Uniti, interprete, tra gli altri, di André Malraux, Julien Green, Lev Šestov.
Dopo che il ‘modernismo’ – per dire di una infeconda didascalia – ha fatto razzia del mito (il primo T.S. Eliot; Ezra Pound; James Joyce…), tra i ruderi, con stregata pazienza, si sono sedute le donne. S’è parlato tanto, tre anni fa, di Emily Wilson, “la prima donna che ha tradotto l’Odissea di Omero in inglese”, punta avanzata di questo lavoro femminile negli omerici. In Italia, ben prima della sibillina questione ‘dei generi’, abbiamo avuto Rosa Calzecchi Onesti – che ha tradotto, dal 1950, per Einaudi, Iliade e Odissea – poi, negli anni Novanta, per Marsilio, Maria Grazia Ciani, autrice di una versione, in prosa, di tonante bellezza. Tra le due, nel 1968 e nel 1970, va segnalata la versione – pur parziale – dell’Odissea per mano di Giovanna Bemporad (aggiornata e ingigantita nell’edizione Le Lettere del 1990). Insomma, siamo attrezzati.

Di solito – andiamo a tentoni, però, dando suggerimenti superficiali – il mito greco diviene nei poeti qualcosa di aureo, a volte di nostalgico, semmai di ironico (penso a Robert Graves); nella poesia femminile il compito, quasi mantico, è di riabitare quei verbi. Così, per dire di poetesse di oggi, in lingua inglese, Eleanor Wilner ha lavorato dentro il mito di Medea, Susan Stewart ha rifatto Euripide, Anne Carson ha tradotto con sistematica costanza Sofocle ed Euripide, spesso trapiantando quei testi nella sua opera originale (Antigonick, 2012; Norma Jeane Baker of Troy, 2019), quasi che del mito si volesse sovvertire l’impiantito, il tradimento. Nel saggio pubblicato da Utopia, Economia dell’imperduto, la Carson, con rovinosa originalità, racconta Paul Celan attraverso Simonide. Louise Glück, recente Nobel per la letteratura, nel 1985 pubblica una raccolta che s’intitola The Triumph of Achilles e dieci anni dopo una specie di “Odissea rivisitata e riscritta”, Meadowlands.
Curioso, piuttosto, quanto accade in UK: Simon Armitage, già Professor of Poetry a Oxford e ora “Laureato”, ha tradotto l’Odissea nel 2006 per uno spettacolo radiofonico della BBC, mentre Alice Oswald – che ha sostituito Armitage sulla prestigiosa cattedra di Oxford – ha compiuto An Excavation of the Iliad, cioè un’opera propria, lirica, Memorial, dieci anni fa. “L’Iliade è un poema vocativo. Forse anche (come lamento) invocativo… Questa traduzione propone l’intero poema come una sorta di cimitero orale… Il mio approccio alla traduzione è piuttosto irriverente. Scrivo attraverso il greco e non dal greco – avendo come obiettivo la limpidezza anziché la letteralità”. Il libro – che giunge a noi oggi, per Archinto, grazie a Rossella Pretto e a Marco Sonzogni – è potente, è bello, è un repertorio di voci tratte da quell’era solare, è come se il poeta vada tra gli spettri con un coltello, segando la giugulare e dando canto al tintinnio del sangue. Si evita, cioè, l’anacronismo arcaizzante, il plumbeo neoclassico, il restauro dai colori sgargianti (tutte cose in cui siamo, assediati dall’antico, purtroppo tiranni). Tutto è ora – e tortura. È uno scavo, appunto, un taglio alla placenta dell’al di là, e un memoriale, canto rituale tra le pietre, finché non s’indottrinano in fiamme.

Qui replichiamo alcune delle ultime poesie, lì come epigrafi su una lama.
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E anche ETTORE morì come gli altri
Dei Troiani era a capo
Ma tra gola e clavicola una lancia
Centrò il minuscolo candido lembo
Dove siede l’anima umana
In attesa che la bocca si apra
Sempre sapeva sarebbe successo
Altero com’era e piuttosto ansioso
Dalle armi assordato correva a casa
Come chi si lanci da moto in corsa
Corazzato restava sulla porta
Tutte le donne lo amavano
Sua moglie era Andromaca
Un giorno la guardò pacato
Disse so cosa accadrà
E di sé morto visione lo prese
E di lei ad Argo a tessere serva
Sgranò gli occhi e si rimise al lavoro
Ettore amava Andromaca ma infine
Il suo viso stornò dalla mente
A lei ritornò cieco
Spossato spento
Solo volendo esser lavato e arso
E che avvolte in soffici stoffe
Le sue ossa tornassero alla terra
*
Come migliaia d’uccelli acquatici frullano in aria affollandosi
Come erranti tribù di mosche che si radunano in stalla
Quando tra primaverili ombre il latte sprizza nei secchi
*
Come tribù di api estive
Che dal sottosuolo risalgono per crepe rocciose
Miriadi d’operaie in volo a suggere fiori
Che nascono e rinascono luccicando sui campi
*
Come locuste che fuggono al fiume
Levati cartocci sui campi in fiamme
Tentando d’eludere il fuoco
Striscia sospesa d’insetti trova riparo annegando
*
Come lupi irrequieti attanagliati dalla fame
Un cervo intero arrivano a divorare
Tutta l’acqua d’una pozza arrivano a bere
Con lingue sottili il nero lappandone
E rimettendolo sangue
E uccidono ancora uccidono sempre
I fianchi morsicati dallo stomaco
Assillato dalla fame
*
Come quando dio spicca una stella
E tutti in alto alzan lo sguardo
Per vederne sfavillare la frusta
Che già non c’è più
Alice Oswald
da: Alice Oswald, Memorial. Uno scavo dell’Iliade, Archinto, 2020