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“Per andare avanti bisogna procedere con un piede nell’infanzia, quando tutto sembra grande e importante, e un piede nella vecchiaia, quando tutto sembra niente”. “Il progresso scorsoio” di Andrea Zanzotto

Quando ero fanciullo / un dio spesso mi salvò / dall’affanno e dai rumori degli uomini.

Friedrich Hölderlin

Andrea  Zanzotto, nato il 10 ottobre 1921 sulle colline di Pieve di Soligo, Alto Trevigiano, e morto il 18 ottobre 2011 a Conegliano Veneto, figlio di un pittore e professore di disegno, a sua volta docente per quarant’anni, intraprese la sua attività di poeta passando per la fondamentale iniziazione di una presa di distanza dal proprio paese, dismettendo per sempre la lagna – troppo pascoliana, gnaulante, puerile e acerba – della sua adolescenza:

“In ciò che scrivevo, pesava una specie di petrarchismo filtrato attraverso Pascoli, con effetti addirittura lagnosi. Infatti, rileggendo ora un primo nucleo di versi che ho pubblicato attorno ai quindici anni, ci trovo, sì, una piccola maestria nel combinare le rime, ma soprattutto il predominare il tema dell’eterno rimpianto, declinato su un registro dolciastro, ultrasentimentale…”

Presa di distanza e incontro – con la grande poesia tedesca – in particolare col genio di Hölderlin e di Rilke –  e con la lingua francese sperimentata in modo ordinario – lavorando da immigrato come sguattero in terra elvetica (in quel cantone abbozzò l’incompiuto e inedito Cahiers Vadois), studiando sì il surrealismo e l’ermetismo – ma per disfarsene alla svelta – evolvendo subito con le sue idiosincrasie – tra cui quella per l’ottimismo (accolse la lezione leopardiana dello Zibaldone e de La ginestra), cui sempre preferì lo sperare – speleologia del futuro in un passato fossile che torna e riappare nel tempo presente (l’abate Zanella della “comissiana” Sopra una conchiglia fossile), sprofondando nel radicamento locale e universale della vita eterna del borgo natìo – e dunque anche nel dialetto (“Io parlo in questa lingua / che passerà…”, scriveva in Vocativo), nella lingua autoctona e nel petèl venetoforgiato dalle antiche filastrocche infantili – misto all’Ariosto e a Tasso.

La stanzialità nel cuore del mondo che è la provincia veneta in cui sa contemplare le trasformazioni del mondo intero – andando a fondo in un terreno selvatico e civilizzato – scavando nello stesso tempo paesaggio e linguaggio – e trascriverne voci, anima e senso nelle raccolte poetiche Dietro il paesaggio (1951), La beltà (1968), Il Galateo in bosco (1978), sul Montello, Fosfeni (1983), sulle Prealpi, e Idioma (1986), esplorazione delle parlate e dei linguaggi di borghi a lui circonvicini, e negli scritti pubblicati sulle riviste letterarie, Il Verri, Il Caffè, Comunità, Aut-Aut e La Quinzaine Littéraire, francese – lingua da cui tradusse tra gli altri Balzac e Bataille – e nazione in cui fu a sua volta tradotto e apprezzato (“il più moderno, il più sapiente, il più emozionante poeta italiano d’oggi”, annunciò Le Monde).

Appartato nel suo Veneto, Zanzotto non ha cercato il successo nel mondo delle lettere della “patria italiana” (?), ma ha scelto ben altro: un universo locale; il localismo aperto; linguisticamente veneto ma schiuso agli echi di lingue straniere, l’italiano, il francese, l’inglese, e pure del linguaggio pubblicitario e burocratico, il parlare d’adulti e quello infantile che sparisce, senza mai cadere in un algido barocchismo postmoderno o avanguardista, ma facendosi più umilmente “talpa” per Eugenio Montale, “geologo” per Goffredo Parise, “speleologo” per Maurizio Breda, col quale ha intrattenuto un fondamentale dialogo edito nel 2009 da Garzanti, giustamente nella collana Elefanti, dunque a fianco delle opere di Pasolini, altro poeta della denuncia del “falso progresso” e della distruzione di comunità e paesaggi di una nazione da sempre allo sbando, In questo progresso scorsoio (titolo preso da un verso: “In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio”).

Come scrive Carlo Magris nella prefazione a questo dialogo, il luogo natìo è vissuto come il centro del mondo dal poeta “proprio perché alieno ad ogni gretta chiusura locale”, che Zanzotto respinge scegliendo un universalismo classicista e radicato nel quale il borgo natìo – i suoi scenari, le sue colline, i suoi boschi – è esemplare per contemplare gli estremi del reale, delle sue bellezze, della sua dimensione più onirica ma sempre legata alla sua oggettiva concretezza, ai suoi orrori passati e presenti, dal favoloso sogno del bosco del Montello, dove monsignor della Casa progettò il famoso Galateo e dove nel corso della Grande Guerra ci furono inauditi massacri di soldati, alla barbara devastazione del paesaggio, del legame tra questo e il linguaggio, graduale elisione, per dirla con Giovanni Raboni, “della coesistenza tra paesaggio e retro del paesaggio”: la questione ecologica rispetto alla quale il poeta veneto non fu mai apocalittico né si erse a oracolo, guru o predicatore.

Lungi dalla delirante divinizzazione della natura in senso New Age, Zanzotto fa infatti riferimento a una forma d’ecologia che come in Quadrelli è in primis umana e morale e che trova radici nella sua infanzia e nei versi di quello che fu l’ultimo poeta classico:

“[L]a natura. Fin dall’inizio c’è stata un’identificazione tra il mio ambiente dove parlo e il me che parla. E questo succedeva in anni nei quali un pensiero di questo genere può apparire impossibile. Infatti, la mia formazione ha trovato presto un sostegno proprio nell’ammirazione del paesaggio. Me ne sentii confermato il giorno in cui, ancora adolescente, scoprii Hölderlin”.

Non particolarmente credente e piuttosto scettico (o meglio, certo che Dio sia il soffio quasi silenzioso del tetragramma YHWH in origine privo di vocali, di cui è quasi impossibile parlare, “l’indicibile, l’incalcolabile, l’inaccessibile”) ma per nulla refrattario al Cristianesimo, Zanzotto costeggia i mistici e il Cattolicesimo che da bambino vide e visse a fianco di un certo socialismo, e non è per nulla confuso, a differenza di molti contemporanei, nel distinguere e isolare il vago spiritualismo che definisce “posticcia religiosità”, e che Spengler ebbe a definire “seconda religiosità”, esito dei garbugli mentali di un mondo sempre più scristianizzato, nonché eresia celata nel God monetario dei padri fondatori del Seicento americano, e non manca inoltre di fare una distinzione tra poesia (poesia che ritiene esser cosa diversa, “che sta  per conto proprio”, e che non può neppure essere un succedaneo, così come, dice, l’alcol e la droga non lo possono esserlo della Musa) e mistica.

Ciò vale a suo avviso anche per T. S. Eliot, che molto amò, in particolare quello de I quattro quartetti e de La terra desolata in cui dice di trovare un profondo nesso con l’allegoria (Inf. canto XIV) del “Veglio di Creta” di Dante, laddove risuona il grido di un paese guasto (ossia: “waste”) che è lo stesso del paesaggio arcaico, silvestre, vaporoso, ma anche profondamente umanizzato dalla civilizzazione contadina, come quello locale che vede non soltanto vampirizzato dal cemento, ma anche trasformato in oggetto da cartolina turistica ed escursione, per un turismo inconsulto quanto la proliferazione edilizia moderna, tra trekking, bed and breakfast, o, peggio ancora, “incontri, congressi, eccetera”, nei luoghi più belli, e vale a dire con una cancellazione dello spazio vitale e poetico vissuto quotidianamente.

Un analogo destino tocca, secondo il poeta, alla grazia del corpo femminile usato per il commercio e la cui deriva rischia di uccidere l’eros, mentre pieno di speranza crede che l’amore sia più duro a morire: “Quanto all’amore, […] viene avanti, anche assumendo imprevedibili maschere, partecipa sempre della grazia della ginestra che si ostina a fiorire sopra il vulcano.” – “La bellezza femminile come punto di arrivo e summa di ogni bellezza della realtà è uno dei temi più cari alla poesia, all’arte, per quante rimasticature abbia subìto.” Essa può anche esser paralizzante, soverchiante, ma ben più terribile impedimento è agli occhi del poeta l’esito dei continui attentati della Terreur delle scienze umane moderne alle parole “amore” e “anima” – e in effetti la Beauvoir al posto di Laura, e Judith Butler al posto di Diotima, Derrida invece di Platone, e Lyotard invece di Petrarca, Foucault e Rancière che scalzano san Giovanni e Hölderlin, dove e a cosa potranno mai portare?

Al di là d’ogni filosofia e dunque più terra a terra – la terra veneta la terra natìa – c’è stata la distruzione delle comunità, l’imprenditorialità su scala famigliare nata dal lavoro dei mezzadri del nordest e presa per anni da un “ottimismo del fare” che non è stato tenuto sotto controllo nel suo attivismo a fin di bene, ma lentamente sovrastato e trasformato dalla globalizzazione, da un ultraliberismo che il poeta di Pieve è in grado di cogliere nella misura del suo piccolo paese, il che non gli impedisce, uomo rimasto nel bosco, di valutare jüngerianamente la miseria, i problemi ambientali, la guerra per l’acqua e per le fonti d’energia, il dominio del meccanismo scientifico e tecnologico, i fondamentalismi e le disumanizzazioni, e di segnalare l’incredibile, progressivo oblio del problema della bomba atomica, eredità di quello che fu l’epocale “equilibrio del terrore” tra Stati Uniti e U.R.S.S.

“Si crea insomma tutta una struttura oscillante di nonsensi, o di contraddizioni in termini […] Si produce, più che una frattura, un vuoto epistemologico […]. In poche parole il vero non è più praticabile né, forse, ipotizzabile, in questo clima: lo è solo il falso.” Come nella logica descritta da Berdjaev, è normale dunque che ci sia un ritorno della religione che risale come da un fenomeno carsico e che per Zanzotto è soprattutto il Cattolicesimo applicato, praticato, confessionale, “codice genetico della vita di relazione”. Come il fumo nel tempio, c’è stato uno spirito esterno, che si è insinuato nel suo Veneto spezzando la forse più povera ma più sensata e umanamente ricca armonia di un mondo ormai mutato cui avrebbe certo messo a custode il conterraneo Giovanni Comisso. Troppi oggetti inutili. Troppi libri superflui. Il 90% da buttare via. E troppi pochi viaggi.

Troppi pochi i viaggi per il malaticcio Zanzotto – beninteso – che in età matura ebbe il cruccio di non aver fatto come i suoi colleghi veneti, lo stesso Comisso, Parise, Piovene, anche per problemi d’insonnia e ipocondria, destino compensato da bimbo con la contemplazione degli atlanti, alla Spengler di A me stesso, con la fantasia, con i giri per le valli, senza dimenticare che, non riuscendo a traferirsi a Milano, viaggiò più in Europa che nella penisola italica (“Viaggiare in Europa, in fondo, è come girare per casa”). E poi i molti incontri. Con Lacan – che a sua volta annunciava il trionfo della religione, “fantasma” presente nella sua psicanalisi come nella poesia di Zanzotto. Con Pound – di cui il poeta trevigiano mette in risalto il sovrapporsi di lucidità e follia che lo distingue dalle due diverse fasi di Hölderlin.

Così con l’autore d’Iperione si chiude il cerchio: “Per andare avanti bisogna procedere con un piede nell’infanzia, quando tutto sembra grande e importante, e un piede nella vecchiaia, quando tutto sembra niente”, ha detto Zanzotto alla soglia degli ottant’anni.

Una minuscola ma significativa nota in chiusura: l’ultima raccolta di versi del poeta veneto – Haiku for a season / Haiku per una stagione – verrà pubblicata postuma nel 2012 dalla University of Chicago, e solamente nel 2019 da un editore italiano (Mondadori).

Marco Settimini

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