“Tutto il mondo è in un metro quadro”. 50 anni senza Giovanni Comisso: tour nel suo “Veneto felice” (prendete appunti!)

Posted on Gennaio 21, 2019, 1:25 pm
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Esiste un volume intitolato Veneto felice, di Giovanni Comisso. Esiste una prefazione intitolata Vita felice di Giovanni Comisso. Esiste di certo un Veneto felice. E l’Italia invece, esiste, e felice? Chissà… Troppo sfuggente forse l’idea di felicità, così come quella d’Italia, che di certo, almeno in Veneto, come se Metternich ci avesse preso eccome, esiste solo come entità geografica. O meglio, come entità burocratica ed espressione vampiresca. Ebbene, se sicure non sono, se non in negativo, la felicità e l’esistenza della nazione italiana, fede che non ha sostituto quella vera, tale è invece il piacere di sfogliare Comisso… Specie le parole che, scrittore sanguigno e seminale, come l’ha definito Andrea Zanzotto, “di un sangue-semen splendido e insieme polluente”, ha dedicato alla loro regione.

Comisso l’anarcoide, il disimpegnato, almeno dopo l’impresa di Fiume, come pochi altri scrittori italofoni lo sono stati (tra gli altri, e non è forse un caso, proprio Zanzotto e un altro conterraneo, il vicentino Goffredo Parise), poco incline alle teorizzazioni, alle formule ideologiche, alle mitologie politiche e alle frequentazioni borghesi, da sempre profondamente e schiettamente radicato nella sua terra, in parte reale, in parte frutto del sogno, “pagana, mediterranea, vulcanica” (vulcanica di sicuro; mediterranea forse; pagana per lo meno nel senso di pagus, di radicata in villaggi), e per questo, secondo Pasolini, autore “né veneto né cattolico”, questione riguardo la quale Parise resta incerto mentre l’altro vicentino Piovene risponde più nettamente affermando che le parole del poeta di Saluto e augurio sono vere solo “se per scrittore veneto s’intende uno scrittore d’affanni psichici, un misto di narcisismo e di masochismo, che si arrovella a sciogliere razionalmente i suoi grovigli”, come scrive l’autore della detta prefazione, Nico Naldini, curatore che ha tra gli altri il merito di aver conservato le originali coniugazioni comissiane del verbo “avere” (à per ha, ànno per hanno, ecc.).

Comisso il radicato nel pagus (e in questo senso sì “pagano”), ma anche eternamente inquieto, pronto al viaggio, che non di rado, specie in gioventù, assumeva le tinte della fuga alla Rimbaud e che dalla guerra alle corrispondenze lo portò ovunque, da Fiume (dove fu con D’Annunzio nel “sublime” anno, ma dal poeta non fu mai sedotto, e accolse la guerra come occasione per liberare non tanto Trento e Trieste quanto se stesso, sentendosi soffocare della famiglia borghese, nella città d’origine, Treviso, e contemplando allora le cime del Grappa come l’approdo inatteso di una “giovinezza tumultuante di attesa, ansiosa d’avventure, generosa”), ai tanti porti del mare Adriatico e della Grecia e poi l’Africa, la Russia (per arrivare perfino in Siberia), l’India, la Cina, il Vietnam, mentre nel Circeo, dove pensò di trasferirsi, si fece costruire una casa, salvo abitarvi solo pochi giorni (troppi romani, evidentemente), e l’Italia, in cui a più riprese girovagò (L’Italiano errante per l’Italia), e che gli ispirò più di un libro (le sue Satire, i suoi Capricci), ma che più che conquistarlo “fu conquistata dal [suo] sguardo attraverso il paesaggio da regione a regione, componendo in [lui] un solo paesaggio”.

“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi”, afferma in quelle stesse pagine per descrivere la sete che mosse la razza di emigranti verso nuove terre, verso altri paesaggi, diversi ma in molti casi altrettanto meravigliosi quanto quello natale, certo più che verso delle conquiste (vale qui il No vao a combatar), perché lo spirito veneto che egli stesso incarna è innanzitutto contemplativo, aduso alla bellezza, della natura e delle opere, cosciente del fatto che nel paesaggio si trova il “segno delle mani di Dio”, e a un tempo la traccia di quelle umane che si formano sempre “in rapporto al paesaggio”, sicché l’uomo stesso ne è “uno specchio”…

Il suo mondo d’infanzia, che si prolungherà negli intrecci tra vita rurale e viaggio, scrittura e amori che costituiranno quello chiamerà il suo “gioco d’infanzia”, è sul Piave, in un lembo di terra che sempre sarà il luogo delle sue radici, anche nelle sue numerose assenze dal Veneto, in giro per l’Italia e per il globo.

“Tutto il mondo è in un metro quadrato”, è infatti il ritornello comissiano che esplicita in poche, semplici parole il richiamo della sua terra, e il luogo sarà una piccola proprietà agricola in quel di Zeno Branco, nei pressi di Treviso, acquistata con i soldi guadagnati con gli articoli scritti nel suo viaggio in Oriente.

Sarà il luogo (perché ognuno ha il proprio) dove tenterà una definitiva metamorfosi vitale, una volta finita la giovinezza, scoprendosi agronomo, esperto di semine, innesti, raccolti e concimazioni, con le mani nella materia originaria (e la Genesi non può mentire) in cui trova sostanza il suo spirito d’indipendenza.

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“Io sono profondo nella terra, mi sembra di essere un verme che s’addentra. Presto risalirò farfalla”. Si tratta di parole che, al di là del poeticismo che l’immagine può suggerire, Comisso recava nella sua carne e nella sua anima. Dalla metafora letteraria alla metamorfosi reale, il movimento è nella morfologia del suo essere ben più che non nel suo scrivere. È la realtà in cui vede e trova la garanzia della sua libertà vitale e, in seconda battuta, pure in veste di scrittore davvero anarchico. Una liberà da sempre anelata, come scrive Naldini, “personale, sociale, letteraria e soprattutto politica, vivendo sotto il fascismo”.

Il secondo conflitto mondiale non vede Comisso in azione come a Fiume e quindi nel primo. Chiuso nella casa di campagna assieme alla madre cerca semplicemente di salvarsi la pelle. E allo stesso modo per tutta la vita cercherà di salvare l’essenziale, e vale a dire la sua terra. Che sempre per Comisso verrà prima dell’arte, dei libri, della letteratura e della sua scrittura. “L’arte mi importa e non mi importa. Mi premono i miei campi, per quel poco che rendono, ma che giova, tutto il mondo è in un metro quadrato, basta saperlo godere. E io godo profondamente tutto quanto è attorno a me. Mi basta e ringrazio il Signore”. Ecco il suo ritornello… Ma allo stesso tempo… “Se la vita […] fosse abbandonata a se stessa senza essere sorretta dall’arte, risulterebbe soltanto un movimento senza nome. I fatti […] non diventerebbero storia, e per storia si deve intendere: tutte le forme d’arte in quanto rendono memorabili quei fatti”. Da qui l’amore di Comisso nei confronti dei memorialisti e ambasciatori veneti, testimoniato anche dal suo fiorfiore di brani del Galateo del Castiglione, dalla sua versione de La mia vita del Casanova, da cui Tre amori di Casanova, edito da Longanesi nel 1966.

Nella sua scrittura, impressionisticamente memoriale, paradossalmente radicata e itinerante (una vita che nonostante le due guerre fu certo più felice di quella del grande veneziano), l’autore trevigiano si farà a sua volta ambasciatore del venetismo, con la terra d’origine che, come sempre volle la tradizione, territoriale sì ma anche cosmopolita, della sua regione, non sarà mai chiusura bensì, come ha scritto Piovene ed è vero pure per Parise, una realtà di partenza e di esistenza, ovunque ci si venga trovare, “un fatto di natura”, che è dentro di sé, “visceralmente”, osmoticamente assorbita e mai intellettualizzata.

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Chioggia fu per Comisso il luogo della prima “liberazione artistica narrativa” e in certo qual modo anche, almeno per un attimo, dalle game con la terra, trovandosi proiettato d’incanto in uno stato di sospensione a lui ancora del tutto sconosciuto e che significò, allora, la felicità (“Il cielo sembra vastissimo. Qui ci si sente come sospesi”, si legge tra le pagine di Veneto felice, e fu uno dei motivi per cui lo scrittore vi percepì “una felice libertà umana fuori del tempo. Sembra di avere vissuto e di non essere morti, di essere fermi in un’eternità certa che imprime al passo la cadenza degli dei”), sperimentando in modo immediato, come nella pittura di Tiepolo, il nesso col più puro desiderio della sua regione e della sua gente, quello di vivere libera.

Venezia, arrivando da Padova, navigando sul Brenta, gli apparirà “simile a una perla nel guscio rilucente di un’ostrica”… Venezia città-palazzo, Venezia palazzo-corpo, Venezia città-corpo, femminile, d’estate, “stupenda donna dal corpo opulento, distesa in ozio olimpico”, mentre “il volto […] rimane immoto mezzo in ombra e mezzo in luce”, un vero sogno d’Oriente.

Greche non solo le origini delle città lagunari ma anche quelle di Padova i cui coloni, approdati pochi chilometri dalla città, risalirono il Brenta “vincendo la corrente impigrita” e scoprendo “una pianura feconda tutelata da un ceppo di monticelli acuminati come picche” sulla quale sorgerà una città cui i romani aggiunsero ben poco ma molto sant’Antonio, che la fece infine cristiana, poi insanguinata da Ezzelino, prosperante sotto i Carraresi, universitaria, goliardica, intellettuale e sensuale, clericale e commedica, contadina e industriale, radicata e cosmopolita, arcaica e moderna, sempre vitale e fiorita con la Serenissima, con Giotto e Mantegna, con Tiepolo e Tiziano, con l’Oriente della chiesa del suo santo.

Guido Ceronetti vi vedrà “un fantastico, quasi gangetico Oriente”, ma l’Oriente è in realtà un Oriente elleno-cristiano, elleno-cattolico, orientamento della città che, come ha scritto un altro Guido, Piovene, è il luogo della più grande concentrazione dei vertici pittorici del Trecento: “Più di Roma. Più di Assisi. Più di Firenze. Contrariamente a ciò che si può pensare, per la quantità e la varietà delle esperienze del Trecento, la vera Firenze è Padova”. Passi che non lo sappiano gli inglesi, gli americani, i giapponesi, ma che non lo sappiano i cosiddetti italiani, grandi provinciali (naturalmente e nel senso più deteriore e non più nobile del termine) la dice tutta, mentre lo sanno molto bene i veneti (tacciati a torto di provincialismo da chi non sa nulla del venetismo) e dunque Piovene, il quale lapidariamente chiosa: “Giotto a Firenze è tradizione regionale. A Padova è arte nazionale e internazionale”. Come nella stessa Venezia, a Treviso, a Vicenza, a Udine, a Trieste… Padova, scrive Piovene, “grazie al santo, è un luogo […] di tregua tra i credenti ed i miscredenti”: clericale e commerciale, colta e conservatrice, campestre e creativa, Padova è pietra e alberi – come il corniolo miracoloso, come il giardino bembiano, come il platano papafaviano, e come nel Prato della Valle – alberi e pietra…

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L’altra Venezia è Vicenza… Vicenza mai Dominante ma ugualmente ricca, circondata di terre fertilissime, e dedita, nei confronti della sua capitale, alla sola competizione estetica e mai bellica, e infatti eccola ancora trasognata, elegante, capricciosa, sfuggente, e “incoronata” dalle ville del Palladio e dai marmi delle cave di Chiampo che come sulle Apuane imbiancano in ogni stagione i rilievi verdeggianti con una pietra nella quale le conchiglie fossili si sono impastate con altri detriti marini, facile da scolpire ma che invece d’indebolirsi diventa sempre più dura nell’aria e nelle intemperie, e pare una metafora della città che, priva del mare, volle eguagliare la bellezza della laguna. Scrive Comisso che “trovarsi in una Venezia a cui siano stati interrati i canali per farne strade” di notte “scatena la fantasia, coprendola di veli come la bella addormentata nel bosco” in tutta “una giocondità creativa che la città stessa suscita dal suo grembo inesauribile”. Scrive Comisso che “i palazzi diventano vascelli naviganti nella notte” e nella nebbia, come il ponte di Bassano che pare “un tempio, un grande salone, un galeone navigante” mentre nel plenilunio Vicenza è puro sogno, tra pieni e vuoti, tra ombre decise e bianche statue. A Vicenza, “il Palladio à costruito per gli occhi dei suoi abitanti. La sua architettura è tutta di una razionalità oculare”: un parossismo di fantasia e piacere, ma a misura umana.

Così è per la meravigliosa torre comunale (“rosea e altissima, come fosse un obelisco eretto fantasticamente in una terrazza sopra qualche casa”). Così per gli edifici gotici e rinascimentali (“eterni come per raffigurare la visuale di quella che per l’uomo saggio dovrebbe essere la città ideale”). Così anche per i colonnati, le gradinate, le logge, gli archi, le nicchie, le altane, le sculture, i giardini, i ponti, i mulini, le cascate, gli isolotti…

E poi Treviso – la sua Treviso. Meno chimerica ma a sua volta semiorientale. Meno trasognata ma ugualmente compiaciuta. Città che sorge anch’essa in una “terra variata di acqua e colli” e a sua volta dotata di grazia greca in forma tutta veneta, e capace di rinascere dalle sue ceneri (“è stata massacrata da due guerre eppure à sempre mantenuto salvo il suo ceppo vitale di ingenua freschezza” – la sua vita – “intrecciata alla mobile e cangiante filigrana d’acqua, con smeraldi interposti ovunque d’alberi e di giardini” – la sua vita – “che emergeva come bianche ninfee da un’acqua paludosa durante gli spettacoli teatrali di autunno e di carnevale”) per tornare a esser ciò che è sempre stata, vale a dire un “parco d’incantesimi” fatto di labirinti, vicoli, sorprese d’acqua, mulini, archi costituiti da case, salici piangenti, ninfee, scorci fiabeschi, case quasi galleggianti, facendo propria la lezione della Dominante. Treviso liberale. Treviso cattolica. Treviso sensuale. Treviso crollata. Ma mai crollata.

E non crolla l’Endimione, il colle dal nome che più bello non si potrebbe, e bucolico, “veramente l’immagine del pastore mansueto, disteso nel sonno eterno concessogli dalla Luna innamorata, per conservargli per sempre la bellezza”…

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Veneto felice, I miei paesaggi, Il grande ozio, Attraverso il tempo, La mia casa di campagna… I titoli delle opere sono come sempre significativi e forte emerge la nostalgia, il rimpianto per il mondo contadino che sta scomparendo o forse è anzi già scomparso (“Immutabile era la loro vita nel giro dei lavori, delle stagioni e delle feste, nello scorrere del tempo sempre rinnovato uguale”) e che l’autore si esprime per esempio nel disturbo che prova di fronte agli apporti di una certa modernità tecnica, dalla motorizzazione di massa ai neon nelle trattorie in cui era solito vivere la sua vita conviviale, e simbolico è il suo morire proprio nel fatale Sessantotto che altrettanto fatalmente era l’antitesi dello spirito che sta dietro e dentro i santuari e i castelli, i vigneti e i frutteti, i cipressi e i castagni, i fiumi e le grave, le pianure e le colline, i monti e le città, i teatri e le ville, ogni pietra e ogni pianta di questa terra, in cui trova materia lo spirito del pagus cattolico, del Cristianesimo che mitiga e non annulla il dionisiaco terragno concentrato nelle trattorie ancora quasi greche tanto amate da un pur moderno Ulisse, Comisso, viaggiatore nostalgico in eterno quotidiano ritorno a quella terra, nel suo profondo, in quel mondo nel quale le donne sapevano “unire all’amore l’arte di fare bene da mangiare”…

“Infine in una trattoria senza nome, quasi clandestina, la padrona sembrava attendere con la stessa gioia usata per l’amante e tutto era a disposizione, incominciando dal fuoco subito acceso vampante sul focolare, in modo da avere presto una bella brace per arrostire le bistecche. E quando queste vennero deposte sulla graticola la cucina fu come attraversata dall’incenso, ma in vero quella legna era pregna di resina così che la carne ebbe lo stesso sapore di quella mangiata da Ulisse e dai suoi compagni lungo il sonante mare, scottata alla brace di ginepro e di cipresso”.

Comisso muore il 21 gennaio del 1969 e dunque forse alla fine di quel mondo che pure il Veneto tenta sempre e non invano di conservare, nella sua Treviso di cui ha raccontato lo splendore e anche una certa decadenza dopo la cacciata degli amati gli Asburgo e dopo il “vento tempestoso” della Prima Guerra mondiale, della Seconda Guerra mondiale, insomma dopo che scomparvero sui volti degli uomini i baffi arricciati e: “Strade piazze, prospettive crollarono e disparvero. Locali e negozi abituali cambiarono nome e aspetto. I vecchi amici non si ritrovarono più. La città parve snaturata, ma rimasero le sue acque a ridarle quella linfa di ingenua e viva freschezza che è come la cadenza temperata del suo dialetto”.

Nel marzo del 2000 una scultura in metallo opera di Mario Martinelli in ricordo del naufragio della Bronsa viene apposta in omaggio allo scrittore lungo l’incantevole canale dei Buranelli. Il pomeriggio del 1° aprile 2005 un uomo originario del Burkina Faso, vent’ottanni, maomettano, si spoglia e attraversa il canale, stacca l’opera dal muro e fa a pezzi la figura del marinaio. Due mesi dopo l’opera torna su quel muro.

Marco Settimini