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“Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo.” Viaggio sul Carso con Slataper

Era l’idea di possedere il controllo, l’illusione che il corpo fosse appena un’appendice alla propria intelligenza, un’estensione del proprio talento. L’idea che tutto fosse permesso, che lo stesso concetto di limite non fosse altro che un’ipocrisia. Credere nell’impossibile e non comprenderne a fondo la natura. Credere nel paradosso ma poi contenerlo con le parole. Non cedendo mai all’abisso. Era successo un attimo prima di partire per il Carso. La valigia già carica d’energia sul ciglio della porta. L’esterno che chiama. Il desiderio che preme i fianchi. La febbre del viaggio. La stanchezza di sopportarsi. Poi; poi svegliarsi dentro un vortice. La vita che si capovolge.

Quanti giramenti di testa, quante sbornie, e quanti rientri sballati, a notte fonda, quando in casa solo respiri profondi, e tutti dormono, e i segreti sono solo la tua giovinezza che cerca il suo centro, il suo nucleo di forza. Ma la mattina… La mattina è lo spazio in cui tutto si ricompone, dove anche la brama d’impossibile si cristallizza, prende forma, si pietrifica. Questa volta non era la brutalità e l’incoscienza degli anni leggeri a sconvolgere; era la luce a cui ci si aggrappava il giorno che cedeva. L’equilibrio che si spezza. Il sotto e il sopra che coincidono. Il dentro e il fuori che combattono. La vita, anzi il nostro modo di arginarla, non farla fuggire, ciò che la rende sopportabile, perde il controllo. Ci si sveglia così. Come salendo e scendendo una scala a chiocciola, appoggiandosi alle pareti, cercando un sostegno pur avendo perso ogni senso. Non è una parte di noi che non tiene, né l’anello che cede. È tutto intero il corpo che si separa in un rigurgito, prende una strada propria, si dissocia. Non siamo più noi. Il medico suppone una labirintite. Ci vuole una manovra. Tutto dipende da due ossicini microscopici nelle orecchie che sono usciti d’asse, dice, facendoti perdere il controllo. Due ossicini che tengono in piedi un equilibrio intero, una vita intera.

Siamo capaci di immaginare le cadute, i precipizi, finché questi non avvengono realmente. Allora anche le parole prendono un’altra forma, anche la sintassi si spezza o si incendia, diventando una calamità. Siamo la cura e i responsabili della nostra stessa malattia. Un urlo è da sempre pronto a esplodere dentro di noi. Finché, emergendo, prende una forma, abbandonandoci, facendo evaporare in un momento tutta la sostanza. E allora quel grido che ammansivi fino a un attimo prima, ti accorgi che teneva in piedi il buio e la luce, la verità e la menzogna, lo slancio e le battute d’arresto. Che l’imponderabile, l’impossibile, era un paradosso al quale appartenevi senza averne consapevolezza, e che tutto il controllo che si credeva capaci di esercitare, non era che una concessione, una grazia ricevuta.

Avevamo preso un albergo a Trieste, a due passi dalla piazza asburgica, la più viennese delle piazze italiane, pure se si chiamava Unità d’Italia, e poi da lì ci saremmo mossi lungo il confine. Avevo poggiato le valigie nella stanza e addosso mi era rimasta la paura di quella fragilità del corpo, di quella precarietà della vita che mi aveva fatto ritardare la partenza di un paio di giorni. Dalla redazione, giorni prima, avevano prenotato la stanza in un altro albergo al centro della città. Dando un’occhiata a qualche foto dal sito internet, le camere mi avevano messo addosso una sensazione di tale disturbo, forse provocato dal mio stesso malessere e dalla stessa paura che potesse capitarmi la medesima vertigine fuori casa, da farmi pregare l’assistente ai programmi di cambiarlo, l’albergo; ed ero stato io stesso a suggerirgliene uno, decisamente più moderno dell’altro. Non che pretendessi chissà quale comfort – avevo imparato ad adattarmi anche alle situazioni più estreme –, ma in un hotel moderno l’allestimento è tanto asettico da non poter alterare l’umore. Ogni allestimento, anche di gusto, alla lunga stanca. Una moquette verde, o un armadio in noce, o una tenda colorata (generalmente di rosso o arancio, molto spesso entrambi i colori in fasce verticali alternate), una crosta che simula un paesaggio, una pittura, sono orpelli che opprimono, che vogliono raccontare una storia che non esiste; o meglio, vogliono attribuirtela contro la tua volontà. Invece, in quegli hotel di catena, spesso affacciati alle statali o all’autostrada, fossero per una notte a Potenza o una ad Alba, a Napoli o a Trieste, dove incontravi agenti di chissà quali prodotti e camionisti e scaricatori di porto, potevi prenderti il lusso di non capire dove ti trovassi realmente.

Era una cosa che mi piaceva, l’irriconoscibilità, l’assenza di qualcosa che distinguesse una porzione infinitesimale del mondo, perché entrandovi ci si poteva far assorbire da quelle pareti bianche, da quella biancheria formalista, da quei mobili prodotti in serie. Eri solo tu, privo di una soggettività specifica, in uno spazio senza storia in cui poterti perdere – addirittura lasciarti andare. In quelle stanze ero capace di isolarmi, di ritrovare un centro, o anche solo un momento di concentrazione, dimenticare le contingenze del quotidiano, illudermi di aver abbandonato la realtà, o affogare nelle mie ferite, piangere, precipitare in un sonno spezzato a ogni ora della notte, quando le coperte diventano un cappio, un labirinto, o ritrovarsi a gioire per una notte fugace in cui percepivi che l’eternità è finalmente lo spazio in cui le colpe non sono contemplate, quello spazio in cui la vita, semplicemente, vive. Le stanze d’albergo, del resto, sono delle frontiere, un tempo sospeso, il nome stesso dell’anonimato.

Ci sono luoghi in cui non si viaggia con la stessa consapevolezza che altrove. Dove il confine identitario non è un dato assodato. Sembra di muoversi in un ginepraio, in un labirinto di incertezze, di dubbi, di inciampi, di cavità, di foibe, di voragini. Me ne ero reso conto subito, nonostante gli studi preparatori che avevo fatto a casa, che nessun luogo quanto il Carso triestino ti dà questa sensazione di spaesamento, in cui si sente parlare indistintamente italiano e sloveno, l’italiano dagli sloveni e lo sloveno dagli italiani. Qui la lingua è qualcosa di più di una koinè. Non il crogiolo di dialetti e vocabolario che ha soppiantato la grammatica precedente, ma un vero e proprio miscuglio senza regole. Non ce n’è una che spieghi perché la certa parola venga pronunciata in italiano piuttosto che in slavo e viceversa. È l’arbitrio umano a decidere di volta in volta. La lingua è la prima traccia per provare a orientarsi, accorgendosi immediatamente dopo che non puoi far altro che perderti. Villaggi e paesi che un tempo furono jugoslavi sono diventati italiani, e anche villaggi e paesi italiani sono entrati nel confine di quei territori segnalati coi nomi di Slovenia e Croazia. Si andava a dormire convinti di essere cittadini italiani e ci si svegliava la mattina successiva di nazionalità jugoslava. Si possono incontrare famiglie nelle quali due fratelli hanno cognomi diversi: uno slavo e uno italiano, e questo perché uno ha deciso di mantenere quello col quale ormai è cresciuto e l’altro di riappropriarsi dell’originario.

La storia, nei secoli, in una striscia di terra che sulla cartina del mondo è un luccichio, un abbaglio, simile alla scheggia di una granata appena percepita da un satellite, ha giocato con la geometria. Giochi che però hanno dato vita a odi e vendette sanguinose che si sono perpetuati per decenni. Popoli che avevano sempre convissuto, bevuto assieme nelle osmize – quelle osterie aperte solo otto giorni l’anno (osmiza viene da osem: “otto” in sloveno) che potevano vendere i prodotti della propria azienda agricola (vino, uova, salame, prosciutto, formaggio), senza l’angoscia delle tasse -, si ritrovavano faccia a faccia coi fucili puntati. Quando, con l’armistizio, l’8 settembre del 1943, l’Italia si diceva liberata, sul Carso non si festeggiava. Iniziava invece un’altra guerra, un’altra occupazione (o liberazione: dipende a chi lo chiedi). Quella pietraia su cui si era già sparso il sangue della Grande Guerra la volevano tutti. I nazisti la consideravano ancora terra austriaca, qualcosa da difendere nonostante tutto. I fascisti, che durante il ventennio avevano italianizzato la toponomastica e gli alberi genealogici, facendo fuori gli oppositori, la consideravano propria. Gli alleati che, già annessa Trieste, occupavano quella che era stata chiamata, dopo il Trattato di Parigi, la Zona A. I partigiani di Tito, ottenuta la Zona B, rivendicavano terre, mutavano tradizioni con una strategia di terrore, mettendo nelle condizioni chi era sempre vissuto vicino di dubitare che l’altro fosse una spia, un traditore, uno che se eri un ribelle, un rivoltoso, o anche avessi pronunciato una parola di troppo, potevano riferire al comitato e farti sparire, infoibare in quelle cavità in fondo alle quali da sempre finivano carcasse animali e rifiuti. Quel nuovo regime, quei nuovi padroni, avevano di fatto costretto i più all’esodo, ad abbandonare l’Istria – quella stessa terra che non era né Italia né Jugoslavia ma un perimetro a sé, che però conteneva anche la cultura italiana e jugoslava e croata e tedesca -, a lasciare le proprie case per andare a vivere in campi profughi, da confinati, a Trieste e poi giù in tutta la penisola, ma accolti mal volentieri dagli stessi italiani.

Sul Carso ci si può andare digiuni di una letteratura senza capire nulla; oppure si può collezionare una bibliografia sterminata (Italo Svevo, Umberto Saba, Scipio Slataper, Il porto sepolto di Ungaretti, Giani Stuparich, i diari di guerra di Ardengo Soffici, Quarantotti Gambini, Fulvio Tomizza, Carlo Sgorlon, Claudio Magris, Diego Zandel, fino a Mauro Covacich e Luigi Nacci, il solo, quest’ultimo, che passandoci insieme un paio di giorni e facendomi dono del suo libro, mi avesse davvero, con la sua malinconica discrezione, con le sue poche parole, spalancato delle porte, aperto dei passaggi); salvo poi, percorrendo i suoi sentieri inselvatichiti, calpestando le sue rocce spigolose, calandoti dentro una dolina, comprendere che non si è meno ignoranti di prima. E allora mi viene in mente quell’incipit folgorante di Il mio Carso di Scipio Slataper, scritto nel 1912, prima che le due guerre (o le tre? o le quattro?) macchiassero di sangue le pietre calcaree, e mi commuove ogni volta quel suo slancio vitale, quella sua identità selvaggia e di frontiera, quell’adesione totale alla propria terra che gli ha donato anche una fragilità umanissima: «Vorrei dirvi: Sono nato in Carso (…) una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro. Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri (…) la notte sentivo urlare i lupi. (…) Vorrei dirvi: sono nato nella pianura morava. (…) Mi buttavo a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi sono venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l’italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti (…). Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Voi siete scaltri e sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che cerca di imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni. È meglio che io confessi d’esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra cultura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi. Le vostre obiezioni mi chiudono a poco a poco in gabbia (…) e non m’accorgo che voi state gustando la vostra intelligente bravura. E allora divento rosso e zitto, nell’angolo del tavolino; e penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento».

L’immagine di un Carso come landa petrosa, inospitale, desolata, la stessa che descriveva Ungaretti accucciato nelle trincee della collina di San Michele («Come questa pietra/ del San Michele/ così fredda/ così dura/ così prosciugata/ così refrattaria/ così totalmente/ disanimata…»), è quasi impossibile immaginarla percorrendolo ora. Bastava prendere la salita di Trieste, la stessa che percorreva fino a qualche anno fa il tram che portava a Opicina, dove i partigiani di Tito avevano battuto le ultime SS rimaste a presidiare la costa, a far la pisciatina sull’Adriatico. Il Carso è un labirinto. Un sentiero battuto, in poche settimane, può ricoprirsi di vegetazione, di quei cespugli di sommaco che quando a ottobre diventano rossi sembrano quasi un’apparizione, come se il sangue che le cavità della montagna nascondono, emergessero d’improvviso, non permettendo di dimenticare cosa per decenni sia avvenuto. Ci si vada da soli o accompagnati da una guida escursionistica, bisogna accettare che perdersi non è una possibilità remota ma una probabilità nell’ordine delle cose.

Me lo aveva detto Luigi, con quei suoi occhi un poco tristi, con quel suo disperato amore per la propria terra. Camminavamo insieme in val Rosandra, che serpeggiava sopra la testa di Trieste andando a infittirsi nel labirinto sloveno e croato, lì dove il fiume che dava il nome alla valle si perdeva nell’inghiottitoio carsico, continuando a scorrere nelle viscere della montagna («Carso, che sei duro e buono!”, scriveva Slataper, «Non hai riposo, e stai nudo al ghiaccio e all’agosto, mio Carso, rotto e affannoso verso una linea di montagne per correre a una meta; ma le montagne si frantumano, la valle si rinchiude, il torrente sparisce nel suolo»). Avevamo le piante dei piedi maciullate dai sassi aguzzi che calpestavamo, e io temevo a ogni passo di perdere di nuovo l’equilibrio, che neppure trenta gocce di Levobren, la cui boccetta tenevo nello zaino e che dovevo usare solo in casi estremi, quando l’urgenza di un nuovo giramento sarebbe sopravvenuta senza preavviso, avrebbero potuto rimettere in asse l’urlo che mascheravo. Ogni tanto mettevo una mano sulla spalla del mio compagno, più per la paura che il mostro riemergesse che per una reale assenza d’equilibrio. «Dietro quella collina» e Luigi indicava un punto all’orizzonte che vedeva chiaramente, come non distanziasse una ventina di chilometri in linea d’aria, «è dove Slataper si era rifugiato per scrivere Il mio Carso. Se non conosci quel luogo, se non ci sei stato almeno una volta, se non ti sei inoltrato nel bosco che ti assedia, non puoi capire davvero quel libro». Poteva certo essere, quella di Luigi, una forma di campanilismo. Come quando certi accademici siciliani si vantavano di essere i soli custodi dell’opera di Pirandello, di Sciascia, di Verga, di Bufalino, e poi, quando li andavi a leggere, ti mettevano addosso una pesantezza tale che ti auguravi che quella montagna bibliografica si incendiasse di un fuoco doloso per poter far tornare a vivere le pagine degli scrittori che avevi amato, che ti sembrava di aver capito. Ma ammetto che era solo una diffidenza, la mia, perché Luigi voleva farmi fare un passo più avanti, o più a fondo, farmi perdere davvero nelle ferite che il Carso nascondeva. «Il monte Kal è una pietraia», leggevo ancora in Slataper, poggiando la testa sul cuscino della mia camera d’albergo, rientrando a sera tarda, sperando non si perdesse ancora, augurandomi che il corpo non mi abbandonasse di nuovo. «Ma io sto bene con lui. Il mio cappotto aderisce sui sassi come carne su bragia; e se premo, egli non cede: sì le mie mani s’incavano contro i suoi spigoli che vogliono congiungersi con le mie ossa. Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo. Fratello, su di te passa il sole e il polline, ma tu non fiorisci. E il ghiaccio ti spacca in solchi dritti la pelle, e non sanguini (…). Ma l’aria ti abbraccia e ti gravita come grossa coperta su maschio che aspetti invano l’amante. Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. (…) Bella è la bora. È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo. Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiù».

Scipio è un ragazzo. È selvaggio come il Carso in cui vive. Egli stesso è il Carso; un fratello col quale si identifica, il solo che realmente lo accolga, lo riconosca, non lo respinga, non lo faccia vergognare di quel che è. Ci si domanda se sia per l’Italia o per il Carso che sia partito per il fronte, a farsi ammazzare, a farsi inghiottire dalla storia a nemmeno trent’anni, in quella maledetta battaglia dell’Isonzo, ignoto al mondo come ogni milite che abbia combattuto nella Prima guerra mondiale. O se la sua stessa natura carsica, testarda, orgogliosa, folle, granitica, lo abbia spinto a imbracciare il fucile. D’accordo, l’irredentismo, l’amor di patria, quel desiderio d’appartenere a qualcosa e qualcuno – fosse pure una divisa da soldato uguale a quella di milioni di altri: eroi, mutilati, scemi di guerra, ignari di ciò che avrebbero vissuto. Eppure. Chi altri avrebbe potuto scrivere: «Io amo i miei fratelli e i miei genitori perché la nostra vita è stata dolorosa e confidente. Io vado avanti con essi e non cedo. Noi vogliamo anche noi il nostro posto. Ci hanno fatto molto male. Alcuni sono stati buoni con noi, ma non ci hanno capiti. Noi vogliamo esser noi, con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirare l’aria che ci spetta. Io sono contento di aver avuto una famiglia povera. Sono cresciuto con un dovere e uno scopo. Essi mi vogliono bene, e il mio nome è il loro».

C’è una parola tedesca quasi intraducibile. Heimat, è la patria che si agogna, quella in cui si desidera per tutta la vita tornare; una patria ideale che appartiene all’immaginazione: è il luogo dell’anima. È l’heimat che la gente del Carso ha disperatamente cercato di saldare alla propria storia, alla propria vita, dopo che ogni identità gli era stata strappata via.

Lo avevo percepito incontrando Marisa nell’ex campo profughi di Padriciano, questo senso di spaesamento perpetuo, questo disequilibrio in cui avevano camminato per tutta l’esistenza, poggiandosi ai muri come fosse una perenne labirintite, non sapendo a chi chiedere aiuto e non avendo la certezza che chi te ne dava, di aiuto, ti considerasse o meno fratello, se ti accogliesse come ospite, come uno straniero in cerca di fortuna, o come qualcuno che ha smarrito la via e ora torna a casa. Una casa che avevano perduto in molti, esuli come Marisa, caricando un furgone arrugginito di masserizie, portando via tutto, quel tutto che era meno di niente – una credenza e un materasso, un armadio e tre sedie, uno specchio e qualche strumento da lavoro – con la speranza disillusa che pure altrove si sarebbe potuto ricostruire qualcosa, riprendere in mano le redini della vita. Mobili e attrezzi che in un campo profughi non potevano entrare, perché i box in cui si viveva in quattro su due letti a castello – divisi appena da un pannello di cartongesso, se andava bene, o da una tenda, nella peggiore delle ipotesi -, in uno spazio di due metri per due, con appena un tavolo al centro, non sarebbero sicuramente entrati. Allora magazzini e depositi che si stipavano, e qualche esule ancora immaginava di poter recuperare quello che gli apparteneva. Poi l’abbandono. Tracce di vita che si mischiavano, accatastate l’una all’altra, prendendo polvere. Pezzi di vita che nessuno sarebbe più venuto a recuperare. «Dopo dieci, quindici anni vissuti in un campo, quando forse finalmente si riusciva a uscire perché un lavoro ti aveva permesso di affittare una casa, e finalmente abitavi con la tua famiglia e non col fiato sul collo di uno sconosciuto, pure se in una città, in una patria che non erano le tue, allora di tornare a Porto Vecchio, a Trieste,  dove in chissà quali container erano state conservate le tue cose, non ci pensavi proprio a venirle a riprendere. Quella vita era già morta, era una ferita aperta che si era provato con tutto se stessi a cancellare, dimenticare. Non solo lo stato, o l’opinione pubblica aveva taciuto di noi, ma pure in famiglia si eludeva il discorso. Perché era troppo doloroso. Perché il dolore bisognava viverlo in silenzio, non si poteva condividere. E quindi tornare a prendere chi, cosa?» E non so se Marisa rivolgeva davvero a me quella domanda piena di rabbia, di dolore represso per troppo tempo. «Tornare era come entrare in un cimitero, ma toccando un cadavere ancora troppo caldo, magari fingendo fosse ancora vivo».

Le mani di Marisa – piccole, ossute – tremavano. Ma non faceva freddo; un sole tiepido illuminava tutto il Carso quella mattina, e faceva risplendere quei suoi colori d’ottobre, i gialli che diventavano rosa e arancio e rosso. Chissà da quanti anni non tornava a Padriciano, forse da quando ne aveva nove, forse non aveva più voluto tornarci da quel giorno in cui le avevano strappato via l’infanzia. Da qui lei e la sua famiglia erano stati smistati al campo profughi triestino, quello di San Sabba, dove poco tempo prima i tedeschi avevano trasformato la vecchia risaia in campo di concentramento con forno crematorio, distruggendo ogni prova prima di darsi alla fuga. Ecco, Marisa conteneva il dolore di tutti, un dolore su cui la storia era passata sopra come la bora, e la vedevo camminare, dinoccolando, vicino le masserizie di quelli che le furono compagni di stanza, di quelli con cui aveva condiviso, ancora bambina, un piatto caldo consumato in branda, su una scodella da cani, con cui aveva dovuto dividere anche i servizi igienici.

Ma allora chi può risarcire tutto questo dolore? Di chi è, in fin dei conti, la colpa? Ma non avevo avuto il coraggio di domandarlo a Marisa – quale urlo, quale grido si annidava ed era pronto a esplodere dentro di lei? -, che finito di parlare, quasi con stizza aveva sentenziato «Basta, adesso basta. Devo andare via. Voglio tornare a casa». Lo avevo invece chiesto a Luigi, il quale aveva sorriso, ma di un riso nervoso, per niente ironico, addirittura ferito. «Chi potrà restituire l’infanzia a Marisa, che per un regime, quello comunista, ha dovuto abbandonare tutto, e forse, anche se non te lo dice, perché qui ci si vergogna anche del proprio dolore, avrà, come tutti, un parente infoibato, ammazzato chissà dove e chissà come? E chi potrà restituire la dignità a quelle famiglie slovene a cui si è cambiato anche il nome e il cognome, italianizzandolo? Chi potrà restituire ai parenti i morti fucilati per mano del duce? La conta dei morti. Ecco di chi è la colpa. Finché da una parte e dall’altra si tireranno le somme, ad attribuirsi il ruolo delle vittime e dei carnefici, non ne usciremo mai». Era quasi un moto di ripulsa; quella di chi vede arrivare da tutta la vita pellegrini nostalgici a piantare bandiere in una terra non loro, che non conoscono, che non vogliono davvero conoscere. «È la pietà per il dolore degli altri la sola cosa che può salvarci dalla colpa».

Adesso tornavo a pensare a Slataper, e a quello scrivere un attimo prima che tutto si inasprisse, quando ancora la storia non aveva gettato su queste terre la sua scure insanguinata. E forse era proprio in ragione di questo che continuavo a sfogliare le pagine del Mio Carso, per ritrovare una patria perduta che potevo solo immaginare, una patria sempre precaria e che non apparteneva davvero a nessuno, meravigliosamente selvaggia, «Ho voglia di cose lievi,/ dove mi conduce un volo/ di rondine, l’orecchio/ sfiorandomi (…). Andiamo per i prati senza sentieri, perché oggi un tiepido sole ci carezza le palpebre».

Andrea Caterini

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