30 Aprile 2018

Il cristianesimo è una religione sanguinaria. Ovvero: bisogna essere disposti a tutto per stare nella vigna di Cristo

La domenica parlano – con ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Il tema è l’esclusivo e l’esclusione. La vita di Gesù continua, impastata in quella del fedele – “rimanete in me, io in noi”, Gv 15, 4 – in una specie di abbraccio ossessivo, esclusivo, perché “senza di me, non potete fare nulla” (Gv 15, 5). La pace portata da Gesù è enigmatica e altra (“Pace lascio a voi, pace do a voi, ma non come la dà il mondo ve la do”, Gv 14, 27): non si tratta di un benevolo ‘vogliamoci bene’. Al contrario, la violenza è esplicita nel cristianesimo, che chiede, violentemente, di lasciare tutto per Gesù. La metafora di Gesù come “vera vite” è radicale: “Se qualcuno non resta in me, viene gettato fuori come il tralcio e si secca e viene raccolto e gettato nel fuoco e brucia” (Gv 15, 6). I discepoli hanno un rapporto esclusivo con Gesù (“voi siete già puri”, Gv 15, 3): chi è escluso viene allontanato, gettato, brucia. Il fuoco non è quello d’amore ma di dannazione. Esclusione ed esclusività sono il tema degli Atti degli Apostoli: a Gerusalemme Paolo, “Saulo”, che sarà San Paolo, non è accettato nell’esclusiva cerchia dei discepoli di Gesù (“cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti lo temevano, non credendolo un discepolo”, At 9, 26). Paolo è creduto soltanto quando rischia la vita e “gli Ellenisti tentavano di ucciderlo” (At 9, 29). D’altronde, Cristo chiede un amore esclusivo, senza scampo: solo se “osserviamo i suoi comandi e facciamo le cose che gradisce”, allora “qualsiasi cosa gli chiediamo, la riceviamo” (1 Gv 3, 22). Una formula diversa – più estrema, esistenzialmente – è quella del Vangelo di Giovanni: “se restate in me e le mie parole in voi, chiedete ciò che volete e sarà fatto” (15, 7). Le parole sono carne, sono chiodi.

Il patto con Cristo non è di commercio o di smercio. Non funziona: tu dai una cosa a me e io ti ricambio, tu mi obbedisci, fai i compiti, e io ti do un premio. Non c’è parità, ma esclusività. Gesù è “la vite” e i discepoli “i tralci”. “Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto” (Gv, 15, 5). I tralci, fruttificando, producono l’uva. Dall’uva, debitamente lavorata, arriva il vino. Il vino rende ebbri – vivere incastonati in Dio è una ebbrezza. Il vino è figura del sangue di Cristo. C’è sempre qualcosa di violento, di sanguinario nel cristianesimo. Il sanguinario è purissimo, però. Depurato dall’odio, è elevazione. I discepoli di Cristo donano la vita a Lui, come Lui l’ha donata agli uomini. La sequela è di sacrificio, di sangue. Dare frutto significa essere disposti a tutto. (d.b.)