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“Ci vuole abilità più che risolutezza: si tratta di trovare la via per entrare in ciascuno”. Bentornato Gracián e il suo “Oracolo di prudenza”

Schopenhauer lo nomina quattro volte nella Welt, due nella Lebensweisheit e ne tradusse un’opera; Nietzsche, in alcuni Frammenti postumi e in una lettera a Peter Gast del 1884, lo accosta a Shakespeare, Marco Aurelio, Montaigne, Goethe e a svariati altri; per Alberto Caraco era uno degli scrittori di costante riferimento, tanto nelle opere (Le semainier de l’agonie), quanto nella vita. Quando tre simili calibri evocano uno scrittore, state pur certi di trovarvi davanti al quarto.

Si tratta di Baltasar Gracián, spagnolo vissuto tra il 1601 e il 1658, e autore d’un Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza, mandato di recente in stampa da Adelphi, per la traduzione di Giulia Poggi, autrice anche d’un efficace apparato di note, e accompagnato da un lungo saggio, di fatto un secondo libro, firmato da Marc Fumaroli. E si tratta proprio del testo volto in tedesco da Schopenhauer.

Ma insomma, chi è questo Gracián?

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Scorci biografici

Egli proviene dalla media borghesia iberica. Il padre Francesco era un medico e la famiglia apparteneva alla casta dei cristiani così detti «vecchi», ossia privi d’ogni commistione di sangue con musulmani ed ebrei, lignaggio che consente a Gracián di entrare nella Compagnia di Gesù, professando i primi voti nel 1621 e ricevendo il sacerdozio nel 1627.

Nonostante una carriera piuttosto lesta, ben presto si trova  al centro della feroce lotta, già da tempo in corso nella Provincia gesuitica d’Aragona, tra aragonesi e valenziani da un lato, e barcellonesi dall’altro. Lo scontro crea a Gracián qualche impaccio, ma egli riesce a non farsi travolgere e anzi se la cava egregiamente, traendo persino giovamento da quel garbuglio.

Dopo alcuni anni segnati da polemiche anche personali, Gracián approda infatti a Huesca, dove riesce a trovare finalmente un po’ di quiete: è qui che avviene una significativa svolta nella sua vita.

Egli inizia a frequentare un cenacolo letterario, che si raduna presso il palazzo d’un certo Don Vincenzo Giovanni di Lastanosa y Baraiz de Vera, sei anni più giovane di lui. Questo nobile è un grande erudito, collezionista d’arte e di reperti archeologici, nonché bibliofilo. Le sue raccolte sono così ricche e rinomate da attirare presso il palazzo parecchi studiosi da tutta la penisola e anche da oltreconfine. Vi si reca, trattenendosi per oltre un mese, persino il duca d’Orléans. Ed è da diverse fonti che si apprende quanto la prossimità con il Lastanosa e la sua biblioteca sia stata dirimente nell’evoluzione del nostro gesuita.

Fino a quel momento, quindi attorno ai trentacinque anni, Gracián non ha scritto alcunché, fuor di qualche lettera. Ma grazie all’incentivo di Lastanosa, inizia a dar di piglio alla penna e nel 1637 dà alle stampe El Héroe, che però firma con uno pseudonimo. La scelta di non esporsi è ben fondata, visto il clima censorio aleggiante da quelle parti. Ma nonostante la prudenza, Gracián viene scoperto e subisce la reprimenda di padre Vitelleschi, Generale della Compagnia. Ed è proprio da questo momento che il giovane gesuita inizia a elaborare la sua visione del mondo, concentrata tutta nell’Oracolo e in quello che è considerato il suo opus magnum, El Criticón, che scropriremo subito.

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Pessimista? Eccome!

Per Gracián esiste una sorta di piano nel fondo della natura, e non è per niente benigno. «Mi son persuaso – scrive giustappunto nel Criticón – che, senza questo universale artificio, nessuno vorrebbe entrare in un mondo tanto ingannevole e che pochi accetterebbero la vita, se avessero in precedenza queste nozioni […] La Natura sa bene che cosa ha fatto ed è male che l’uomo abbia accettato».

Non si deve però commettere l’errore di scambiare Gracián per un salice piangente del pensiero, cantonata fatale che ancora guasta l’adeguata comprensione tanto di Schopenhauer, quanto di Leopardi. Sebbene in maniera affatto diversa dal filosofo tedesco, che pure scrisse la meravigliosa Lebensweisheit (Saggezza del vivere) – per inciso: di essa suggerisco l’edizione Bur, tradotta in modo magistrale da Bettino Betti e dotata d’una gustosa introduzione di Anacleto Verrecchia – accanto a un’analisi spietata e disincantata del mondo, Gracián offre nell’Oracolo alcuni stratagemmi per resistere agli assalti e alle miserie dell’uman genere. E lo fa con uno stile aforistico, o rapsodico, che rende ancor più accattivante la lettura. Ascoltiamolo.

«L’arte di lasciar correre. E tanto più quanto più è burrascoso il mare comune o quello domestico. Vi sono mulinelli nell’umano comportamento, tempeste del sentimento: allora è accortezza riparare nel porto sicuro di una tregua. Molte volte il rimedio è peggiore del male. Lasciar fare alla natura in un caso, e nell’altro al buon senso. Il medico saggio deve sapere quando far ricette e quando non farle, e a volte l’arte consiste piuttosto nel non prescrivere la cura. Un modo per acquitare volgari mulinelli è arrendersi e aspettare che si plachino: cedere al tempo ora sarà vincere dopo. Per intorbidare una sorgente basta smuoverla appena, né tornerà a rischiararsi se lo vogliamo, ma se la lasciamo stare. Non c’è rimedio migliore per gli sconvolgimenti che lasciare che passino, ché così cadono da soli».

E ancora: «Trovare il chiodo fisso di ciascuno. È l’arte di muovere sentimenti. Ci vuole abilità più che risolutezza: si tratta di trovare la via per entrare in ciascuno. Non c’è volontà senza una particolare affezione, e questa cambia a seconda dei gusti. Tutti sono idolatri: chi della stima, chi dell’interesse; i più del piacere. L’abilità consiste nel saper riconoscere questi idoli in modo da motivare, riconoscendo quelli di ciascuno, l’efficacia del loro impulso. È come avere le chiavi del volere altrui. Occorre risalire al motore primo che non sempre è il supremo; la maggior parte delle volte è quello infimo, perché nel mondo sono più i disordinati che i subordinati. Di ciascuno occorre prima intuire il carattere, poi pungerlo sul vivo e scoprire la sua affezione, il che infallibilmente darà scacco matto all’arbitrio».

In buona sostanza l’idea di un mondo fondamentalmente crudele e ostile non impedisce all’essere umano di viverci con agio: ma bisogna essere per l’appunto accorti, prudenti, affinché il prossimo non ci divori. Mutatis mutandis, è come se Gracián assumesse un classico detto sufi (tuttavia non precipuo della mistica islamica): «Essere nel mondo, ma non del mondo», ossia passare su questa terra senza troppi guasti e, se possibile, lasciare un segno del proprio transito, in modo da essere, come suggerisce la chiusa dell’Oracolo, santi: «In una parola, santo. Che è come dire tutto in una volta. La virtù è catena di tutte le perfezioni, centro di ogni felicità. Essa rende un individuo saggio, attento, sagace, accorto, coraggioso, dignitoso, integro, felice, acclamato e riconosciuto eroe. Tre “esse” rendono fortunati: santo, sano e saggio. La virtù è il sole del piccolo mondo [il mondo di quaggiù, riflesso del superno], e ha come suo emisfero la buona coscienza; è così bella che porta con sé il favore di Dio e delle persone. Non c’è cosa più amabile della virtù, né più odiosa del vizio. La virtù è cosa seria, tutto il resto è burla. La capacità e la grandezza si devono misurare non in base alla fortuna, ma alla virtù. Essa da sola non basta a sé stessa. Rende l’uomo amabile se è vivo e, se morto, memorabile».

Attenzione tuttavia a non intendere in  Gracián la parola «virtù» in senso moralistico: essa è invece abilità, sagacia, intelligenza. Così come non si deve pensare alla parola «santo» alla maniera d’un sagrestano tridentino: il santo è colui che sta nel mondo evitandone gli urti e rivolgendo gli eventi, se possibile, a proprio vantaggio; di conseguenza, in questo modo, traccia una via anche per gli altri.

Come si vede, l’Oracolo è un di quei libri da tenere sempre alla porta di mano. D’altra parte Gracián lo pensò proprio per questo utilizzo: manuale (manual) vuole infatti dire tascabile, portatile.

Questa dottrina – che oltre a Gracián, ebbe tra i suoi campioni Francisco Suárez e Luis de Molina, anch’essi gesuiti – fu ampiamente osteggiata nel Seicento, e ancora oltre, dal giansenismo, che pare anzi nasca proprio in opposizione ad essa. Per il vescovo Cornelius Jansen l’uomo è irrimediabilmente costretto tra la colpa e la grazia: nasciamo marchiati e soltanto per mezzo dell’intervento diretto di Dominiddio, oppure attraverso pesanti sacrifici e sempre col consenso del Padreterno che potrebbe però essere anche di altro avviso, possiamo salvarci. Se si vuole un esempio classico e “pratico” della visione giansenista della vita, basti rileggersi I promessi sposi.

Se mi si passa lo scherzo (che scherzo neppur troppo è) possiamo riassumere il pensiero di Gracián con una fulminante scena del Buono, il brutto, il cattivo, allorché Clint Eastwood e Eli Wallach, fuggendo da un campo di prigionia nordista con indosso la divisa grigia dei sudisti, si imbattono in soldati anch’essi vestiti di grigio. Il brutto esulta: «Urrà! Dio è con noi perché anche lui odia gli yankee!». Ma il buono, che ha la vista più lunga in tutti i sensi, sibila: «No. Dio non è con noi perché anche lui odia gli imbecilli». Egli infatti ha già divinato la verità: il grigio altro non è che polvere, sotto cui si nasconde la divisa blu degli yankee.

Per altri versi e in maniera più sintetica, si può convocare l’autorità dell’Arte della guerra di Sun Tsu, il cui principio cardine è «Vincere senza combattere». Anzi, potremmo dire che in particolar modo l’Oracolo è una sorta di arte della guerra in chiave occidentale.

Possiamo parlare di pessimismo per Gracián? Eccome! Ma d’altra parte, come dice Georges Sorel nelle Riflessioni sulla violenza, esso è una dottrina «senza la quale non si è mai fatto niente di molto elevato al mondo». Infatti soltanto vedendo buio ovunque, è possibile illuminare la strada. Chi invece pensa in maniera ottimistica, o aspetta grazie dal Cielo, sarà sempre deluso, se non peggio.

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La fortuna in Italia

Purtroppo il disgraziato nostro Paese è stato ed è in parte ancora assai ingeneroso nei confronti di questo pur alato scrittore, complice, tra l’altro, anche un vecchio ma pertinace giudizio di Benedetto Croce. A chiarire la vicenda è un gran conoscitore di Gracián, vale a dire Elso Simone Serpentini, che, oltreché tradurre, introduce anche l’unica edizione moderna del Criticón, che giustappunto in Italia mancava dal 1745 (!) e che nel 2008 rivide finalmente la luce per i tipi delle edizioni Artemia (oggi Nova Artemia), in un confezionamento e con una curatela davvero esemplari, tali da rendere la presenza di questo libro doverosa in una biblioteca degna di questo nome. È intitolato Il Criticone.

Serpentini ha, tra gli altri, anche il merito d’aver evidenziato l’importanza nell’opera gracianiana degli Emblemata di Andrea Alciato, testo anch’esso misconosciuto ma recuperato da Adelphi qualche anno fa, e d’aver lardellato il testo con preziose note.

Tuttavia la curatela un paio di difetti li ha: dà troppo per scontato e un lettore nuovo a Gracián si troverebbe smarrito; inoltre Serpentini evita di evidenziare l’importanza di Lastanosa e i dissapori interni alla Compagnia. Per un abbrivio più ampio alla biografia di Gracián bisognerà riferirsi alla Nota di Antonio Gasparetti, che apre la sua traduzione dell’Oracolo (Bur 1967, Guanda 1986, Tea 2002), ormai però fuori mercato.

Da ultimo dobbiamo menzionare ancora un testo di Gracián, ed è L’acutezza e arte dell’ingegno, ristampato da poco da Aesthetica. Si tratta invero d’un titolo più che altro per specialisti e non così godibile come gli altri. Ma è senz’altro un’ulteriore doverosa lettura: non solo per rendere omaggio a uno scrittore di rara abilità ed eleganza, ma soprattuto perché di Gracián, oggi e come sempre, non si può fare a meno.

In un mondo sempre più caotico, aggressivo e instabile dobbiamo dar fondo a tutte le risorse del nostro cervello per non soccombere e Gracián sarà un eccellente viatico.

Luca Bistolfi

*disegno di leone secondo Rubens, 1612

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