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“Occupato d’infinità, io slitto”: Henri Michaux, il vagabondo del linguaggio

La letteratura, in lui, coincide con il viaggio. Il linguaggio, cioè, va affilato come una lancia, come una canoa. Il viaggio, va da sé, si compie fuori e dentro di sé; occorre, comunque, scandalizzare i continenti. E scandagliare l’ambiguo.

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Nato nel 1899 da famiglia belga, di cappellai, egli, Henri Michaux, è il matto. Dopo aver verificato, giovanissimo, i propri ghiacciai interiori (“Il suo modo d’esistere in margine, la sua indole di scioperante fa paura o esaspera… Segreto. Trincerato in sé. Vergognoso di ciò che lo circonda, di tutto ciò che, da quando è venuto al mondo, l’ha circondato”, si dice in un onirico cammeo autobiografico), decide di sciogliersi dal mondo, di viaggiare per dare alla propria solitudine consistenza d’avventura. Il primo imbarco “come marinaio su un cinque alberi scuner”, nel 1920.

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Il viaggio reale è forgiato da quello immaginario. Dalle letture, vagabonde, insensate, “letture in ogni direzione… letture delle più sorprendenti vite dei santi, di quelli più lontani dall’uomo medio… letture eccentriche, degli stravaganti”. Il secondo imbarco è a Rotterdam, “sul Victorieux, un diecimila tonnellate di bella linea”. Il viaggio è supremo: “Brema, Savannah, Norfolk, Newport, Rio de Janeiro, Buenos Aires”. L’anno dopo smobilitano gli imbarchi, Michaux non trova ingaggi, “Ritorno alla città e alla gente detestata. Disgusto. Disperazione… Vertice della curva del ‘fallito’”. A Bruxelles è ancora la letteratura a imporgli un altro viaggio: se percorrere gli oceani gli è precluso, può ideare un’opera oceanica, inafferrabile come la linea d’orizzonte. Siamo nel 1922, a Bruxelles. “Lettura di Maldoror. Scossone… che ben presto scatena in lui il bisogno, a lungo dimenticato, di scrivere”. Dal 1925 la scoperta di Klee e di De Chirico porta Michaux a praticare, con la stessa alchimia della scrittura – redigere i passi dell’untore che riempie di ombre la nostra esistenza –, la pittura.

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Conosce tutti, a Parigi, Michaux: Jean Paulhan lo porta nella “NRF”, è amico di Jouhandeau e di André Breton, in Argentina collabora con Victoria Ocampo, conosce Jorge Luis Borges. Nel 1927 scrive Chi fui, con corrosiva lucidità: “Quelli sapevano che cosa fosse aspettare. Io ne conobbi uno e altri lo hanno conosciuto, che aspettava. Si era messo in un buco, e aspettava… Gli buttavano sassi, e li mangiava. Aveva l’aria stupita e poi li mangiava”. Nel 1935 Gallimard pubblica La Nuit remue, uno dei libri leggendari di Michaux: “Iceberg, Iceberg, dorso del Nord Atlantico, augusti Buddha gelati su mari incontemplati. Fari scintillanti della Morte senza scampo, il travolgente silenzio dura secoli”.

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Tuttavia, Michaux resiste nell’inclassificato: appena lo riconoscono, lo cerchiano con un aggettivo, lui scappa. Nel 1927: “viaggio d’un anno in Equatore”; nel 1929: “viaggi in Turchia, in Italia, in Africa del Nord… per espellere da sé la sua patria, i legami d’ogni sorta”; nel 1930: “Finalmente il suo viaggio. L’India, il primo popolo che, in blocco, sembra rispondere all’essenziale… L’Indonesia, la Cina, paesi sui quali si scrive troppo in fretta, nell’eccitazione”; nel 1932: “Lisbona”; nel 1935: “Montevideo, Buenos Aires”; nel 1939: “Brasile”. Da alcuni viaggi trae libri d’estasi: Michaux è uno che ha fame di redigere bestiari medioevali, che dell’uomo riconosce la monade e il nomadismo, l’implacabile dell’unico. Ecuador, nel 1929: “La prima impressione è terribile e disperante./ Prima di tutto l’orizzonte scompare./ Non sempre le nuvole sono più alte di noi./…Il suolo è nero e senza accoglienza./ Un suolo venuto dal dentro./ Non si interessa alle piante./ È una terra vulcanica./ Nudo!/…Chi non ama le nuvole/ Non venga all’Equatore”. Inventa il reportage in versi, Michaux – perché di un viaggio va detta la mistica oscura, di un luogo non si dettagli la scena ma l’oscenità del celato, dell’increato.

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Nel 1948 la moglie muore “per le conseguenze d’ustioni atroci”. Soffriva di tubercolosi. L’aveva sposata cinque anni prima. Sceglie i suoi incontri: Artaud, poco prima della morte, nel 1947; Cioran, dal 1959. Ha girato il mondo, ora gli importa un’altra prospettiva del viaggio. Nel 1956 battezza la “prima esperienza della mescalina”. I mondi della mente sono mappati da Michaux con lirica qualità speleologica.

Permanenza dell’Irreale
Strutture, minori tutte ormai
Senza forza i parametri

Disamorato delle ciricostanze

Occupato d’infinità
Io slitto

Tutto va ormai attraverso mondi

Del paradiso il luogo immutevole resta.

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Gli ultimi viaggi di Michaux sono in Marocco, in Nepal; nel 1983, al Collège de France, incontra per l’ultima volta Borges, muore l’anno dopo. Le sue Oeuvres complètes sono raccolte da Gallimard in tre volumi: Michaux è un esploratore dell’ignoto linguistico, uno che ha lignaggio di un Lord Jim tra i tifoni della letteratura e che ha ingaggiato babeliche lotte contro la palude editoriale. Recentemente, ho trovato, in uno spaccio di libri d’altrove, Lo spazio interiore, antologia di testi di Michaux tradotti per Einaudi da Ivos Margoni. Era il 1968. Nel 1984, per Adelphi, Diana Grange Fiori traduce Brecce, raccolta di cristallina bellezza. Nel 1971 Alfredo Giuliani traduce per Bompiani Un certo Piuma. Oggi, per lo più, Michaux è il gioiello dei piccoli editori di genio: Quodlibet (Il lobo dei mostri, Ecuador. Diario di viaggio, Conoscenza degli abissi, Viaggio in Gran Garabagna), Stampa Alternativa, O Barra O Edizioni (che ha ritradotto Un barbaro in Asia). Michaux, intendo, è nell’al di là dell’editoria, il suo linguaggio spaventa, forse. L’esperienza eclatante del linguaggio – che ciba i ghepardi insonni nelle nostre viscere – spaventa, credo. Occorre, tramite l’atto letterario – e ancor più poetico – normalizzare più che destabilizzare. La letteratura, un tempo eccitante, ora è soporifera, insapore.

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Poi c’è quel testo, come una invocazione all’angelo, Sulla morte di Paul Celan.

Senza che gli uomini parlino, lapidato dai loro pensieri

Un altro giorno di livello più basso. Gesti senz’ombre
Su quale secolo ci si dovrà chinare per vedersi?

Felci, felci si direbbero sospiri, da ogni parte sospiri
Il vento disperde le foglie staccate.

Potere delle barelle, un milione ottocentomila anni fa si nasceva già per marcire, per perire, per soffrire

Questo giorno, già ne abbiamo avuti di simili,
quantità grande di simili

giorno su cui s’inabissa il vento
giorno di pensieri insostenibili

Vedo quegli uomini immoti
Sdraiati su chiatte

Partire.
In ogni modo partire.

La lunga lama fluente dell’acqua arresterà la parola.

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Dettagli dall’autobiografia di H.M. “Scrive, ma sempre non del tutto consenziente. Non riesce a trovare uno pseudonimo che lo conglobi, lui, le sue tendenze, le sue virtualità”. Non cerca consenso la scrittura, non bisogna acconsentire ad essa. Cioè: praticare il luogo indifeso in cui si è scritti senza essere decifrabili, in cui si scrive sotto dettatura dell’oscuro. Dell’amico Alfredo Gangotena, “poeta visitato dal genio e dalla sventura”, ricorda Michaux che “muore giovane e, dopo di lui, le sue poesie, quasi tutte inedite, bruciate nell’incendio d’un aereo, scompaiono per sempre”. La scomparsa, qui, assurge a garanzia del genio; le poesie non sono un incidente, ma un incendio, il fuoco non uccide ma esalta, il poeta si fa carico perfino della propria sparizione. Bisognerebbe sempre scrivere così, come da scomparsi, favoleggiando del fuoco. (d.b.)

*In copertina: Henri Michaux nel 1925, fotografia di Claude Cahun

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