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“La donna si distese su una grande tomba, e stendendosi sollevò il vestito…”. Turgenev e il sesso al cimitero cent’anni prima di Philip Roth

Vito Sorbello ha appena rilanciato con Aragno una silloge magnifica e tremenda dei diari dei fratelli Goncourt: il panorama letterario francese ottocentesco viene visto dal buco del camerino, per non di altro. Sia come sia, si trattava di proporre una scelta per nulla arbitraria dei volumi originari condensandoli in un solo libro dal titolo La civile indiscrezione. Parole che sono il succo e lo stile delle vicende e della “cultura” francesi, dove è quotidiano lo sputtanamento gratuito e pestilenziale del prossimo, e se si tratta di uno scrittore, tanto meglio. In altri paesi come quello anglosassone labitudine è semmai quella del ritratto in toga, rinascimentale, sul genere della civile conversazione, con quell’ipocrisia un tanto al chilo.

Ben vengano quindi i Goncourt con i loro rigurgiti di realismo. Si tratta di un insieme di osservazioni e rilievi decisamenti unilaterali, nel solco della fisiologia più becera che non manca però di punte estremamente sottili, fini, eloquenti. Qui si ricalca una pagina distesa in cui i Goncourt rielaborano gli appunti presi in una sera di maggio parigino: la compagnia dei Cinque comprende, oltre al diarista, il magnifico Flaubert, quegli animali di Daudet e Zola, oltre a Turgenev. E parafrasando un racconto lungo di quest’ultimo potremmo intitolare il racconto di quella sera di maggio proprio “Primo amore”. (Andrea Bianchi)

***

Dal diario dei fratelli Goncourt, venerdì 5 maggio 1876

Alla nostra Societé des Cinqs viene la fantasia di andare a mangiare la bouillabaisse in una taverna dietro il culo dell’Opéra-Comique. Stasera siamo loquaci, pieni di verve, espansivi.

“A me, per lavorare – è Turgenev che parla – è necessario l’inverno, una gelata come ne abbiamo in Russia, un freddo astringente, con alberi carichi di cristalli. Allora… Tuttavia, lavoro ancora meglio in autunno, lo sapete, in quei periodi in cui non soffia forte il vento, e non c’è quasi vento, in cui il suolo è elastico, e l’aria ha un sapore di vino… Ho, in Russia, una piccola baita, un giardino di acacie gialle, da noi non c’è l’acacia bianca. In autunno, il terreno è ricoperto di bacche che crepitano sotto i passi; tutt’intorno, è pieno di uccelli che imitano il canto degli altri… sì, le averle. Lì dentro, tutto solo…”

Turgenev non finisce la sua frase, ma una contrazione dei suoi pugni chiusi sul petto ci dice la gloria e l’ebbrezza di cervello che prova in questo piccolo angolo della sua vecchia Russia.

“Sì, una classica festa di nozze”, butta lì Flaubert. “Ero ancora un bambino, a dire il vero. Avevo undici anni. Sono stato io a staccare la giarrettiera della sposa. Alla festa di nozze c’era una ragazzina. Sono tornato a casa innamorato. Volevo darle il mio cuore – un’espressione che avevo sentito. A quel tempo, arrivavano tutti i giorni a mio padre cesti di selvaggina, di pesce, cose da mangiare che gli spedivano i suoi pazienti – cesti che, la mattina, venivano sistemati nella sala da pranzo. Siccome avevo sentito parlare spesso di operazioni come di cose abituali, ordinarie, ho a lungo pensato, ma seriamente, di chiedere a mio padre di togliermi il cuore. E vedevo il mio piccolo cuore portato in un cesto, da un conducente di diligenza, dal berretto a visiera guarnito di finto pelo; vedevo il mio piccolo cuore posato sulla credenza della sala da pranzo del mio amore; e nel dono materiale del mio cuore, non c’erano né ferite né sangue”.

“Un fulvo ingresso, tra due bianche cosce”, mormora Daudet.

“Quanto a me”, interrompe Zola, “ho avuto un’infanzia perversa, in un cattivo collegio di provincia. Sì, un’infanzia putrida!… Ho fatto il micio a una donna, con cui ho perso la verginità, prima di scoparla! No, ve lo garantisco, non ho alcun senso morale! Sono andato a letto con le donne dei miei migliori amici! Davvero, in amore non ho nessun senso morale…”

Edmond e Jules de Goncourt

“Venivo richiamato in Russia”, riprende Turgenev, “mi trovavo a Napoli, non avevo più di 500 franchi. Non c’erano ferrovie allora. Il ritorno fu disagevole e difficile e, come potete ben immaginare, senza spese per l’amore. Mi trovavo a Lucerna, guardavo dall’alto di un ponte, accanto a una donna poggiata coi gomiti al parapetto, delle anatre con una macchia a forma di mandorla sulla testa. Ci siamo messi a parlare, poi a passeggiare. E passeggiando, siamo entrati in un cimitero. Flaubert, lei conosce il cimitero? Non mi ricordo di essere stato, nella mia vita, più appassionato, più eccitato, più pressante. La donna si distese su una grande tomba, e stendendosi sollevò il vestito, in modo che le sue natiche toccassero la lapide. Mi gettai su di lei completamente folle. Nella mia maldestra precipitazione, la mia verga si impigliò nei ciuffi d’erba pieni di ghiaia. Mi liberai. Provai, in quel coito, il più grande piacere che mai avessi provato”.

“Tutto questo cos’è mai”, esclama Flaubert, “a paragone” – e con il gomito stretto al petto – “a paragone del braccio di una donna amata che si stringe un istante al vostro cuore, portandola a tavola?”

“Oh! Ah! Merda!” fa Daudet, che si contorce sulla sedia e contrae le mani nervose al di sopra della testa. “Questo non è il mio genere! Non potete farvi un’idea di che individuo io sia… Per godere mi occorre, stretta alla mia carne, la carne di due donne, una perché la palpi, e l’altra che divori il didietro di quella che palpeggio“.

“Ma Daudet, sono anch’io un porco”, dice ingenuamente Flaubert.

“Via dunque, lei è un cinico con gli uomini e un sentimentale con le donne”.

“In fede mia, sì” dice ridendo Flaubert, “anche con le donne di bordello, che io chiamo mio piccolo angelo“.

Ritratto di Turgenev (1879)

“Folle, ma è così”, riprende animandosi Daudet. “Ho bisogno di una scarica di parole sporche, volgari: Vieni che t’inculo. E non lasciatevi ingannare dalla donne oneste!… Pallida fino alle tempie, la donna onesta si gira per dirvi: Per Dio, come vengo inculata bene!

“Sì, sì, è vero, in amore le donne sono coscienti del loro avvilimento”.

“Strano”, si lascia sfuggire Turgenev, lungo disteso sul divano, gli occhi esterreffatti e quasi inquieti per la confessione di Daudet, “è strano, io non mi avvicino alla donna se non con un sentimento di rispetto, d’emozione e di sorpresa per la mia felicità”.

“Tutte le donne che ho avuto”, riprende Daudet, “le ho avute al primo incontro, dicendo loro cose indecenti, enormi, disgustose, priapesche. Badate che non vi sto dicendo di non aver mai fatto cilecca… Ma ne ho avute in gran quantità e le ho sempre trattate da puttane”.

“Ha mai conosciuto donne russe?”

“No”.

“Tanto peggio, sarebbe stato interessante per lei”, dice Turgenev. “La donna russa, vediamo come definirla? Un misto di semplicità, di tenerezza, di depravazione incosciente”.

“Nell’alto Egittto (è la voce di Flaubert), in una notte nera come la pece, tra case basse, in mezzo all’abbaiare di cani che vogliono sbranarvi, vi si conduce in una capanna, alta come un ragazzo di diciassette anni. Lì dentro, in fondo, sta sdraiata per terra una donna in camicia, il cui corpo è circondato da sette, otto giri di una catena d’oro, una donna che ha le chiappe fredde come il ghiaccio, e internamente è calda come un braciere. Allora con una donna così, che resta immobile nel piacere, si provano godimenti infiniti, dei godimenti…”.

“Andiamo Flaubert, questa è letteratura!”.

Riassumiamo.

Turgenev è un porco, la cui maialaggine si tinge di sentimentalismo.

Zola è un porco grossolano e brutale, la cui maialaggine si spende, ora come ora, interamente nella scrittura.

Daudet è un porco patologico, con ghiribizzi di un cervello in cui, un giorno, potrebbe entrare la follia.

Flaubert è un falso porco, che si dice tale per essere all’altezza degli amici, porci veri e sinceri.

Ed io sono un porco intermittente, con crisi di sudiceria e l’esasperazione di una carne tormentata dagli spermatozoi.

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