16 Aprile 2022

“A me verranno i secoli dal buio”. Discorso su Gesù bendato

Poi mi parla dei cinghiali: in tre, inseguivano il suo cane, di sera, “voleva sfidarli, l’ho preso in braccio, ci siamo rifugiati in casa”. Ha imparato a fare l’orto; nel piano inferiore ha ricavato una stanza, chiusa, come una tazza, per la preghiera. Su un’asta, all’aperto, veleggia la bandiera del Tibet, “il bottino di un viaggio fatto tanti anni fa, con mio fratello”. Ha imparato a fare l’orto, sorride sempre. Il cane si chiama Dulcinea e Alessandro Dehò si sente un Don Chisciotte, ne sussurra; in casa, spicca una locandina del Don Chisciotte, appunto, il balletto reso celebre da Rudol’f Nureev. L’azzardo ha un’autenticità biografica: “un giorno portavo dei ragazzi in gita, ero con una suora; insomma, siamo in autobus, leggo il finale del Don Chisciotte e letteralmente scoppio a piangere, mi sembra che un mondo, dentro e fuori di me, sia crollato, da allora”. Prete dal 2006, a Bergamo, Alessandro Dehò ha guidato, con energia e dedizione, una parrocchia, per anni: è un sacerdote attivo, semplice, cresciuto nell’oratorio, in una famiglia solida, cristiana. Prima di farsi prete, era infermiere. Non ha l’indole del contemplativo. Dopo una riflessione lenta, dolorosa, fino all’orizzonte del sangue, ha capito la costrizione del sistema ecclesiastico, una specie di sibillina coercizione, il dicastero delle castrazioni. Non è la rabbia, l’idolatria dell’ego a guidare Alessandro, ma una ferma pazienza. Ha lasciato la parrocchia, nel 2019, l’astuzia di essere ‘un punto di riferimento’.

Alcuni amici e antichi parrocchiani, che lo vengono a trovare e gli vogliono bene, lo hanno aiutato a sistemare casa. Alessandro sta a Crocetta, sopra Mulazzo, in Lunigiana: pare che in questi luoghi i Malaspina abbiano ospitato Dante. Oggi è scempio di case in abbandono, tratturi per cervi, la Lunigiana gotica, di boschi scuri, gravi; domina, ovunque, il secco e il bruno. Dalla sua casa, vedi le montagne liguri, gli speroni dell’Appennino tosco-emiliano: anche le nuvole sembrano incastellate, Sion con la bocca tappata. Spesso passano a trovarlo preti in crisi: lui, per lo più, ascolta, “non ho da insegnare altro che viverla, la crisi”. Più tardi, gli unici abitanti del borgo ci chiamano, scherzano, porgono un caffè: lui ha i baffi ottocenteschi, il viso da pirata, va in palestra, ride, è sordo, ha gli occhi straordinariamente giovani, ha ottant’anni. Lei lo sopporta, con una cura da merlettaia.

Alessandro celebra Messa nelle chiese dei dintorni; custodisce il Santuario della Madonna del Monte. Uno strano luogo, non bello; è attestato, lì, dal XII secolo, un monastero benedettino. Non pare esservi grande devozione verso questa Madonna, e proprio questo le conferisce una severità sovrana, dal cupo bagliore. Il luogo è impervio, “mi sento un po’ into the wild”, mi dice Alessandro, ottimo camminatore, con Dulcinea aggiogata al petto. Spesso, qui, celebra da solo.

Mi affascinano i libri d’ore, ne prendo uno. Protesi verso la fine del tempo, siamo ossessionati dal calendario, dalla festa, dalla sessione liturgica delle ore. In realtà, il libro delle preghiere spartisce il giorno come il pane – lodi, ora media, vespri, compieta – cioè disintegra il tempo mondano allineandosi a quello celeste. Questa disparità dona una ebbrezza frugale. Scandire le ore vuol dire divorarle – non voglio significare nulla, pregando, ma sparire tra le fauci del Dio vivente. Così, prego, fino al balbettio, alla barbarie grammaticale, alla bava senza vocali, fino a non capire nulla, non voglio capire, voglio crollare.

Diversi cerchi di nebbia, a volte, velano il rifugio di Alessandro: siamo tutti fuggitivi, non so se lì si trovi Dio, se ci si lasci tentare dai baratri, di certo, lo si sogna, Dio, a sera, direbbe Franz Kafka, si attende l’angelo a dieci braccia, con un cartiglio tra i denti.

Quando torno nel mondo, mi butto nel vertiginoso racconto della Passione. Del dileggio dei soldati, quel magistero di sputi, flagelli, botte, mi sorprende la vestizione. Gesù è vestito da re a contrario, con la canna, la corona di spinte, la “porpora”; poi, “lo rivestirono delle sue vesti” (Mc 15, 20). Tra l’altro, quelle vesti vengono tirate a sorte, secondo la profezia del salmista (22, 19), per essere spartite tra i soldati (Mt 27, 35), dopo la morte dell’Uomo. Quelle vesti – che svestono – hanno un ruolo: la nudità di Gesù è come un occhio senza palpebre. Ma c’è, appunto, una divergenza simbolica tra gli abiti con cui i soldati rivestono Gesù, sovranità discinta, sperperata, e le vesti appropriate all’Uomo, con cui va alla crocefissione. Qui dovremmo pensare a cosa significhi ‘uniforme’, a quanto la veste corrisponda al ruolo, al discernimento delle vesti: il sacerdozio implica una svestizione; gli addobbi cardinalizi, l’abbondanza di significati assegnati al talare, il ridondare d’oro, forse, sono emblema della regalità dileggiata, del sovrano flagellato. Ogni re esiste a giustifica del regicidio.

Ma è altro che sorprende la mia ingenuità. Mentre gli sputano addosso, lo picchiano, i soldati “si misero… a coprirgli il volto” (Mc 14, 65), “gli bendavano gli occhi” (Lc 22, 64), lo giocano: “profetizza”, ora, cieco, chi ti sta menando. Il rovesciamento del potere regale è preparato dallo sbugiardamento della profezia: Gesù è un re da burla e un falso profeta, un indovino maldestro e malmenato, non sa riconoscere neppure il nome di chi gli sta spaccando la faccia. Eppure, “il profeta andò ad attendere il re sulla strada, dopo essersi reso irriconoscibile con una benda sugli occhi” (1 Re 20, 38). Irriconoscenza, irriconoscibile: anche questi sono i caratteri della presenza di Gesù. La benda, la cecità, raffigurano l’inizio dei misteri, l’iniziato in ostaggio: il vero mondo è tra bende. Si è mai visto un dio bendato? Quanto è diverso – opposto – il Nazareno bendato, non altro che uomo, dalla Fortuna bendata, dall’icona di Eros con la benda… Cosa significa non guardare in faccia nessuno? Che si è sotto scacco del caos o servi dell’egida inflessibile di un dio senza sguardo, senza occhi? Anche la Giustizia è bendata; Din è la Giustizia di Dio, affratellata alla severità, al rigore, al sangue; Gesù giustizia se stesso. Va distillata una analogia tra le “fasce” di Gesù appena nato (Lc 2, 7), deposto “in una mangiatoia”, già pasto, la benda che sancisce la cecità dei flagellatori e la profezia del Figlio, “le bende distese” trovate da Pietro nel sepolcro vuoto (Gv 20, 6).

Il Cristo bendato dipinto da Beato Angelico a San Marco è l’icona della sovversione del potere: la fascia che acceca Gesù, che annienta gli occhi, sembra l’orizzonte del Santo, il velo del Tempio, il punto di ingresso, la soglia. Così, nelle poesie ascritte a Živago, Boris Pasternak racconta L’orto del Getsemani:

Il corso dei secoli è come una parabola
e può prendere fuoco mentre corre.
In nome della sua terribile grandezza
scenderò nel sepolcro fra volontari tormenti.

L’ultimo verso, su cui si chiude il romanzo, ha crudi enigmi: “A me verranno i secoli dal buio”. Quanto a noi, siamo come quel “ragazzo” che seguiva Gesù al Getsemani, di lontano. Dopo l’arresto dei soldati, “i discepoli, abbandonatolo, fuggirono tutti”. Lui fu l’ultimo. “Tentarono di afferrarlo”: aveva “solo un panno di lino sul corpo nudo”. Gli tolsero pure quello, ma riuscì a scappare, il ragazzo, “se ne fuggì via nudo” (Mc 14, 52). Forse è con quel panno che quegli stessi soldati bendano Gesù. Di certo, noi siamo nudi, fuggitivi, per sempre ragazzi, distanti, senza nome, il chiavistello del sangue, cosa muta, scalza, dimentica.

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