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“Non sono sicuro nemmeno di questo: che io ‘sia’ e che realmente io esista”. Un racconto di Gabriele Lavia

Un treno Frecciarossa classe Executive si ferma a una stazione di passaggio. La porta sbuffa e si apre. Cerco con gli occhi un’insegna che mi dica dove si sia fermato quel treno. Qualcuno mi spinge con una cieca violenza fuori dal treno e cado sul marciapiedi della stazione con un grido feroce di paura e di dolore. Resto a terra. Per quanto? Non voglio tornare in me stesso. Cristo, che cosa mi hanno fatto? Perché? Mi muovo e mi aspetto di provare, ad ogni minimo movimento, in ogni parte del mio corpo, un dolore acuto. E invece no, non provo nessun dolore. Addosso non mi trovo nessun segno di violenza.

Scaraventato non so da chi e perché fuori da un treno Frecciarossa che se ne riparte, con un fischio acutissimo, mi rimetto in piedi, in preda di un angoscioso stordimento. Uso la parola stordimento nel significato che ne da Dante parlando dello stupore: “Lo stupore è uno stordimento d’animo per grandi e maravigliose cose vedere o udire o per alcuno modo sentire”. Ecco, dunque, lo “stordimento” è solo dell’anima. È una stupita attenzione meravigliata e presente. È angoscioso il mio stupore. Angoscia. Angustia. Ristrettezza. Mancanza d’aria. Soffocamento. Respiro a fatica e sono avvolto letteralmente dalla notte che è una notte nera come la pece.

Riesco a pensare: “Dove sono?”… Grido… Ricordo il grido di Edipo avvolto dalle tenebre dei suoi occhi accecati. “Dove vola nell’aria la mia voce? O destino dove mi hai precipitato!” A Torino!… Devo andare a Torino… Ho lo spettacolo al teatro Carignano!… Edipo re!… Sofocle! Sofocle era soprannominato “eucolon” che vuol dire qualcosa come “simpaticone”! Pare che Sofocle fosse davvero “eucolon” e conoscesse tantissime barzellette e fosse amatissimo da tutti. E fosse ricchissimo di famiglia. E piacesse moltissimo alle donne. Beato lui! Al teatro Carignano di Torino devo recitare “Edipo Re” di Sofocle, nel ruolo di Edipo! “O tekna…” “O figli”… Con la parola figli comincia la tragedia del figlio.

Mi ritrovo barcollante, “stordito” e stupefatto nelle tenebre di una stazione ferroviaria deserta! Non c’è il nessuno a cui rivolgermi per sapere che cosa sia successo. Dove mi trovo? Cerco l’insegna della stazione. In quale città mi trovo?… Ecco… L’insegna… che cosa c’è scritto… Santiddio è tutta cancellata, corrosa, arrugginita! Che paese! “Dove sono?”. Vorrei gridare nel vuoto della mia terribile incertezza. Perché batto i denti così? La fronte mi scotta, mi sento la febbre. Nell’orecchio sinistro, eccolo!… il mio insopportabile “acufene”… che mi penetra il cervello. Nessuno sa perché ti venga questo maledetto acufene. Vengo strangolato dal terrore. Tutta quell’ansia, quello spasimo acuto, l’acufene… e lo spettacolo… Devo fare lo spettacolo! Dio mio, non ho nemmeno un bagaglio… È rimasto tutto sul treno. Anche il mio cappotto, il mio cappello.

Fine novembre. Freddo. Ecco perché batto i denti. Che buio, Dio, che buio! Non posso parlare, non posso gridare. Una pietra! C’è una pietra proprio accanto ai miei piedi e la raccolgo con rabbia. Se ci fosse qualcuno giuro che l’ammazzerei. A colpi di pietra. Scaglio la pietra contro il vetro di una specie di casotto che c’è sulla banchina, con un grido di rabbia, e il vetro si rompe. Ho paura. Mi ha visto qualcuno? Non c’è nessuno. Esco dalla stazione. La città mi è ignota… Nella vasta piazza livida per gli squallidi barlumi dell’alba non c’è nessuno. La stazione alle spalle è bianca. Enorme. Al centro, almeno a 10 metri di altezza, c’è un grande orologio rotondo senza lancette. Soltanto i numeri romani. Come ne Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Mi guardo le mani e le osservo bene per un verso e per l’altro: le chiudo, le riapro, mi tocco la faccia e mi cerco addosso per sentire come sono fatto e se sono ancora “fatto”. Non sono sicuro nemmeno di questo: che io “sia” e che realmente io esista.

Gabriele Lavia

*Si pubblica, per gentile concessione dell’editore, una parte del racconto di Gabriele Lavia, “C’è un ragazzo che sorride”, raccolto in “Aut Libri Aut Liberi. Otto racconti al tempo della peste” (De Piante Editore, 2020). Il libro si può acquistare qui

**La fotografia di Gabriele Lavia in copertina è tratta da qui

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