22 Novembre 2024

“Voglio sempre tutto”. Storia di Franziska zu Reventlow, la contessa dello scandalo

Un disperato bisogno di dispiegarsi in volo, di slegarsi da qualunque fuoco potesse fonderle i piedi al suolo. Franziska Gräfin zu Reventlow è un fiammifero senza fine, un incendio che non può essere fermato.

Fanny (così era stata battezzata) nasce a Husum, nell’estremo Nord germanico, rappresenta la figura femminile dalle ali imperturbabili all’interno del panorama letterario e sociale tedesco dell’era guglielmina.

“Non dovessi liberarmi, non dovessi salvare il mio io interiore; – so che perirò in caso contrario”

Estrema discepola della ricreazione dei valori teorizzata da Nietzsche, ultima oppressa della famiglia per bene e pagana fino al malato midollo, viene studiata non tanto per la sua scrittura o la sua arte, bensì per la sua impossibile storia senza freni.

“Quell’estremo coraggio di essere se stessi – ti conduce lungo un sentiero sanguinoso – ti rende i piedi crudi e stanchi”.

Tradizionalmente etichettata come la contessa dello scandalo Bohèmien dei circoli di Schwabing a Monaco di Baviera, nell’ultimo scorcio del XIX secolo, ha attirato l’attenzione su di sè per il provocatorio rifiuto della moralità convenzionale. Franziska nasce all’interno di un contesto nobile, dove morale tradizionale ed etichetta rigida fanno esplodere in lei una natura ribelle. Era la quinta figlia dell’amministratore distrettuale prussiano Ludwig Graf zu Reventlow. Sua madre, Emilie, nata contessa zu Rantzau; la famiglia era amica, tra gli altri, di Theodor Storm. Franziska apparteneva, quindi, all’aristocrazia originaria dello Schleswig-Holstein, una delle famiglie che plasmò la storia del Paese e della Danimarca.

Il costante conflitto materno con Emilie sprigiona in lei un’anima impossibile e incapace di farla diventare una rispettata giovane signora della borghesia tedesca, sposata con un ricco nobile e con una famiglia perfetta. Praticò l’amore libero, la maternità singola, apice libertario femminile.

“L’ebbrezza svanisce, e poi? – Anche le ebbrezze svaniscono, ma ne seguiranno di nuove”.

In giovane età fu cacciata dal collegio per grave mancanza di rispetto verso le autorità. Per tutta la vita ha desiderato il Mare del Nord. Quando il padre andò in pensione, la famiglia si trasferì a Lubecca. La necessità atavica di squarciare i propri freni ideologici e morali la portò a unirsi a un circolo di ribelli, dove discussioni appassionate attorno al libro di August Bebel su La donna e il socialismo, i drammi rivoluzionari di Ibsen e l’appello di rivalutazione dei valori di Nietzsche la facevano da padrone.

“Voglio sempre tutto”.

Franziska aspettò la maggiore età per fuggire da quel regno nobile che la imprigionava. Scappò dalla reclusione familiare prima ad Amburgo, dove ebbe multiple relazioni e sposò un avvocato da cui ottenne i soldi per frequentare l’accademia privata del pittore Oberkrainer Anton Ažbe in quel di Monaco di Baviera. Qui conosce figure del calibro di Theodor Lessing, Erich Mühsam, Oskar Panizza, Rainer Maria Rilke, Marianne von Werefkin, Alexej von Jawlensky e Franz Wedekind. Il suo animo, il suo comportamento eccentrico e selvaggio all’interno della “Montmartre tedesca”, però, distrugge dopo poco tempo il vincolo matrimoniale e la porta alla povertà più assoluta. La famiglia taglia i ponti economici con Franziska ed lei, da quel momento, è costretta a vivere ai margini più estremi della società. Tenta, in maniera fallimentare, di mantenersi vendendo latte, fino a quando si lancia nel tentativo, poi rivelatosi fruttuoso, di prostituirsi in un bordello dell’alta nobiltà.

Lo studioso di Schwabing, Klaus Hübner, spiega:

“Dopo tutto, lei ha sempre inteso il concetto di libertà come comprensivo della libertà erotica. Naturalmente, questo piaceva a molti uomini. Soprattutto in quei tempi di prudenza guglielmina. In questo senso, se si intende la musa come ‘stimolante’, non c’è da stupirsi”.

Nel 1897, Reventlow aveva dato alla luce il suo amato figlio Rolf, alias Bubi, alias l’animale degli dei, di cui mai ha rivelato l’identità paterna. Con impareggiabile disinvoltura nei confronti delle convenzioni e dei pregiudizi, si impegna a crescerlo come madre single, viene acclamata per questo come una madonna pagana dai suoi amici “Kosmiker” e non esita a commettere falsa testimonianza per evitare che le venga assegnato un tutore legale maschio. Volutamente tiene il figlio fuori dal sistema scolastico patriarcale come dal servizio di leva per la patria: la sua certificazione di insegnante le permette di educare Rolf a casa; nel 1917 lo aiuta a disertare attraversando il lago di Costanza a remi fino in Svizzera. Reventlow esalta la maternità e il rapporto simbiotico madre-figlio perché rappresenta la soluzione perfetta per il suo bisogno di sentire il calore e la sicurezza di un unico e stabile legame umano che, allo stesso tempo, non infrange la libertà della sua vita sentimentale.

Raramente crolla sotto il peso della sua figura libertina:

“19 giugno. Mezzo morto. A letto con il gelato del mattino. Senza appetito, stanca, sofferente. Nel pomeriggio ho tradotto un racconto. Ho giocato con Bubi”.

Passa da un uomo all’altro a Schwabing, o Wahnmoching, come la chiama lei. Ne paga le conseguenze con molte relazioni fallite e aborti spontanei.

Si fa assumere come attrice, pittrice di vetri, commessa e sguattera, persino come prostituta occasionale. Sembra stranamente ingenua. Si entusiasma per le dissolute feste di carnevale degli artisti di Monaco:

“Celestiali! Sembra che stia arrivando una tempesta o una valanga. Voglio avere tutto e abbracciare tutti. Ogni cosa è piena di ricordi di questi giorni di sballo. Carnevale! Celeste! Celeste! Celeste!”.

Zu Reventlow è caratterizzata da contrasti: è dell’opinione che le donne non possano creare opere d’arte. Eppure, scrive romanzi e saggi estremamente spiritosi e ironici. Crede che le donne debbano avere la meglio. Lei stessa, tuttavia, non vuole essere solo una moglie, ma preferisce la libertà dove deve guadagnarsi da vivere da sola. 

Trova relazioni selvagge in Italia, Grecia e Svizzera. Agli inizi del 1910, la sua situazione economica è sul lastrico ed è costretta a lasciare Monaco per recarsi ad Ascona. Qui accetta un matrimonio finto per ottenere l’eredità del nuovo marito, ma il destino la schiaccia e la banca del suo sposo fallisce, insieme ai denari entrati nelle tasche di Franziska, che svaniscono nel nulla. All’età di 47 anni si arrende alla morte dopo un incidente in bicicletta, a Locarno, dove tutt’ora giace la sua tomba.

“Poi le nuvole si spostarono sulla luna e tutto si oscurò. –
E seppellimmo il nostro morto amore”.

La passione artistica di Franziska zu Reventlow, non appagata, è la pittura più che la scrittura. Sebbene sia una diligente corrispondente e diarista, riconosce il talento per la scrittura come un mero modo per sbarcare il lunario. Traduce ottomila pagine di opere di Maupassant, Prévost e France, vende battute e brevi pezzi in prosa alla famosa rivista satirica “Simplicissimus”. Oggi la Reventlow è conosciuta per i romanzi semi-autobiografici e per le lettere e i diari, che fanno luce sul lato non convenzionale della Germania guglielmina. Il romanzo autobiografico Ellen Olestjerne (1903) descrive l’infanzia e la giovinezza dell’autrice e il doloroso conflitto tra un’educazione repressiva e la sua insaziabile fame di vita (vitalismo nietzschiano). Un’altra opera, ispirata alle lettere della famosa cortigiana francese del XVII secolo, Ninon de Lenclos, mostra la controversa filosofia dell’amore libero di Reventlow, che libera le donne dall’essere meri oggetti del desiderio maschile e gioca ironicamente con le possibilità di inversione dei ruoli, di una donna che contempla vari tipi di amanti, ad esempio il salvatore, l’“elegante Begleitdogge” (elegante compagno canino), o il gentiluomo, affascinante straniero. Altre opere presentano osservazioni satiriche sulla scena bohémien di Monaco intorno al 1900. In Italia, nel 1983, l’editore Adelphi ha pubblicato un suo romanzo del 1916, Il complesso del denaro; nel 2014 l’editore Elliot ha pubblicato Piccoli amori.

Sebbene alcuni dei suoi temi si sovrappongano a quelli enfatizzati dal movimento femminile contemporaneo, la scrittrice prendeva le distanze e non sopportava alcuna associazione con le “Bewegungsweiber” (donne del movimento), che detestava per quello che considerava il loro puritanesimo prudente. Fu amica di femministe dichiarate, come l’avvocato, attrice e fondatrice della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, Anita Augspurg; tuttavia, non sostenne né il suffragio femminile né il desiderio delle donne di competere con gli uomini a livello professionale. Inoltre, anziché puntare a limitare la sessualità maschile abolendo la prostituzione, come fece gran parte del movimento femminile borghese, Reventlow considerava il matrimonio tradizionale la prostituzione per eccellenza: pretendeva provocatoriamente lo stesso rispetto per la libera espressione dei desideri sessuali delle donne come per quelli degli uomini. La discrepanza tra l’insistenza pratica di Reventlow sull’indipendenza e l’autodeterminazione assolute, da un lato, e la sua difesa dell’emancipazione erotica, ma non economica, dall’altro, rende la sua posizione contraddittoria nei confronti dei ruoli tradizionali e d’avanguardia delle donne. Molti critici hanno liquidato Reventlow come rappresentante di una ribellione meramente erotica. Tuttavia, l’autrice è andata oltre la semplice affermazione di una sessualità femminile sicura di sé. I suoi scritti sulle esperienze personali, le opinioni anticonformiste e il comportamento controverso rappresentano un importante contributo al discorso pubblico sui ruoli di genere e ampliano il tema dell’edonismo letterario – finora riservato solo ad autori maschi come Wedekind o Schnitzler – includendo una prospettiva femminile.

Gli studiosi si sono concentrati sulla vita di Reventlow più che sui suoi scritti e hanno interpretato le sue mutevoli storie d’amore soprattutto in termini psicologici, come risultato di un’infanzia repressiva e dei conflitti con la madre. Questo è vero: la ribellione personale della Reventlow non era sempre correlata alla ribellione collettiva del crescente movimento femminile, non si presentava come politicamente impegnata, non era esplicitamente una femminista e la sua occasionale critica sociale era apparentemente motivata da esigenze individuali piuttosto che dal coinvolgimento sociale. Tuttavia, i suoi scritti hanno implicazioni politiche. Trattando pubblicamente argomenti tabù, fornì modelli di indipendenza e di autodeterminazione per le donne riguardo al matrimonio, alla sessualità e alla maternità e contribuì a sovvertire parte dell’anti-edonismo, dell’anti-individualismo e della cieca fedeltà all’autorità allora prevalenti nella Germania imperiale.

Nata nel 1871 e morta nel 1918, le date che scandiscono la sua vita e morte coincidono esattamente con quelle dell’impero tedesco; quell’impero che rappresenta tutto ciò a cui Franziska si è ribellata.

Tommaso Filippucci

***

La mia finestra

Quando mi sveglio al mattino, guardo dritta alla mia finestra. È sempre aperta, sia che il cielo lanci neve e pioggia al centro della stanza, sia che il sole di luglio ci splenda dentro.

Di fronte vi è la caserma. Il tetto con i suoi numerosi frontoni è leggermente più alto del mio. Sulle finestre dei frontoni giace il sole del mattino come rame incandescente. Mi sdraio a letto tra la veglia e il sonno e ascolto con gli occhi socchiusi. Il giorno è ancora così fresco e intatto davanti a me.

Di fronte alla finestra si erge il cavalletto, mi aspetta. Si, questo giorno dovrebbe essere meraviglioso come mai nessun altro. Per una voltra dovrebbe essere veramente salute e vita.

I miei giorni migliori sono quelli in cui c’è musica militare all’alba del mattino. Mi alzo dal letto con entrambi i piedi e vado alla finestra. Come i valorosi e colorati ragazzi escono dalle loro caserme nella loro fresca calda giornata. E per strada già è tutto un via vai.

La nebbia mattutina è ancora tranquilla sui lontani tetti. Le teste assonnate emergono da tutti i lucernari vicini, desiderose anche loro di ascoltare la musica.

Mi metto a lavorare vicino alla finestra e l’aria mi scorre a ondate intorno alla testa, immergendomi in un’atmosfera sempre più fresca, e quassù è così silenzioso.

La sera, non appena il lavoro è finito, rimango a lungo alla finestra.

Sì, dov’è andato il mio fresco e luminoso giorno? È nuovamente divenuto stanco e frammentato.

– Crepuscolo nero e rosso sulla città. Due campanili insensibili, alcune ciminiere di fabbriche e tetti allungati si ergono nell’ultimo bagliore.

La caserma giace buia, nera e priva di vita. Solo nella parte superiore sono illuminate alcune finestre e di tanto in tanto l’ombra di una guardia solitaria passa dietro di esse.

In alto, il cielo nero notte o le stelle o la luna proiettano un freddo chiarore verde sul tetto di ardesia scura.

Giù, sulla strada proprio di fronte a me, arde una solitaria lanterna.

A volte guardo alle mie spalle, nella mia stanza illuminata.

Voglio pensare al nulla, ma quando butto i miei pensieri fuori da una porta, essi rientrano da un’altra.

Proprio qui devo pensare ad alcune cose. Quassù sono profondamente sola.

Dove sono i miei compagni? Prima venivano sotto la mia finestra ogni sera e il nostro fidato fischio mi raggiungeva. Aspettavo il suono e all’udirlo scendevo giù per le mie quattro rampe di scale come il fulmine.

E poi stavamo insieme fino a tarda notte.

Come eravamo giovani ed entusiasti allora. Tutta l’arte e tutta la vita, avevamo tutto, era tutto nostro. Ed eravamo buoni fratelli e condividevamo tutto.

Dov’è finito il tempo – e tutto se ne è andato con esso.

A volte penso che torneranno e sentirò ancora una volta il nostro fischio.

Ma è tutto finito – e io sono sola.

***

Perché?

In una notte di maggio si è sparato l’allievo Hans Sörensen.

Era ancora un bambino, almeno così pensavano i pochi che conoscevano il suo ridente e vasto viso fanciullesco. È vero, rideva spesso e molto, ma i suoi occhi potevano fissarsi d’improvviso con uno sguardo stranamente vuoto, morto, come se stessero cercando qualcosa senza trovarlo, o come se la risata gli avesse fatto del male. Nessuno lo credeva capace di un’azione simile, o di una decisione così fulminea, nessuno aveva intuito che portava con sé un pesante dolore, una distruzione interiore.

L’ultimo pomeriggio aveva un appuntamento con un amico: non si presentò. Si era seduto nella stanza e aveva riordinato i piccoli averi e le corrispondenze. Poi aveva fatto i compiti di scuola per il giorno dopo ed era uscito. Al suo coinquilino, che lo voleva accompagnare, disse di andare a trovare un conoscente. Quando si liberò di lui, si recò da un commerciante d’armi e scelse due pistole. Le voleva entrambe, disse, e avrebbe fatto sapere nel caso le avesse volute tenere.

La sera scherzò e parlò come al solito e quando, dopo cena, si sedette attorno alla lampada, finì di leggere un romanzo che aveva iniziato la sera precedente. Non appena l’orologio segnò le dieci, i fanciulli andarono a letto. Quando salirono le scale, la sua luminosa risata risuonò ancora una volta nella silenziosa casa crepuscolare: nessuno sapeva che sarebbe salito per l’ultima volta e che sarebbe stata riportata tra noi solo la sua vita distrutta.

Quando si coricarono, Hans lesse il libro di preghiere della madre come faceva ogni sera, poi spense la luce e ascoltò il respiro del proprio compagno e si alzò di nuovo non appena fu sicuro che stesse dormendo. Si alzò silente e si sedette alla scrivania davanti alla finestra spalancata, da cui filtrava la quiete della notte. In un brivido, si sedette e guardò la morte in faccia. Là, davanti a lui si ergeva la foto di sua madre, e scrisse ai genitori. Li ringraziava per il loro grande amore; dovevano perdonarlo per averli lasciati in questo modo – non poteva più vivere – e dovevano dimenticarlo ed essere nuovamente felici quando se ne sarebbe andato, sparito e sepolto. Che loro non avrebbero mai più potuto essere felici, che l’oscuro segreto della sua vita strappata aveva distrutto anche loro… di questo non se ne rendeva conto.

Le pistole se le portò a letto con sé. La prima non sparò – lo si è capito più tardi –, il proiettile della seconda lo uccise, penetrando il cranio sopra l’occhio destro. Nessuno in casa fu scosso dallo sparo, tutti dormivano. L’altro fanciullo continuò a respirare beato, e la candela bruciò tremolante finché al mattino si spense e il sole, caldo e luminoso, entrò nella stanza.

La mattina seguente lo trovarono così, con un braccio che pendeva dal letto, l’altra mano che teneva ancora la pistola. La bionda testa caduta all’indietro e il pallido volto morto con l’antica espressione di bambino che ride. Sopra l’occhio destro vi era una ferita aperta da cui il sangue e la vita era fluiti come un rosso e selvaggio torrente sulle bianche lenzuola. Ai piedi del letto giaceva il libro di preghiere aperto e la candela bruciata. Sulla scrivania, davanti alla fotografia della madre, la lettera ai genitori – il suo addio alla vita.

Coloro che sono rimasti non hanno potuto risolvere lo straziante enigma e se lo sono dovuto portare con sé per tutta la vita.

Ed era morto e se l’era trascinato con sé. – Perché?

***

Pinta mattutina

L’intera Monaco di Baviera era in un’ebrezza salvatrice. L’inebriante e giovane birra di primavera vorticava nelle teste di tutti.

Nell’atelier di R.R. vi era una pinta per la colazione di Salvator.

Un lungo tavolo era stato allestito con casse e “Hockerln” e coperto con camici e grembiuli da pittore di tutti i colori. Su di esso i boccali da birra in pietra. Intorno i più o meno promettenti geni della scuola di pittura.

Facce arrossate, rauchi canti da gole intrise di birra, boccali rovesciate, pozze di alcol sul tavolo e sul pavimento.

Il banchetto si protrasse fino al pomeriggio, poi si andò al bar.

La strada lungo la quale viaggiava in coppia il corteo era immersa nel baglio del pomeriggio primaverile.

Uno di loro era un giovane tedesco del Nord che a malapena riusciva a reggersi in piedi. I suoi occhi impazzivano confusi per la strada, sbattendo le palpebre per evitare la luce.

A un angolo della strada si ergeva il suo migliore amico che discuteva con un altro signore. L’ebbro voleva avvicinarsi e parlargli.

“Vieni al bar?”

“No.”

“Ci si vede dopo?”

L’interlocutore lo fissò negli occhi arrossati e confusi: “Non oggi”, gli voltò le spalle e se ne andò senza dire altro.

Il giovane lo guardò, voleva seguirlo, ma uno dei suoi compagni di bevute lo allontanò. Lo sguardo del suo amico gli aveva inciso nell’anima una specie di vergogna e allo stesso tempo di ostinazione.

Il suo amico non si era accorto che da settimane stava morendo di fame.

Franziska Gräfin zu Reventlow

*I testi, finora inediti in Italia, sono stati scelti e tradotti da Tommaso Filippucci

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