skip to Main Content

“Siedo al buio. Le idee sono i trofei della mia lotta contro il soffocamento”. Iosif Brodskij come non lo avete mai letto. Le poesie della giovinezza

Avete già letto come e perché Iosif Brodskij ventenne incominciò a scrivere poesie: opposizione al regime, voglia di fare, desiderio di veder chiaro e via così. Nel 1972, a trentadue anni, fu espulso dall’Unione Sovietica e aveva già una buona rete di contatti italiani. In quello stesso anno Giovanni Buttafava, che ne è traduttore, riceve dal nostro un’apposita poesia intitolata Lettere a un amico romano.

A seguire, nel 1979 Mondadori stampa con gesto iconoclasta una prima silloge a cura (estrema) dello stesso Buttafava. Ecco la carrellata di titoli: sono importanti perché Brodskij parte da questi emblemi in alto, che sormontano le dediche ad amici alla macchia e a mogli celate per fissare una sensazione, uno stato d’animo.

Fermata nel deserto comprendeva quindi Romanza di Natale, Enigma a un angelo, Con tenerezza e con malinconia, Nuove stanze ad Augusta, 1 gennaio 1965, Di sera, Profezia, Fermata nel deserto, Adieu mademoiselle Véronique, Sonetto, Fontana, Quasi un’elegia, Versi d’aprile, Sera d’inverno a Jalta,  Colloquio con un celeste, Enea e Didone, Fine della Belle Époque, Canzone d’ottobre, Nature morte, Odisseo a Telemaco, Serie d’osservazioni, Nel paese dei laghi, 1972, Sera d’autunno in un paesetto umile, Per la morte di un amico, Laguna, Venti sonetti a Maria Stuarda, Lettere.

*

Quel volumetto Mondadori non fu ristampato, Brodskij vinse il Nobel nel giro di pochi anni e divenne un santone della stampa occidentale perdendo quello stigma di decoro esplosivo che era il ‘proprio’ della sua attività giovanile. Certo, nel frattempo si trasformò positivamente, si fece meno elusivo, più corroborante, più dialogante, più scettico e ‘oraziano’ – ma lasciò i germi giovanili, quelli da pellegrino astuto. Così come si lasciò dietro la moglie russa… ma qui siamo oltre la critica, che già di suo è cosa sciocca.

*

Il libro di sedicenti “poesie raccolte” – Collected poems – che ho sottomano è un acquisto modesto. Il paperback è del 2002. La casa editrice, Farrar – però il libro a Londra si vendeva tranquillamente nel quartiere Bricklane, dove una volta c’erano i cingalesi e che oggi è assediato dagli hipster. Librerie formato Ikea dove allo scaffale dei classici, a soppesare le love letters di Keats, trovi in genere le ragazze afro, le bianche se ne fregano. Bontà dei classici!

Sia come sia, il volume si apre con undici poesie che risalgono a prima dell’esilio e quindi non sono mai state messe a disposizione del lettore italiano perché a) la scelta congiunta fatta da Brodskij con Buttafava di Poesie per Adelphi parte dal 1972 e b) questi testi giovanili non furono inseriti tutti quanti in Fermata nel deserto e nemmeno lo erano state nel 1971 da Mondadori con Poesia sovietica degli anni ’60.

L’elenco delle riviste che tra anni Sessanta e Settanta lanciavano Brodskij è in realtà bello lungo, di mezzo c’era La fiera letteraria e altre cose. Non importa, nessuno scelse queste piccole poesie della giovinezza che invece gli inglesi hanno inserito nella collezione tascabile (per giacche grosse).

Allora recuperiamone un paio di poesie. Avvertirete che non sono per nulla mistiche. Gli anglosassoni hanno preferito una versione più feriale di Brodskij rispetto a quella di ‘oppositore angelico’ che fu data per buona in Italia. Buona lettura

Andrea Bianchi

***

Testo per una canzone da non musicare (1970)

Quando un giorno ti ricorderai di me, ricorda le notti avvolte
in cortine nere, bene in alto, da qualche parte laggiù,
a Skagerrak, accompagnate da qualche pianeta
pulito e felice che scintillava

in una luce distante quasi come nella nebbia,
una stella solitaria, senza nome
che nei fatti non esiste.
Ma sta tutta qui l’Arte di amare

o quella di vivere:
vedere la carne che la natura non possiede,
e dove c’è il vuoto, andare a caccia di tesori
e di donne che sbattono le ali

e di femmine di leoni e magari di idoli scuri,
piuttosto piccoli ma potenti,
femmine di aquile che predicono il risultato finale.
Molto più semplice, poi, di queste fatiche

e di questa caccia agli idoli femminili,
di questo volteggiare tra cielo e terra
e le altre superfici, molto più semplice è
stabilire un punto fermo, una vocale.

Fissa lo sguardo fuori, nella nube notturna.
In che direzione? Vanno bene tutte.
Non conta quel che la vita ha,
ma solo la fede del singolo in quel che dovrebbe esserci.

Punta il tuo dito sottile nel buio:
lì, in alto a sinistra nella pece
ci dovrebbe essere una stella;
e se non è lassù, pardon,

sorrisi ben distesi ti offrono un compenso;
come un gallo che abbia perso l’incontro con l’alba,
la mente, diminuita malamente dalla
nostra partenza, semplicemente tenta di slanciarsi.

*

Siedo alla finestra (1971)

Dicevo che il fato conduce il suo gioco senza tenere i punti,
e poi, chi vorrà il pesce se gli dai il caviale?
Il trionfo dello stile gotico deve pur venire
e toccarti di striscio – non avrai bisogno di carbone o di erba.
Siedo alla finestra. Fuori, un pioppo.
Quando amavo, amavo in profondità. Non succedeva spesso.

Dicevo che la foresta è solo parte di un albero.
Chi vorrà la ragazza intera se gli date il ginocchio?
Stanco della polvere sollevata dall’era moderna,
l’occhio russo gradirebbe riposarsi su qualche guglia in Estonia.
Siedo alla finestra. I piatti sono pronti.
Sono stato felice qui. Ma non succederà più.

Scrivevo: la lampadina guarda con paura verso il basso,
e l’amore, come atto, soffre per carenza di verbo, e lo zero
che Euclide riteneva fosse un punto che scompare
non era matematica – era la nullità del Tempo.
Siedo alla finestra. E mentre siedo
Torna la mia gioventù. Potrei sorridere. O sputarci sopra.

Dicevo che la foglia potrebbe distruggere la gemma,
e quel che è fertile cadere sul suolo incolto – a vuoto;
che sul campo piatto, la natura piana e senza ombre rovescia
invano i semi degli alberi.
Siedo alla finestra. Le mani mi annodano le ginocchia.
La mia ombra pesante mi fa compagnia quando mi aggomitolo.

La mia canzone era fuori tempo, la mia voce era andata,
però non ci saranno cori in grado di ripeterla.
Una canzone come quella non raccoglie premi, non scuote
nessuno – nessuno poggia le sue gambe sulle mie spalle.
Siedo alla finestra nel buio. Come un treno espresso,
le onde si sollevano dietro la cortina.

Da figura leale in questi anni di seconda classe,
ammetto con orgoglio che le mie idee più fini
sono anch’esse di seconda classe, e possa il futuro prenderle
come trofei della mia lotta contro il soffocamento.
Siedo al buio. Sarebbe dura capire
Cosa sia peggio: il buio interiore, o quello esterno.

Iosif Brodskij

* traduzione di Andrea Bianchi. Le due poesie furono tradotte in inglese sotto il controllo di Brodskij e apparvero rispettivamente su Vogue febbraio 1975 e su New Yorker 4 giugno 1979. Qui la prima poesia è tradotta parzialmente (solo la chiusa della terza e ultima stanza).

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca