“Fiera della sua solitudine imperiale”. Storia torbida di Gabrielle Wittkop, una leggenda
Letterature
Marius Ghencea & Tony Vero
Il Kafka che conosciamo è narratore geniale e rifinito, puntiglioso ed elegante, ma ogni tessera del mosaico della sua intera opera porta in sé timore, angoscia, senso di impotenza e colpa; e quanto ci si sorprende nel leggere, nella Lettera al padre, di un Kafka incapace di forbito e fluente eloquio, ammutolito, cagionevole e sparuto non tanto e solo nel fisico, quanto nella capacità di dominare il linguaggio verbale! Fin troppo meccanicistico rimandare questa caratteristica vissuta come un handicap alla figura autoritaria del padre Hermann, forse, ma non certo del tutto erroneo. Nelle vibranti e lucidissime righe della lettera Kafka imputa a questi di essere stato nei suoi riguardi, forse senza colpa ma non per questo senza responsabilità, censorio, ingombrante, despota e incapace di concepire che la “materia” del Kafka bambino, o adolescente, così poco si accordava con la sua mano. C’era così poco di kafkiano in Franz, come scrive lui stesso…
Il ritratto che di Hermann compie Franz è di un uomo sano, robusto, eloquente, sicuro di sé, ma soprattutto incapace di concepire la legge di non altri che di se stesso. Stessa cosa per il pensiero: la libera espressione di vedute o sentimenti, simpatie, inclinazioni, doveva scorrere nell’alveo di ciò che egli riteneva giusto, o più semplicemente approvabile secondo il proprio metro di giudizio – fosse esso perspicuo o meno. Questo comportamento unilaterale, urgente quanto ingiusto, non veniva meno neanche quando la condotta pratica del padre confliggeva con quanto pretendesse dai propri cari: l’esempio del capofamiglia a tavola, accanto ai suoi commensali, è rivelativo per questo verso.
Evocare il fantasma di una castrazione che aleggi su tutta l’opera di Kafka può non essere un passo falso, a patto che si comprenda come il suo genio letterario sia stato una forza emancipatrice proprio presso un ruolo fittizio, e anzi tutti i ruoli che possano dirsi tali, e contro l’inconcepibile con lo strumento stesso dell’inconcepibile, contro l’ingiustizia con la sua stessa iperbole.
Nella lettera assistiamo a un figlio che parla in modo sentito e lucidissimo, però, non per accusare, ma per cercare verità e comprensione, anche a prescindere dalla comprensione del padre stesso o forse proprio senza la possibilità di essa sotto una luce più veritativa: perché la figura paterna appare – seppure gravata ora dalla malattia e quindi non più gigantescamente sana e robusta come agli occhi del Kafka bimbo – un monolito refrattario a ogni dubbio, a ogni ripensamento, incline a considerare gli altri come satelliti del proprio volere ed intendere.
Kafka cresce traumatizzato e sempre più proclive a insistere sulle proprie debolezze come una falena che cozza contro un lume. Ripete più di una volta che la misura del mondo era suo padre, e va da sé che se l’esperienza di esso aveva solo tale misura non potevano che esistere tre mondi: il proprio, difettante, zoppicante persino nella voce e assoggettato dal padre entro un mondo di regole e comandamenti perlopiù non corroborati da spiegazioni e capacità di insegnare che non fosse sostanzialmente pavloviana; il mondo di Hermann, sicuro di sé, troneggiante nel fisico e nel pensiero, propalatore di quelle leggi e motore primo di ogni consenso accettabile; e il terzo: quello di tutti gli altri uomini e bambini, non vincolati a quelle leggi incomprensibilmente inoppugnabili e prive persino, assai spesso, di una giustificazione che esorbitasse un volere autocentrico. Forza e debolezza sono, qui, letteralmente, padre e figlio: Kafka sentì di poter vivere per grazia di un padre che glielo concedeva, di poter continuare a farlo per suo immeritato dono.
Hermann non necessitava neanche di essere violento nei fatti, aveva già mille espedienti che potevano sostituirsi all’atto violento, espedienti di rimprovero sordo, spesso velato di ironia caricaturale o antifrastica, di censura, improperi gridati e indirizzati, senz’altra ragione che il suo puro arbitrio, verso tutto e tutti. Tanto che quella violenza era respirata nell’aria, dal Kafka bambino, come qualcosa di spesso e ammorbante, e il padre incapace di un gesto di tenerezza o incoraggiamento che non fossero legati e in risposta a qualcosa che assecondasse i suoi gusti e le sue propensioni, il suo imperio e ciò che dal figlio si attendesse. La sua collera, poi, non appare commisurata e in risposta a qualche fatto, circostanza, o caratteristica dei figli, ma antecedente e tale da trovare in essi l’occasione per scatenarsi.
Kafka diviene così un bimbo scontroso, defilato, titubante, poco attento: forse l’esatto contrario di come avrebbe voluto vederlo il padre. Fatale è che egli non abbia creato in lui queste caratteristiche, come ripete il Kafka adulto, ma le abbia certo incentivate, accresciute proprio nell’intento di cassarle dalla persona del figlio; perché in mancanza di strumenti educativi giusti si assiste solo a un esorcismo educativo senza nessun valore perspicuo, che proietta i propri fantasmi nella vita dell’educando. Hermann è un padre “così gigantesco” da fugare nel figlio persino l’idea che potesse essere sensibile alla compassione, non tanto di esercitarla, quanto di riceverla. Il senso di colpa passa anche da un’insensibilità, figlia di questo quadro disfunzionale, a cose che avrebbero potuto e dovuto avere un’importanza ben più grande e spiccata, e questo per effetto di una eccedente sollecitazione a lagnanze e censure come leve educative e di umiliazione; per contro, un’acuta sensibilità ai lati deboli e alla sofferenza (del padre), consentivano a Kafka una sorta di beato stato di bontà elargita nei suoi confronti (momenti in verità molto rari). Ma se la debolezza era marchiata come colpa e la forza esaltata in tutto, la sofferenza di Kafka doveva trovare elemento lenitivo nell’esaltare a massimo grado, e assommare, anche solo delle inezie riguardanti il padre: come la sua forza vitale quando si esprimeva in battute indecenti.

La minaccia, in famiglia, diveniva peggio della violenza stessa e prolungava il timore e la paura in maniera incombente e fatale, come per l’impiccato che assiste a tutte le preparazioni per essere giustiziato e solo all’ultimo istante viene graziato… Ne risente a vita.
“Colpa” è sempre la parola chiave e l’essenza venefica del vissuto del Kafka bambino, e se la madre, nel garbuglio della sua infanzia, incarnava ragione e ragionevolezza, esse ricacciavano – in quanto espresse per stemperare l’iracondia del padre – il figlio Kafka nel cerchio dell’inappellabile, irruenta urgenza del mondo di lui. In lei, nella madre, “si poteva sempre trovare protezione” ma solo in riferimento al marito. E persino quando, lontano dallo sguardo del padre censore, concedeva un premio o una carezza a suo figlio, egli viveva ancora la colpa in quanto essere sinistro e ricompensabile solo nascostamente.
Incoraggiamento, consiglio, amorevole vigilanza, o anche solo tolleranza sono qui banditi. L’arbitrio di Hermann Kafka è quello di un Dio e come tale incomprensibile e lontano dal dover essere giustificato. E colpa diviene anche ricevere per sua mano ciò che lui ha dovuto duramente conquistare, ma se ciò è vero è vero anche che i suoi figli hanno dovuto affrontare la “lotta per la vita” – cosa allettante e mezzo del distinguersi, nei racconti del padre rivolti al proprio percorso di esistenza, almeno quanto cosa proibita, ai figli, quasi fosse un tradimento e una pietra di scandalo nei fatti – in ritardo e con una forza “rimasta infantile in età matura”.
Ricevere era mendicare. Non ricevere altra colpa. E il negozio paterno, con i suoi ritmi e le sue faccende, avrebbe potuto non essere “sconveniente”, e anzi incoraggiante, per l’educazione e l’esempio che poteva offrire, ma finì per coincidere con il padre stesso, atterrente e censore, e come tale “entità” da scordare assieme agli improperi di questi e alla sua tirannia gratuita, soprattutto con i propri sottoposti. Il commesso tubercolotico diveniva, così, un cane malato che meritava di crepare e gli altri impiegati “nemici prezzolati”, ma come sottilmente scrive Kafka essi dovevano essere pur diventati in qualche modo, e a ragione, tali da vedere nel padrone “il nemico pagante”. Questi elementi influenzeranno profondamente i rapporti di Franz con il prossimo: mai abbastanza deferente e in debito di umiltà, come a compensare le “angherie” del padre verso gli altri…
Hermann cerca perfino di trarre “qualcosa di gratificante” dall’avversione del figlio verso la propria impresa, affermando che Franz “non ha il senso degli affari” e che in testa ha “idee più alte”, cosa che poteva costituire motivo di vanto, ma che nei fatti così non era: altrimenti, dice Franz stesso, esse avrebbero dovuto manifestarsi in ben altro modo invece di lasciarlo “sguazzare tranquillamente e pavidamente al Ginnasio e alla Facoltà di Legge”, per farlo approdare “al suo tavolo di impiegato”.
E anche il rapporto fraterno tra i figli è menomato dalle meccaniche maltorte innescate dal ruolo debordante e autoritario di Hermann; essi soffrono, però, esattamente come lui, costantemente insoddisfatto e iracondo, creando un rapporto speculare in cui la famiglia sembra essere una “malattia” o una “sciagura” per tutti i suoi membri; e in questo, la madre risulta collettrice di tutti i conflitti e le malsane dinamiche di quel nucleo, subendoli dimessamente: amorevole ma troppo succube di Hermann, ella contribuisce anche a procrastinare l’emancipazione di Franz da tale contesto; votata al marito prima di ogni altra cosa, ne compensa i tratti non amorevoli ma restando al centro dei conflitti come tra incudine e martello.
Anche l’ebraismo diviene nei suoi riti una commedia, per il giovane Kafka, qualcosa di inessenziale se non noioso e sgradevole, e la solita litania del padre circa la mancanza di impegno del figlio anche in questo ambito, cosa meccanica e priva d’anima. Liberarsi del Tempio e della Fede sembrava l’azione “più improntata alla pietà”. Forse se l’ebraismo di Hermann fosse stato più forte, il suo esempio sarebbe stato più cogente. Ma anche quel briciolo di esso che si agitava nella natura inquieta di Franz, diveniva a Hermann sgradevole: del resto, lui non poteva concepirlo se non legato a un certo status sociale e non diversamente che in guisa normativa. Allo stesso modo il cimento di scrittura di Franz, che scrivendo scriveva del padre, e concretava non altro che un “addio”, appare a Hermann insulso e privo di merito finendo nel tritacarne della sua insoddisfazione.
Ipocondria, insicurezza viscerale, “deplorevole” mancanza di interesse presso l’apprendimento come presso un successo (tutto esteriore) se non in funzione delle attese del padre, si accompagnano nello scrittore all’impressione nitida che tanto più sarebbe riuscito nello studio, tanto più grande sarebbe stato il disastro degli esiti ultimi di esso. Era solo cosa parzialmente rimandata. Lo studio, poi, si trasforma quasi in una “routine di banca”, e seppure abbrivio di libertà, si palesa per Kafka come l’ennesimo compromesso: “si trattava di trovare una professione che senza ferire troppo” la sua vanità gli “permettesse indifferenza (era tutto così piccolo e lontano) con la massima onestà possibile”.
Persino nel compito “estremo” di sposarsi, metter su famiglia, allevare dei figli in questo mondo così “incerto”, il limine tra ciò che “capita” e ciò che si “attua” sembra incerto e labile. E se per qualcuno un cimento significa salire cinque gradini con facilità, per altri può esser penoso e faticoso salirne uno solo, ma proprio per questo quel singolo gradino risulta più significativo. E allora non si tratta più di questo “compito estremo”, per quanto ammirevole, ma di un qualche avvicinamento ad esso, “da lontano, seppure decente”. In questo contesto Hermann, dice Franz, non è stato così interventista come in certi altri (i due erano già alla deriva da tempo), e a decidere sembrano essere, quasi con slancio positivista nel corso della lettera, i costumi sessuali generali del ceto sociale, della popolazione e dell’epoca.
Il sesso stesso è detto indice di sporcizia, tale da poter recare danni alla salute, nel consiglio “ripugnante, goffo e ridicolo” del padre ad un adolescente medio cittadino; e il matrimonio, più in là, come scelto corrivamente dal figlio unendosi alla “prima che capita”, rapito da “una camicetta”: ancora assistiamo a una repressione costante della forza decisionale di Kafka, che lo impantana penosamente.
Ma per quanto il matrimonio possa essere viatico di liberazione e indipendenza, e un mezzo per divenire un “pari” rispetto al padre, Kafka si ritiene incapace di attuarlo: egli trasforma la propria prigione in un castello proprio per non dover diventare come lui. Il matrimonio è il terreno più suo proprio, e attuarlo significherebbe ripetere il padre per poi cancellare padre e figlio, nel medesimo gesto, assieme al peso e al significato del passato e del loro rapporto che sono argomento nella lettera.
Ora, per Franz, il matrimonio è letteralmente “la possibilità di un pericolo” ed egli “sceglie il niente” piuttosto che trovarsi in debito nel bilancio dei libri contabili di una vita.
Conflitto cavalleresco o del parassita (che si dibatte anche all’interno della lettera stessa), del soldato mercenario, di un padre “incapace di vivere”? Comunque sia la sfiducia di questi verso il prossimo non è pari a quella di Kafka verso se stesso, e quindi non gli è interamente imputabile, ma la vita è “più di un gioco di pazienza” e la verità, se non altro, rende più facile “il vivere e il morire”.
Massimo Triolo
*In copertina: Franz Kafka nel 1888, a cinque anni