23 Gennaio 2025

Interrogarsi sul senso del tutto. Ovvero: l’inevitabile specialismo dei filosofi e l’insopprimibile unità della filosofia

Fra i molti problemi che pone oggi l’insegnamento della filosofia nei licei italiani vi è quello di gestire il complicato rapporto che sussiste fra il metodo tradizionale, cioè la presentazione della successione storica degli autori dai greci ai nostri giorni (come accade, ad esempio, per discipline come la letteratura italiana o la letteratura greca) e lo straordinario sviluppo conoscitivo che ha interessato la filosofia nelle sue ultime fasi, massimamente nel secolo scorso. Filosofi come Diego Marconi e Massimo Mugnai si sono occupati di questo problema, mettendo a fuoco alcuni punti essenziali. E cioè che:

  • la filosofia, al pari di tutte le altre discipline, ha enormemente accresciuto, soprattutto nel Novecento, il suo livello di specializzazione;
  • ciò ha portato all’apertura di campi disciplinari del tutto nuovi: si pensi alla filosofia del linguaggio generata dalle riflessioni di Gottlob FregeBertrand Russell e Ludwig Wittgenstein, o alla filosofia della scienza, un campo disciplinare di fatto aperto dal famoso Circolo di Vienna e da Karl Popper; o a innovazioni sostanziali, come nella filosofia politicatrasformata radicalmente da Popper e da filosofi come John Rawls e Robert Nozick, o all’etica, con i contributi di filosofi come Emmanuel Levinàs o Paul Ricoeur;
  • questo progressivo incremento del sapere filosofico è rimasto sostanzialmente al di fuori dell’orizzonte conoscitivo degli studenti di filosofia delle scuole superiori, sia per la struttura dei programmi scolastici sia per i limiti di formazione dei docenti di filosofia.

Il filosofo americano Scott Soames ha sollevato lo stesso problema aggiungendo il fatto che a causa dello specialismo della ricerca filosofica non solo gli studenti ma la società nel suo complesso è stata di fatto privata della conoscenza degli importanti risultati che la filosofia nel corso del tempo ha prodotto, del ‘mondo’ che essa ha creato. La filosofia ha fatto tanto, dice Soames, ma sostanzialmente la gente non lo sa.

Ora il punto è questo. La specializzazione è fondamentale, incrementa il sapere, ed è dunque inevitabile, e direi anche auspicabile. Al tempo stesso però comporta, come conseguenza irricevibile, il distacco della filosofia dalla dimensione del discorso pubblico condiviso, da ciò che è comune a tutti. Sembra che ci troviamo di fronte a un dilemma: la filosofia da un lato non può rinunciare allo specialismo, pena l’irrilevanza. Se però va in questa direzione sembra destinata ad allontanarsi dalla società, fino a distaccarsene del tutto. La questione è che non possiamo rinunciare né all’uno né all’altro corno che però sembrano essere fra loro reciprocamente escludenti.

In realtà, ritengo che questo sia un dilemma apparente. Entrambe le istanze possono, e debbono, stare insieme. Sono necessarie l’una per l’altra. Parafrasando un celebre motto potremmo dire: la filosofia senza lo specialismo è vuota; lo specialismo senza filosofia è cieco

Bene. Ma allora perché questo dilemma si impone? Da dove vien fuori? Io credo, detta in modo molto diretto, che alla base agisca una concezione scientistica del sapere filosofico. Se si adotta, implicitamente o, ancor più, in modo esplicito questa concezione allora non si riesce a vedere come poter recuperare il carattere unitario della filosofia. Lo specialismo sembra escludere l’unità e la generalità. In alcuni casi si può arrivare a rinunciare apertamente alla seconda istanza del dilemma, a sostenere cioè che forse quel ruolo la filosofia oggi non ce l’ha più.

Prendo come esempio paradigmatico la posizione espressa dal filosofo Luigi Pavone (qui su Pangea qualche tempo fa). Il punto di partenza del ragionamento di Pavone, sviluppato a partire da una valutazione critica del libro di Massimo Mugnai sull’insegnamento della filosofia, è caratterizzato da un’analogia seducente ma fuorviante, quella fra filosofia e scienza. Non esiste la scienza, sostiene Pavone, ma esistono le scienze. Similmente, non esiste la filosofia ma esistono, concretamente, solo le varie discipline filosofiche. La prova di questo sta nel fatto che a scuola ma anche dopo, all’università, non si insegna la scienza in astratto ma la biologia, la fisica, la matematica ecc. Allo stesso modo, se si guarda bene, ci si accorge che di fatto non si insegna la filosofia ma le varie discipline filosofiche. Nella scuola superiore si insegna la storia della filosofia, all’università altre discipline scientifiche come filosofia del linguaggio, filosofia della scienza, filosofia della fisica, (filosofia della) logica, etica ecc. 

Non si può insegnare astrattamente la scienza, semmai si può fare storia della scienza che è un’altra cosa. Così come, non si può insegnare astrattamente la filosofia ma la storia della filosofia, che è un’altra cosa. L’unico modo, di insegnare la scienza o la filosofia da un punto di vista globale-unitario è di farne la storia.

Ritengo questo punto di vista fondamentalmente non vero.

Innanzitutto: si può insegnare la scienza, eccome se si può farlo. Ma – ed è questo il punto centrale – bisogna chiedersi: chi lo fa? È chiaro che questo non è il compito dello scienziato, che insegna invece la propria disciplina specifica (fisica, biologica, chimica ecc.).

A insegnare la scienza è invece il filosofo, segnatamente il filosofo che si occupa di scienza. Se in una classe si legge e si discute la Logica della scoperta scientifica o Congetture e confutazioni di Popper quello che si sta facendo è proprio insegnare la scienza!  Cioè cogliere il senso e la natura specifica di quella peculiare forma di conoscenza che è il sapere scientifico. Ovviamente in questo la storia ha un ruolo, infatti per illuminare la natura della conoscenza scientifica si possono prendere in esame casi storici specifici, sviscerarli e farne emergere il nucleo epistemologico. Il famoso libro di Kuhn, per fare un altro esempio, non a caso di intitola La struttura delle rivoluzioni scientifiche, perché intende mostrare quella particolare articolazione(paradigma-anomalia-crisi-sostituzione del paradigma) che è comune a tutte i cambiamenti radicali nella conoscenza scientifica – cioè all’interno delle singole aree disciplinari della conoscenza scientifica).

Ora, e qui sta il mio accordo con Pavone (condivido, infatti, gli ‘esiti didattici’ del suo discorso), quello che succede è che se noi in una classe leggiamo e discutiamo Popper o Kuhn o Lakatos (per esempio il bellissimo saggio sulla filosofia della matematica Dimostrazioni e confutazioni) stiamo facendo sì filosofia della scienza, che è sì una disciplina specifica ma che non è distaccata dalla sua radice, la filosofia. Infatti noi parliamo, appunto, di filosofia della scienza e non, poniamo, di scienza della scienza (anche se c’è stato chi, come Quine, è arrivato a questa conclusione).

Dunque, sono d’accordo che vada proposta, nella scuola, una disciplina filosofica specifica, con temi e argomenti specifici: per fare altri esempi da proporre: l’argomento contro il linguaggio privato, la teoria degli atti linguistici, le basi della logica proposizionale, l’argomento della stanza cinese, l’élenchos di Aristotele. Facendo questo – ed è questo il nucleo del discorso di Mugnai, che io condivido – si fa qualcosa di utile e, cosa assai importante, si introduce uno studente nel laboratorio della filosofia.

Pavone, partendo da qui, deduce che non esiste qualcosa come la filosofia. Io, invece, partendo da qui, deduco il contrarioEsiste la filosofia come sapere unitario, che, come dice Sellars nel famoso incipit di Philosophy and the Scientific Image of Man, ha il compito di indagare e comprendere come le cose stanno insieme nel più ampio senso del termine, cioè nella loro globalità-generalità (in fondo, il pensiero di Platone). Il filosofo è colui, infatti, che risponde alla domanda, fondamentale, del tipo che cosa è x?

Che cos’è la scienza? Che cos’è la storia? Che cos’è la matematica? Che cos’è la politica? A queste domande non risponde, diciamo costitutivamente, lo scienziato o lo storico o il matematico o il politico. Si pone queste domande, e cerca di rispondere a queste domande, il filosofo.

È ben vero che rispondere a queste domande specifiche chiama in cause competenze specifiche, che il filosofo deve necessariamente avere. Se voglio fare filosofia della matematica debbo necessariamente avere delle competenze matematiche, se voglio fare filosofia della fisica debbo necessariamente avere competenze fisiche, ecc. 

Ma queste competenze specifiche si inquadrano all’interno di una dimensione che è comune a tutte queste forme specifiche, la domanda generale che cosa è x. Non a caso, ripeto, parliamo di filosofia della matematica, filosofia della fisica, filosofia del linguaggio, filosofia della politica ecc.

Quindi, e qui dissento ancora da Pavone, è vero che gli oggetti non sono riconducibili a un sapere unitario (si tratta di discipline diverse) ma lo sono i metodi o meglio il metodo: analizzare i presupposti concettuali, vedere le implicazioni, rendere esplicite le assunzioni metafisiche di una teoria (questo punto di vista viene, ad esempio, articolato molto bene nel libro di Casati Prima lezione di filosofia).

Per concludere, allora, per evitare il disastro didattico di una inutile galleria dossografica bisognerebbe proprio fare quello che Pavone (ma anche Mugnai) auspica, insegnare specifiche teorie filosofiche. In questo modo, e solo in questo modo, si può insegnare la filosofia. Che altro non è che cercare di rispondere a tutte queste (ma anche ad altre che nel tempo sorgeranno) domande le quali, a loro volta, non sono altro che una derivazione delle domande fondamentali sul senso. Non dimenticherei, infatti, che l’essenza ultima della filosofia è interrogarsi continuamente sul senso del tutto, a partire dalla nostra presenza qui e ora. E su come cercare di ‘addomesticare’ la tentazione di cedere alla paura della morte e dell’assurdità del vivere. Come diceva Agostino, nulla est homini causa philosophandi nisi ut beatus sit.

Francesco Gusmano

*In copertina: Jean-Honoré Fragonard, Filosofo che legge

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