29 Luglio 2024

Pigliarsi tempo e bere molto caffè. Libere considerazioni sulla fenomenologia

In quell’aspirante manuale di sopravvivenza morale che insegna a Cavalcare la tigre della modernità, per due volte nel volger d’una manciata di righe Julius Evola accusa senza mezzi termini Edmund Husserl e la fenomenologia d’aver plagiati alcuni fondamenti teorici del così detto pensiero tradizionale, per di poi muovergli stolide contestazioni in che vi spicca la sempreritornante sui labbri di quel giro, cioè a dire che la filosofia sarebbe robetta e robaccia inservibile, nulla a che vedere col «Pensiero della Tradizione», quest’ultimo il più strano e inverecondo singolare della storia, vista la pletora di interpretazioni, nomi, fatti.

A parte ciò, non resulta in alcundove né che Husserl sia mai venuto a conoscenza dell’opera d’uno Evola ovvero Guénon, Coomaraswamy, Pallis o De Giorgio, né, tanto meno, che gliene fregasse o ne abbisognasse. Ma si sa come son fatti i tradizionalisti; il cui indubbiamente illustre rappresentante italiano, con quella scomposta accusa, getta tuttavia non trascurabile segnale per tentare d’inquadrare in un primo accenno la fenomenologia, e ha evidentemente il merito d’avere evocata una filosofia la quale bensì ebbe gran parte nella storia della disciplina nel torno tra fine Ottocento e primi anni del secolo successivo, ma che a conti fatti oggidì è ormai cosa morta e sepolta al di fuori di qualche conventicola di specialisti. Ho sperimentato, ad esempio, che per quanto – al netto delle comparsate televisive e dell’attività politica – il nome di Stefano Zecchi sia diffuso per alcuni preziosi contributi su Goethe o l’estetica, assai di meno se non per nulla, lo è la sua origine fenomenologica, di allievo d’Enzo Paci, massimo fenomenologo italiano, fondatore della rivista «Aut Aut». Al fondatore della corrente dedicò, nemmen trentenne, una bella Fenomenologia dell’esperienza. Saggio su Husserl (La Nuova Italia 1972), introvabile.

E poiché credo che la fenomenologia sotto differenti e molteplici riguardi sia uno dei momenti più fecondi del pensiero occidentale moderno e ad ampi tratti non solo moderno, vorrei offrire qualche straccio di informazione per orientarvisi.

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Una mappa, per iniziare

Non è tuttavia semplice immettersi nella sua carreggiata, sia per la complessità intrinseca di presupposti ed esiti, sia per l’architettura della letteratura maggiore, sia per il percorso teoretico dello stesso Husserl, la complicatezza del quale, sia detto in parentesi per meglio evidenziare il problema, è aggravata da commentatori di esagerato e inutile zelo.

Sarà pertanto meglio tentare di muovere i primi passi in questa selva attraverso una strumentazione che agevoli l’eventuale successivo, come ad esempio Il primo libro di fenomenologia di Dan Zahavi da poco stampato per l’Einaudi. Titolo assai avvilente, ché ricorda quei manualetti per intellettivamente meno abbienti. Ma ora dietro l’infausto titolo troviamo un autore serio e di notevolissima competenza, che scompone la sua introduzione in due parti: teorica e pratica, entrambe edificate su cinque pilastri della fenomenologia: Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Levinas e quel Jean-Paul Sartre di che diremo tra non molto.

L’esito è una lunga e dettagliata esposizione, rigorosa lineare ed esaustiva, non senza qualche nodo ai caratteri della disciplina in sé stessa e dei suoi vessilliferi, che pure Zahavi tenta di sciogliere.

Esempio eloquentissimo è la frattura tra Husserl e Heidegger. Per quanto differente fosse la direttrice presa dal secondo e per quanto il primo rimase sconcertato dalla lettura di Essere e tempo (fatta con non poco ritardo, va ricordato), secondo Zahavi esiste una continuità.

Discutendo del concetto di «epoché» e in particolare d’una delle sue interpretazioni in seno alla fenomenologia e al suo di fuori, Zahavi ne contesta la versione per cui la fenomenologia sarebbe una sorta di «impresa metodologica o meta-filosofica» rivolta ai processi intra-mentali, coscienziali, in che emergono i fenomeni, e quindi costituzionalmente estranea all’ontologia. Per Zahavi la faccenda sta altrimenti:

«Come scrive Heidegger, “non c’è alcuna ontologia accanto a una fenomenologia, ma l’ontologia scientifica non è altro che fenomenologia”. Un modo possibile di affrontare la questione consiste nel sostenere che la fenomenologia abbia subito una trasformazione radicale in seguito alla morte di Husserl […]. Sul controverso rapporta tra la fenomenologia husserliana e quella esistenziale o ermeneutica, post-husserliana, sono stati scritti innumerevoli libri […]. Mi sia… concesso essere esplicito rispetto alla mia posizione in merito. Sono inequivocabilmente dalla parte di chi difende la tesi della continuità e crede nell’esistenza di una tradizione fenomenologica dotata di un insieme di temi e interessi comuni che hanno unito e continuano a unire i suoi sostenitori».

Secondo Zahavi ciò è dimostrabile dacché «Husserl è sempre stato interessato… al mondo e al tema dell’essere e che lo scopo dell’epoché non è quello di mettere tra parentesi né l’uno né l’altro». E poi prosegue con la spiegazione, voglio dire molto efficace.

Tra le pagine più significative spiccano senza dubbio le dedicate all’incontro-scontro tra fenomenologia e psicologia, e ciò perché in effetto la prima non solo può essere scambiata con la seconda, ma ne può anche erodere il dominio d’azione, anche se sappiamo chi l’abbia infine spuntata.

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Fenomenologia e «psi»

Non tutte le speranze sono però da abbandonare, se i lettori sapranno far tesoro di due lavori husserliani di recente uscita che, per così dire, mettono il dito nella piaga e lo girano un po’ di volte: le Esperienze del mondo dedicate, giusta il sottotitolo, all’Essere umano e l’animale e soprattutto la Fenomenologia dell’inconscio. I casi limite della coscienza, entrambi usciti da Mimesis e con testo a fronte, che fa sempre bene.

Purtroppo, come accennavo, una parte della “fuga dei cervelli” dalla fenomenologia è dovuta a certi commentatori i quali, anziché accattivare, incattiviscono. Raramente un filosofo produce una pagina dietro l’altra, e a centinaia, composte pressoché solo di serrate e cogenti concatenazioni logiche come Edmund Husserl, non lasciando quasi fiato a chi legga e rendendo al confronto Essere e tempo assai più amabile (a margine: bisognerà un giorno o l’altro farla finita con le corbellerie sulla illeggibilità di Heidegger).

Questa caratteristica rende bensì la pagina husserliana una colata lavica inarrestabile e non sempre agevole da gestire, ma altrettanto garantisce espressività al testo che a questo punto non dovrebbe prevedere l’invadente presenza d’altrui, che per il solito mostra irritanti velleità mimetiche o meglio scimmiottatrici, per di più esposte con la solita lingua di legno accademica. (È lo stesso problema che hanno le Idee pubblicate da Einaudi: prima di arrivare al testo, ci si è già o innervositi o nauseati). Ma stiamo a Husserl e in particolare alla Fenomenologia dell’inconscio.

In tempi in cui tutte le «psi» – psicologia, psicoanalisi, psicoterapia, psichiatria, etcoetera – spadroneggiano e hanno persino da gran tempo sostituita la cura animarum fuori e dentro la Chiesa, un approccio fenomenologico almeno sotto il riguardo teoretico può soltanto essere un toccasana e di certo, va detto, per quanto Husserl sia complesso, non molto più cervellotico, anzi, di molta psicologia.

Anzitutto quest’opera mette a tacere chi guardi alla fenomenologia come una filosofia riluttante all’introspezione, e in generale ai costrutti interiori: pare strano, ma c’è chi lo sostiene. Inoltre essa squaderna una buona dose della dotazione fenomenologica, ricca, flessibile, poliedrica a tal segno d’essere perfettamente capace di affrontare le questioni più recondite concernenti la psiche, o coscienza, con in più il vantaggio pregresso di aver già criticati gli approcci positivisti scientisti e naturalisti che hanno dominato il cavaliere tra XIX e XX secolo, e oggidì ancor signoreggino. È un paradosso, ma sebbene il motto-invito della fenomenologia sia «Alle cose!» e le cose appaiano semplici e indifferenti, essa ne mostra invece la loro ricchezza a partire proprio dalla nostra intenzionalità (parola chiave della disciplina) e ciò facendo consente una libertà sconosciuta a pressoché qualsiasi altra scienza. E dirò di più: lo stesso andamento della prosa husserliana – così come sarà, mutatis mutandis, quello heideggeriano in generale – dimostra la capacità della fenomenologia d’insinuarsi nelle pieghe delle cose e non di rado coglierle di sorpresa.

Pigliarsi tempo e bere molto caffè: son due necessari consigli per affrontare in particolare la Fenomenologia dell’inconscio. Ma dopodiché, ne aveste colta soltanto la men della metà, la vostra cassetta degli attrezzi ermeneutici sarà più pesante e il vostro lavoro più lieve.

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Il fenomeno(logo) Sartre

A rafforzare la denunciata negligenza in che ricade la fenomenologia, questa volta non solo per motivi d’ordine intellettuale, è la sconcertante assenza non già di Jean-Paul Sartre dalla fenomenologia (bravo Zahavi!) quanto invece della fenomenologia dalla biografia sartriana, a tal punto che si può serenamente parlare di insegretimento.

La partecipazione di Sartre all’avventura fenomenologica è testimoniata non solo dall’Essere e il nulla, assai elogiato niente meno che da Heidegger in cui pure si vedeva contestato; ma altrettanto dalla Nausea e dalla Trascendenza dell’ego, opere che, pur con le distinzioni dai maestri Husserl e Heidegger, dimostra una piena comprensione tanto dell’uno quanto dell’altro. (Dopo la lettura dell’Essere e il nulla Heidegger, una persona generalmente fredda e poco incline a prodigarsi per altrui, dichiarò che Sartre era l’unico ad averlo capito).

Sartre nasce filosoficamente come fenomenologo e alla fenomenologia resterà fedele sin dopo la Seconda guerra mondiale con una passione che, almeno ai miei occhi, supera di gran lunga quella che lo segnò dopo la svolta esistenzialista e politica di sinistra, e conseguendo nel primo e lungo tratto di sua vita resultati strabilianti.

L’insegretimento dovrebbe peraltro essere sotto gli occhi di tutti. Si pensi che la sua opera filosofica più nota (e meno letta), L’essere e il nulla, viene fatta passare per fondazione dell’esistenzialismo, quando il sottotitolo originale canta: Essai d’ontologie phénoménologique.

Incommensurabilmente più breve e semplice La trascendenza dell’ego è un gioiello di filosofia come pochi ne sono usciti in epoca moderna e benissimo hanno fatto a donarcelo le Christian Marinotti Edizioni, in una collana interamente dedicata a Jean-Paul Sartre, in cui compare anche, chapeau, il secondo volume di un’altra sua opera di cruciale importanza, cioè a dire la Critica della ragione dialettica.

L’insabbiamento ha ragioni tanto marchiane quanto schifose. Per i padroni del discorso è inaccettabile che un “campione dell’antifascismo e della democrazia”, uno degli eroi intellettuali della sinistra, il generoso finanziatore di Soccorso Rosso, abbia alle spalle un lungo e intenso trascorso “reazionario” alla corte non tanto di Husserl quanto del “nazista” Martin Heidegger, col quale, colpa da rimuoversi immantinentemente, ebbe anche un lungo e piacevole colloquio, voluto da entrambi. (Peraltro Sartre si fiondò nella Germania del Terzo Reich per imparare la fenomenologia e non si accorse ovvero se si accorse non ritenne d’aver alcunché da eccepire sul regime).

A leggere certi critici e biografi di Jean-Paul Sartre sembra che questi, avanti il dopoguerra non sia neppure nato o abbia fatto il droghiere. E invece tu guarda, ad aprire i libri prima di parlare, che sorprese ti aggrediscono!

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Per un congedo

Un paio d’ultime divagazioni mi auguro possano tornare utili per una riscoperta, quanto meno per irrobustire il proprio equipaggiamento, della fenomenologia. Si inizia nientemeno che con Sua Eccellenza Johann Wolfgang von Goethe, che potrebbe essere considerato persino il vero fondatore della fenomenologia, almeno così mi pare di poter dire, confortato soprattutto dalla Farbenlehre e dalla Metamorfosi delle piante.

Saltiamo un secolo e arriviamo nientemeno che a Marcel Proust. Debbo la notifica allo straordinario Rüdiger Safranski (al quale tra non molto dedicherò un intervento su questa rivista), il quale nella biografia su Martin Heidegger offre osservazione capaci di innalzare ancor di più la Recherche e la figura, talora dimidiata, dello scrittore francese, la cui cultura filosofica e la cui capacità di traduzione nell’opera letteraria di prospettive teoretiche non erano affatto trascurabili. A leggere o rileggere anche solo lo Swann riforniti di qualche rudimento fenomenologico si può vedere, tra l’altro, la politropicità di una corrente quasi irresistibile.

Luca Bistolfi

*In copertina: Paul Klee, Pallone rosso, 1922

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