17 Febbraio 2025

Trattare con i torturatori. Ovvero: cronache dal mondo di oggi, un manicomio criminale

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!»

(Purgatorio, canto VI, vv. 76-78)

Il mondo che gira appare sempre per quel che è veramente: un manicomio criminale. Come mai un generale della polizia libica, comandante responsabile di un lager, ricercato per stupri, omicidi, crimini contro l’umanità, ricercato con mandato di cattura emesso dalla Corte internazionale dell’Aia, è stato dapprima fermato e quasi subitamente rilasciato, imbarcato su un volo di stato e sbarcato a Tripoli fra il tripudio di fan e accoliti che irridevano e insultavano il “bel paese là dove ’l sì sona”? A proposito di onore e rispetto dell’italica ‘nazione’. È presto detto, se si vuole, con le stesse parole viperine di un mostro sacro del giornalismo da bordello: “…è che in ogni Stato si fanno delle cose sporchissime, anche trattando con i torturatori per la sicurezza nazionale, questo avviene in tutti gli Stati del mondo”. 

Sempre untuoso nel gesto e mellifluo nel tono, tanto da provocare ripugnanza in chiunque abbia anche solo un minimo senso del disgusto, questo signorotto nel suo feudo televisivo scimmiotta una signorilità che invidia ma che non gli appartiene neanche lontanamente, per vile natura e per bassa cultura. Però di cose sporche davvero se ne intende. Nel suo strisciante cinismo c’è del vero. Ad esempio, è vero che negli Stati Uniti di George Bush si fabbricarono false prove, da esibire all’ONU come vere, sulle “armi di distruzione di massa” in possesso dell’antico alleato e strumento nella guerra contro l’Iran, ovvero “il presidente del sorriso”, come Saddam Hussein era chiamato e vezzeggiato ancora ai tempi in cui gasava i curdi, non solo i poveri coscritti iraniani. Un altro sporchissimo esempio è “l’inutile strage”, ovvero “la grande illusione della vittoria su Putin che ha trascinato nel baratro Kiev e l’Europa… dove gli unici a guadagnarci sono i produttori di armi”, secondo quel che scrive un altro giornalista su “La Stampa”, però di pasta ben diversa da quel di sopra. (Se glielo permettono, è segno che gli ordini di scuderia stanno cambiando.)

In poche parole, lo sporco segreto inconfessabile del rilascio di un sadico criminale che meriterebbe lo stesso trattamento che ebbe dai sovietici quel comandante nazista alla fine del film Schindler’s List, ovvero di essere impiccato, lo sporco segreto è questo: a parte il petrolio, il gas, insomma gli affari, i boia come il generale in questione fanno per la nostra “sicurezza nazionale” il lavoro sporco: dissuadono i migranti dal tentare il viaggio alla ricerca di una vita migliore. Incarcerano in condizioni orrende uomini, donne, bambini. Che li stuprino, che li uccidano, anche solo per divertimento, per sadismo e malvagità non ci interessa, non lo vogliamo neanche sentire. Si tratta di dettagli, di effetti collaterali. Tanto “la gente per bene è con noi”, dice la premier che evidentemente certa “gente per bene” è tutto quel che merita. 

Giorni fa, sempre per affari di stato, con un codazzo di imprenditori e affaristi, la premier prendeva “il tè nel deserto” con quel principe i cui servizi di sicurezza, il 2 ottobre 2018, fecero a pezzi un giornalista del “Washington Post” nel consolato saudita di Istanbul, ovviamente a sua insaputa, proprio come quel tale ministro degli Interni italiano cui una banca regalò una casa con vista sul Colosseo, sempre a insaputa dell’interessato. La passione di Jamal Khashoggi – questo il nome della “vittima sacrificale”, per chi se lo fosse dimenticato – fu audioregistrata, minuto per minuto, dai servizi segreti turchi. Secondo il dossier redatto dalla Commissione ONU per i diritti umani, “già tredici minuti prima che Khashoggi faccia il suo ingresso nella sede diplomatica due agenti sauditi, compreso il medico di medicina legale, Salah Tubaigy, discutono su come smembrare il cadavere. L’intenzione è infilarlo in sacchi di plastica”. Come circostanza attenuante però bisogna considerare che quel giornalista era solo un esule negli Stati Uniti, non era di pura razza americana. Però si era opposto alla guerra di sterminio condotta in Yemen dalla coalizione saudita a guida americana, sterminio, perlopiù di civili, fatto anche con armi prodotte in Italia che – secondo l’articolo 11 della Costituzione – “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”. Ma nel mondo degli affari non c’è crimine e sangue che il denaro non mondi. 

È tutto? No, c’è di peggio di quel “tè nel deserto”, che perlomeno non si svolgeva per un interesse strettamente privato e aveva l’alibi dell’interesse di stato. C’è un politico dell’altra sponda, quella progressista, le cui marchette orali i sauditi pagavano a peso d’oro affinché decantasse il “Rinascimento saudita”. Questo stesso politico, giorni fa in Parlamento, con la sua solita parlantina da teleimbonitore, faceva la morale al governo colpevole del rilascio del generale torturatore. 

Che dire poi delle parole dell’attuale ministro degli Esteri? Questo statista che tutto il mondo ci invidia, ex giovine monarchico, per cui la vita è stata tutta un’ascensione e magari confida un giorno di salire in cielo “in carrozza”, ha detto subito che la Corte internazionale dell’Aia non è “la bocca della verità”. Poi, guardandosi intorno e soprattutto Oltreoceano, ha aggiunto che semmai la Corte stessa andrebbe indagata. Finché condannava Milošević andava bene. Finché spicca mandato di arresto per Putin va anche meglio. Ma se fa lo stesso con il premier israeliano e con il generale libico, allora si tratta di giudici iniqui e politicizzati. 

Eppure c’è forse di peggio del ministro in questione. Si tratta del solito “caporale”, quello che ha introdotto il generale X mas in politica e società. Giorni fa era immortalato col premier Netanyahu in “eretz Israel”. Forse lo avrà invitato in Italia. Lo avrà rassicurato che ad attenderlo non ci sarebbero i carabinieri con le manette, ma un picchetto d’onore della nuova X mas. Seguito magari dall’inaugurazione di una mostra di foto dei partigiani impiccati e con un cartello appeso al collo. Ma già, la nuova storiografia oramai potrebbe sostenere, nel rimbambimento generale, che a deportare gli ebrei italiani furono i partigiani come il comunista (ed ebreo) Umberto Terracini, mentre il comandante della X mas, Junio Valerio Borghese, fece di tutto per impedirlo. 

L’osceno caporale ovviamente ha subito manifestato interesse per il piano immobiliare del presidente americano e di suo genero che mira a trasformare la striscia del sangue in una costa azzurra. E ciò detto coi morti che ancora marciscono sotto le macerie. Ovviamente dopo aver deportato i sopravvissuti: un paio di milioni di esseri umani. Qualcosa di così mostruoso, di così malvagio da lasciare senza fiato. Anche dal punto di vista della propaganda perché, semmai, certe cose nella storia si fanno e si ripetono senza esplicitarle, anzi dicendo il contrario. Che illusione credere che certi mostri fossero morti e sepolti! 

Il 2 agosto 1939, Albert Einstein appose la sua firma su una lettera al presidente Roosevelt a proposito di una terribile arma a cui i fisici tedeschi di certo stavano lavorando, benché non fosse chiaro con quali risultati e fino a che punto la ricerca fosse avanzata. Einstein, un pacifista e un umanitarista, comprensibilmente temeva che, con la guerra alle porte, i nazisti arrivassero alla bomba atomica. Chissà cosa direbbe oggi, con personaggi pazzoidi e nazistoidi (campi di concentramento, torture, deportazioni di massa… insomma, il solito repertorio) che detengono i codici dell’impiego delle armi nucleari, le chiavi della vita e della morte del genere umano. 

Enzo Fontana

*In copertina: Arnold Böcklin, Medusa

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