“Quando gli dèi non c’erano più”. Marguerite Yourcenar o per un’archeologia dell’interiorità
Letterature
Lorenzo Giacinto
La sua biblioteca di lettore è infinita. Alberto Manguel, che ama definirsi prima di tutto un lettore, come avrebbe detto Borges, possiede una conoscenza senza confini del mondo letterario. Ma dei tanti scrittori di cui ci eravamo attardati a parlare durante le nostre passeggiate, mai avevo visto Manguel sorridere con tanto divertimento come quando venne citato Max Beerbohm e il suo Enoch Soames. Era un racconto che conosceva bene, ma che non smetteva mai di affascinarlo, come se ogni volta che ne parlava riscoprisse un angolo nascosto della sua bellezza ironica e profonda. Credo abbia ancora questo potere. Per Borges si trattava di un capolavoro. Non solo lo inserì nella famosa Antologia della letteratura fantastica, fatta con gli amici e coniugi Ocampo e Bioy Casares, ma nella prefazione lo menziona alla fine, come per asserirgli più rilevanza, come testo che nonostante la data di scrittura è già un classico; nella prefazione di Bioy Casares è «uno dei racconti lunghi più ammirevoli della antologia».
Enoch Soames è un poeta inglese di fine Ottocento, mediocre, con deliri di grandezza futura e dall’aspetto sconcertante. Il giudizio del narratore (intradiegetico: è Beerbohm stesso) è impietoso:
«I giovani scrittori di quegli anni si sforzavano con ogni serietà di avere un aspetto particolare. Quest’uomo si era sforzato senza successo. Portava un cappello nero e floscio, di tipo ecclesiastico ma d’intenzione bohémienne, con una mantella impermeabile di colore grigio che, forse perché impermeabile, non riusciva ad essere romantica. Decisi che “indistinto” fosse il mot juste per lui».
Le poesie di Soames sono altrettanto indistinte: il suo libro di maggior successo, Fungoids, ha venduto solo tre copie. Ma la sua vanità non viene intaccata. Soames è certo che le generazioni future avrebbero riconosciuto il suo genio. Così convinto, fa un patto con il diavolo: in cambio della sua anima sarà trasportato cento anni avanti, nel 1997, per vedere il suo nome diventare famoso. Soames si ritrova quindi alle ore 14:10 del 3 giugno 1997 nella Round Reading Room del British Museum, certo di trovare conferma della sua grandezza nei cataloghi degli autori. Tuttavia, scopre con grande delusione che il suo nome è dimenticato e che non ha avuto alcun successo. È menzionato solo come personaggio secondario in un racconto di Max Beerbohm. Il racconto si chiude con Soames che, ritornato al suo tempo, accetta il proprio fallimento in un futuro che non lo ricorda, e scompare a braccetto col Diavolo tra i sensi di colpa del narratore. La sua speranza di fama eterna si è rivelata vana, nemmeno la sua sparizione lo ha onorato:
«La scomparsa di Soames non creò nessun clamore. Venne dimenticato prima che chiunque, per quanto mi risulta, si accorgesse che non si vedeva più in giro […]. Ci fu qualcosa di spettrale, a mio parere, nella generale inconsapevolezza che Soames fosse esistito, e più di una volta mi sono sorpreso a chiedermi se Nupton, quel bimbo non nato, avrebbe avuto ragione a ritenerlo un parto della mia fantasia».

Leggendo il racconto non stupisce che Borges lo adorasse: le continue sovrapposizioni tra realtà e finzione, tra narrazione e realtà, i salti nel tempo, la vanagloria del protagonista, la ricchezza di dettagli che sollecitano la riflessione sono tutti elementi ricorrenti nella sua letteratura. E come lui, si è già detto, anche Manguel, a mio avviso la sua più cara metempsicosi contemporanea, lo adora. Ad Enoch Soames infatti dedica un suo articolo (“The writers’ wish list”) apparso nel 1998 sul “New York Times” per raccontare dell’importante e allora recente ascesa delle classifiche dei libri più venduti su Amazon:
«Le liste sono cose deliziose in sé, l’essenza stessa della poesia (come una volta ha osservato W.H. Auden), e sarebbe meschino negare all’autore di Fungoids il piacere di presentarsi a una cena dicendo: “Ciao, sono l’autore best-seller numero 1.087.202. Il mio libro ha venduto sette copie!”».
L’articolo si apre con la testimonianza di quando, il 3 giugno 1997, un gruppo di appassionati di letteratura si riunì per davvero nella sala di lettura del British Museum per accogliere l’arrivo di Enoch Soames: che il poeta maledetto non si sia presentato, chiosa Manguel, non destò sorprese.
Ma pare non sia andata esattamente così.
Testimone oculare della scena fu Raymond Teller, conosciutissimo illusionista del duo comico-noir americano Penn & Teller. Teller ha raccontato in un articolo uscito su “The Atlantic” (A Memory of the Nineteen-Nineties) come alle 14:10 di quel giorno del ’97 vide con i suoi occhi Soames apparire, materializzandosi misteriosamente nella sala, proprio come nel racconto.
Teller si trovava nella Sala di Lettura del British Museum perché, trentacinque anni prima, un suo professore di liceo aveva letto il racconto di Beerbohm alla classe. Al termine della lettura, il professore aveva commentato beffardo: «Chissà quanti Enoch Soames si presenteranno in quella sala quel giorno». Questa frase, pronunciata quasi come un gioco, colpì Teller a tal punto da percepirlo come un impegno che avrebbe dovuto adempiere.
Soames si presentò alla stessa ora e con gli stessi abiti descritti da Beerbohm, si avvicinò al catalogo della Reading Room per constatare la sua assenza nella storia della letteratura. Un piccolo foglio di carta era stato incollato nell’indice Soames, Enoch, vedi Beerbohm, Max (3.6.1997). La scena termina con la scomparsa di Soames, lasciando i presenti increduli, che si interrogano sulla sua identità: è uno spettro, un attore o un trucco? Viene anche scattata una fotografia dell’uomo di spalle.
Così Beerbohm alla fine del racconto:
«Vi rendete conto che la sala di lettura in cui Soames fu proiettato dal Diavolo era in tutti i sensi esattamente come sarebbe stata il pomeriggio del 3 giugno 1997. Vi rendete conto, quindi, che quel pomeriggio, quando arriverà, ci sarà la stessa folla, e Soames ci sarà, puntuale… Il fatto che le persone lo guarderanno, lo seguiranno e sembreranno spaventate da lui, può essere spiegato solo dall’ipotesi che siano state preparate per la sua visita fantasmagorica…».
Tutto si è ripetuto come lo scrittore inglese aveva profetizzato nel racconto.
Ma il mistero è presto svelato: Teller, come ha lasciato intendere senza però esplicitare nulla in una successiva intervista, avrebbe organizzato la messinscena, rispondendo al divertito appello del suo vecchio professore. Avrebbe cercato un attore per la comparsa, lo avrebbe vestito secondo l’accurata descrizione del racconto, così come avrebbe fatto agire l’attore secondo il preciso copione. «Prendersi il merito per quello che è successo sarebbe una cosa terribile – una cosa terribile» dice Teller, «sarebbe come rispondere a una domanda alla quale non devi rispondere».

Ecco che subentrano le casualità, che spesso casualità non sono, a rendere l’atmosfera ancora più magica. Il cartellino nel catalogo degli scrittori non era stato apposto da Teller, ma da un altro degli aficionados lì riuniti che aveva avuto la stessa idea, rendendo il gioco ancora più fedele. La fotografia venne scattata da un fotografo, Allan Hailstone, che si trovava in quel momento nella sala per una ricerca e che aveva scambiato con Teller solo poche parole qualche minuto prima delle 14:10 (rendendosi conto di star conversando con il noto illusionista solo in un secondo momento, quando già se ne era andato). Per finire, la sala di lettura con i relativi cataloghi doveva essere da un’altra parte: il passaggio della British Library dalla sede di Great Russell Street (dove si trova anche il museo) alla sede attuale di Euston Road era originariamente programmato per il 1980, ma è stato ritardato di quasi vent’anni per problemi relativi ai lavori di costruzione: il trascolo è stato fatto nell’ottobre del 1997, pochi mesi dopo l’accaduto. La Round Reading Room ha voluto aspettare il ritorno di Soames prima di spostarsi, rendendo profetiche le parole di Beerbohm.

Lo straordinario legame tra realtà e finzione che pervade il racconto di Beerbohm, dove il confine tra narrazione e vita quotidiana è continuamente sfumato, si riflette in maniera sorprendente nell’invenzione di Teller. Come nel gioco del racconto, dove Beerbohm mescola verosimiglianza storica con immaginazione – dal sé narratore agli incontri con personaggi realmente esistiti come Aubrey Beardsley o Sir William Rothenstein, il quale realizzò davvero un ritratto di Enoch Soames –, Teller riesce a materializzare un atto letterario, trasformando la fantasia in un evento tangibile. Questo scivolamento continuo tra finzione e realtà non solo rinnova la bellezza della letteratura, ma ne sottolinea la potenza senza tempo, capace di dialogare con il presente e di renderlo più ricco. E la compenetrazione di piani, così ancora una volta e inevitabilmente borgesiana, ci ricorda come la letteratura non sia mai statica, ma un universo in cui le storie e i loro mondi si sovrappongono e interagiscono continuamente con la realtà. È proprio questa fusione che ci fa riflettere sull’importanza della letteratura: non è solo un ricordo di ciò che è stato, ma una forza viva, capace di modellare la realtà che viviamo.
Cesare Dal Pane
*In copertina: Sir Max Beerbohm ritratto da sé medesimo, 1923