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Cultura generale
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Poesia
Giorgio Anelli
The Poems (1961-2020), l’ultimo collected curato da Derek Mahon, da cui sono tratte le poesie che presentiamo, si apre con due componimenti che erano già presenti anche se con titoli diversi, nella prima plaquette, Twelve Poems, pubblicata nel 1965. Si tratta di Primavera a Belfast e Carrowdore, poesie che consentono di cogliere alcune importanti linee di sviluppo. La prima è una problematica dichiarazione di amore per la sua città natale, Belfast, una città definita “disperata”, verso cui il poeta prova una lancinante ambivalenza. La seconda è un’elegia in memoria di Louis MacNeice, autorevole poeta e intellettuale nordirlandese scomparso nel 1963 e figura di riferimento per Mahon, soprattutto agli esordi. L’elegia è magistrale sia per la perizia stilistica sia per la poetica che vi viene icasticamente delineata.
Entrambi i componimenti segnalano l’importanza di un’origine su cui il poeta dovrà fatalmente tornare perché materia mitopoietica primaria, rovello che si confermerà centrale a seguito del sommovimento che proprio in quell’anno, il ’68, investirà quel luogo, provocandovi quei “tremori registrati sulla scala Richter degli eventi mondiali” di cui si parla in Mattino a Derry. Scosse mortifere che dureranno un trentennio, condizionando direttamente o indirettamente oltre alla produzione del poeta le esistenze di tutti (Lives è il titolo della sua seconda raccolta del 1972). In quei due componimenti, come in altri significativi delle prime raccolte, sono indicati anche preoccupazioni e assilli più generali che rimandano a quel disagio metafisico, che secondo Mahon è l’unica condizione da cui possa nascere poesia di un qualche valore. Nell’elegia dedicata a MacNeice, si fa riferimento alla lezione contenuta nella poesia Snow – “così, suggerivi, dovremmo vivere:/ l’ironico, amorevole scontro di rose e neve/ ciascuna fragile, soluzione dell’ambiguità” – e si accenna alle modalità di approccio “al mistero della vita”, nella poesia di MacNeice caratterizzato da “l’ebbrezza generata dalla varietà delle cose”. Ebbrezza e varietà che producono quel senso di profondo stupore davanti all’esistenza, confessato in Da qualche parte l’onda, e segnalato in varie forme in più occasioni, prosaicamente definito “lo strano fatto di essere vivi” nella poesia Essere un cane. Una sorpresa che sempre si rinnova e che il poeta non si limita a registrare ma che esplora affidandosi alla riflessione e ricorrendo alla lezione dei maestri, sia nel campo letterario – oltre a MacNeice, Beckett, Camus e una schiera di poeti da Coleridge a Elizabeth Bishop – sia in quello filosofico, un ambito d’interesse della sua formazione che rimarrà, come lo era stato per MacNeice, costante lungo tutto l’arco della sua produzione.
Si prova una certa emozione a rileggere oggi questi suoi versi, risalenti ai primi anni ’60 e dimostratisi capolavori durevoli e ormai parte del canone della poesia di lingua inglese.Prove di una precoce consapevolezza oltre inizio di un percorso che culminerà nella poesia che chiude la prima fase della sua avventura poetica, Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, suggello memorabile della sua terza raccolta, The Snow Party, del 1975. Una poesia che continua a meritare il giudizio che ne dette John Banville, più di 30 anni fa, come “la migliore poesia scritta in Irlanda dalla morte di Yeats”.
Mahon si confermava, già allora, al pari dei suoi colleghi Heaney e Longley, una delle figure più rappresentative non soltanto della poesia irlandese, ma anche di quella contemporanea in lingua inglese. È d’obbligo ricordarli insieme, i tre poeti, formatisi nell’Ulster del secondo dopoguerra, non solo perché principali artefici di una stagione straordinaria della storia culturale d’Irlanda, ma perché rimasero sempre legati da una profonda amicizia, mantenuta viva da una corrispondenza in prosa e in versi su cui sarebbe interessante tornare per valutarne il vario impatto sulla produzione di ciascuno.
Mahon è stato definito da Paul Muldoon, altro grande poeta dell’Ulster, come
“l’improbabile poeta laureato della classe operaia protestante di Nord Belfast, le cui esistenze egli seppe rappresentare con il calore e la precisione dei pittori olandesi.”
Da quella classe provenivano i genitori di Mahon, impiegati nelle roccaforti del settore industriale di Belfast: nei cantieri navali, il padre, e nell’industria tessile, la madre. Mahon ha sempre ricordato la sua provenienza, rivendicando la necessità di includere quella realtà industriale nell’immaginario letterario irlandese da cui era stata sempre esclusa. Un compito che è il primo ad assumersi in un’operazione che presenta molti rischi perché comporta per il poeta in primis sondare il suo rapporto con la propria città e comunità, quella che rimarrà definita come “home” anche dopo decenni di assenza: un termine che nella poesia Ritorno a casa farà rima con “bomb”, “luogo che ti strazia il cuore” (Craigvara House).
Per aver accesso a quell’immaginario, quei luoghi così problematici e le esistenze che li popolavano dovevano essere rappresentati non soltanto a partire dal qui e ora dell’esperienza del poeta, ma anche nei loro addentellati storici quali prodotti di un processo temporale lungo più di tre secoli. Un’impresa che richiedeva, oltre che tutta la perizia e l’arte possibili, anche un processo di riflessione fondato su una profonda consapevolezza storica.

Tornando al giudizio di Muldoon e in particolare alle due qualità che egli indica come distintive dell’arte del poeta – calore e precisione – esse risaltano nella gran parte dei suoi componimenti e non soltanto nelle numerose poesie ispirate ad opere pittoriche, o nella descrizione di ambienti domestici e scenari naturali. Esse sono applicate a una varietà di temi e situazioni, a una schiera di personaggi evocati, messe al servizio di un’altra caratteristica fondamentale, diremmo leopardiana, della sua poetica: il ragionare. Non si dà poesia se non anche come occasione – o pretesto alto – per imbastire una forma originale di ragionamento, favorire un pensiero: che si tratti del dialogo con figure di riferimento, dei visitatori nel capanno abbandonato o dell’esame doloroso della propria condizione o di quella della sua gente (“my own” in Primavera a Belfast), l’eleganza e la precisione del verso innervano la struttura dialettica di un ragionamento. “Persino ora ci sono luoghi in cui potrebbe crescere un pensiero”, dice in un celebre attacco.
L’esercizio ricercato del pensiero o la registrazione della sua incubazione – “thought incubates” (Harbour Lights) – o come conseguenza dell’osservazione (come nell’amata Elizabeth Bishop) rimarranno costanti formali di tutta la sua produzione poetica, oltre che della sua produzione critica. Si tratta di un processo, inestricabilmente associato alla vita:
“Semplicemente continua ad accadere: la vita trova sempre
un luogo in cui sussurrare, il pensiero uno spazio in cui crescere”.
Persino nelle cose abbandonate come proclama la citazione da La religione del mio tempo posta in esergo a Roman Script:
“Nei rifiuti del mondo nasce un mondo nuovo”.
Il ragionare verte in particolare sulla condizione umana, su cui sia MacNeice sia Camus, e lo stesso Beckett, avevano puntato l’attenzione. Uno sguardo volto alla comprensione, e per questo basato su una particolare forma di analisi, che è, come si diceva, fondamentalmente di carattere storico. Si prenda come esempio la poesia Cortili di Delft: la descrizione della sequenza di quadri di Pieter de Hooch, dedicati ai cortili e alle frugali esistenze modellate sull’etica protestante delle famiglie di artigiani della città, si trasforma in una meditazione sugli intricati fili che legano l’Olanda del Seicento alla storia dell’Ulster, anche a quella del Novecento, con le conseguenti ricadute sui destini e percorsi individuali nel qui e ora. I cortili di Pieter de Hooch, quelle case, posseggono un’immanenza e un rapporto con la formazione del poeta e con la comunità di appartenenza, la classe operaia protestante di Belfast appunto, perché i Paesi Bassi del pittore sono quelli da cui sarebbe venuto, a una trentina d’anni dalla composizione del quadro, Guglielmo d’Orange, che sconfiggendo Giacomo II nella battaglia del Boyne nel 1690 avrebbe segnato per più di tre secoli la conferma del dominio inglese e protestante sulla cattolica Irlanda. È per questa ragione che, con improvvisa distorsione temporale, nella strofa finale il quadro e i suoi ambienti secenteschi si fondono con gli interni operai di Nord Belfast del secondo dopoguerra, in cui è cresciuto il poeta (“vissi là da ragazzo”), collocando quei quartieri e quella realtà non soltanto nell’immaginario letterario irlandese ma in quello della sanguinosa storia europea.
Contrariamente ad Auden che sosteneva che “la poesia non fa accadere nulla”, Mahon riteneva che essa avesse la fondamentale funzione di “educare l’immaginazione”. In un’intervista concessa a Eamonn Grennan nel 1991, Mahon dichiarava di essere in questo vicino a Shelley che considerava l’immaginazione “il grande strumento del bene morale”. “L’immaginazione si nutre e si rafforza grazie all’arte e alla poesia così da aumentare anche solo in modo infinitesimale la somma del bene del mondo”. Perché si possa parlare di poesia, dirà in “Condizioni di lavoro”, è necessario che i versi “contribuiscano /per un urlo o un sussurro al totale della saggezza del mondo”.
Questo ha continuato a fare con il suo lavoro fino alla fine Derek Mahon, fino alle raccolte del nuovo millennio, da Harbour Lights a Washing Up. Composte per la gran parte a Kinsale, il tranquillo porto in cui, dopo anni di nomadismo, aveva trovato una sua stabilità, esse testimoniano della sua dedizione al lavoro poetico in quanto sbocco naturale dell’esercizio di un pensiero e di un’inesauribile curiosità intellettuale, fattori primi della straordinaria creatività che ha prodotto i suoi versi.
Riccardo Duranti e Giovanni Pillonca

***
Carrowdore
presso la tomba di Louis MacNeice
Le tue ceneri non si leveranno, nemmeno su quest’altura,
nonostante le raffiche di vento e il tremore delle lapidi.
Questa tomba è consacrata, in tuo onore,
a quanto è situato nel tempo futuro. Tu ora riposi,
vinte le tensioni, mentre la primavera ritorna
riaccendendo i fiori sulla penisola.
Le tue ceneri non voleranno via, per quanto il vento
infuri tra tasso e rovi. A breve cominceranno
ad uscire poesie sepolte e biografie, ma noi
sostiamo qui a ricordare la vita perduta.
Maguire propone un merlo in bassorilievo
sulla tua tomba e una citazione da Euripide.
Che ti si addice alla perfezione, come questo cimitero
con il suo gioco d’ombre, la sua benevola posizione.
Serrate nel pugno dell’inverno, queste colline sono dure
come pietra, ma si fanno morbide e femminee
allo schiudersi delle dita e all’avvampare delle siepi.
È così, suggerivi, che dovremmo vivere:
l’ironico, amorevole scontro di rose e neve,
ciascuna fragile, soluzione dell’ambiguità. Così,
dalla polmonite nel fossato, dall’accesso febbrile
del poeta cieco, dalla città bombardata, tu annunci
il cessato allarme alle pozze vuote della primavera,
lavando via il fango secco, ravvivando i colori.
*
Cortili di Delft
Pieter de Hooch, 1659
(per Gordon Woods)
Luce sghemba sul noto, su mattoni e sul cotto –
muri immacolati, e da per tutto
quel rubinetto, quella scopa, quel mastello
per mantenerli tali. Mogli d’artigiani, attente
alle apparenze, vivono con parsimonia
tra cortili spazzati, modesti ma adeguati.
Foglie rade, sospese; non c’è brezza che turbi
la curata compostezza di quegli alberi.
Né musica di spinetta, emblema
delle armonie e disarmonie amorose.
Non guastano la casta perfezione della cosa
o la sua resa i pesci laidi, la frutta, l’uccello
dagli occhi sgranati che s’invola dalla gabbia
mentre una vergine presta orecchio al seduttore.
Niente è casuale, non si spreca niente.
Ci manca il cane sporco, il gin ardente.
Quella ragazza di spalle che attende
il ritorno del marito per cena
attenderà finché non si disintegri il colore
e le dighe cadenti non cedano all’avido mare;
eppure è vita anche questa, e la porta
incrinata della latrina un fatto tangibile
fissato nella memoria come lo steccato
assolato che dà sulle case dirimpetto.
Ho vissuto lì da ragazzo e conosco lo scintillio
del carbone nella rimessa, la luce tremula
del tardo pomeriggio che dà risalto al tavolo d’abete,
il soffitto raccolto in un cucchiaio lucente.
Devo essere lì, nascosto in una stanza,
un bimbo strambo col gusto dei versi,
mentre i miei compagni sognano a muso duro la guerra
sull’arido veldt e tra i ginestroni battuti dalla pioggia.
*
Il coro degli uccelli all’alba
Non è il sonno che ci manca, ma i sogni sì,
sostengono gli psicologi; d’accordo con poeti famosi.
Agogniamo quella realtà, ma siamo bloccati qui.
Esiste un altro mondo e convive con noi qui,
una pozza azzurra in mezzo a campi melmosi.
Non è il sonno che ci manca, ma i sogni sì.
Se arrivassimo a una sintesi, un bel dì,
che l’arcaico al completamente nuovo sposi…
Agogniamo quella realtà, ma siamo bloccati qui.
Una volta svegli, gli occhi da vigliacchi lucidi così,
il serafino in fiamme guardiamo dubbiosi.
Non è il sonno che ci manca, ma i sogni sì.
Col cuore rotto ascoltiamo gli uccelli al sorgere del dì,
aggrappati alla certezza d’un’epoca di voli ariosi,
agogniamo quella realtà, ma siamo bloccati qui.
In perenne attesa d’una metamorfosi, ogni dì
accumuliamo frammenti di perduta gnosi.
Non è il sonno che ci manca, ma i sogni sì.
Agogniamo quella realtà, ma siamo bloccati qui.
*
Ragazze sul ponte
Munch, 1909
La trota si sente,
moscerini ipotetici. Letti,
lampade e linde lenzuola
attendono a casa le placide
membra e i capi ora voltati
delle ragazze
che fan tardi sul ponte la sera.
La polverosa strada in discesa
è forse la strada maestra per il sud,
simbolo della curiosità giovanile del mondo
delle speranze e dei privilegi
dell’adolescenza;
ma si ferma incontrando
le ragazze che fissano paghe
il lago insondato che le rispecchia,
il cicaleccio squillante della conversazione
che rimanda a giorni di calma
e serenità.
Austere figlie
del tempo, che scuotete appena
i capelli mentre le ombre si allungano
al calar della notte. Per quanto le vostre
risate riecheggino al di là
delle acque buie
un sole spettrale
vi osserva pallido di sgomento.
Oh, ridete pure voi che siete
le vaghe sorelle della stella del vespro,
ma aspettate – se non oggi
verrà un giorno
in cui gli incubi,
che appena conoscete, disperderanno
la crescita puntuale delle vostre esistenze.
La strada riprende e, alla curva,
a un miglio da dove voi chiacchierate
c’è qualcuno che urla.
*
Li Po
701-762
Non è che sia proprio affogato nell’acqua
su cui s’era sporto per afferrare la luna riflessa
ma è morto di polmonite doppia due giorni dopo.
Lei, la vera causa della febbre,
forse si chiese che fine avesse fatto
il suo innamorato più devoto e tenace.
Per cercare sulla terra il suo Endimione,
notte dopo notte sorgeva brillante,
simbolo misterioso di costanza
nel grande flusso e nella confusione regnante.
Chi può dimenticare mai la farfalla
che sogna d’essere Lao Tzu, le lacrime fredde
della cortigiana sulle rugiadose scale di gemma
che scendono dal quartiere delle ragazze
o la vela solitaria sull’ampio fiume
che porta in “cielo”, dove si riuniscono i grandi?
Traduzione di Riccardo Duranti e Giovanni Pillonca
*Si riproduce in parte, per gentile concessione, il servizio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Poesia” edita da Crocetti (n.29, Gennaio/Febbraio, 2025); in copertina: Derek Mahon, Photo: Michael Mac Sweeney