La storia che in breve vorrei raccontare ha origine in Spagna. Nel secolo VIII fu composto un testo arabo, un testo devozionale intitolato Il Libro della Scala. Esso si ispirava ad alcuni scarni versetti del Corano.
“Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso.
Lode a Colui che di notte trasportò il suo servo dal Tempio Sacro al Tempio più remoto, del quale benedicemmo l’ingiro, per mostrargli i nostri segni. Egli è l’auditore, il veggente”.
Così recitano i primi versetti della XVII sura del Corano, versetti oscuri, credo non solo per noi. Secondo la tradizione islamica, questi versetti si riferiscono al mistico viaggio di Maometto, rapito nel sonno, dalla moschea della Mecca a Gerusalemme, o, secondo un’interpretazione più simbolica, a un tempio celeste, immateriale. L’immaginazione popolare nel corso del tempo ricamò su questi scarni versetti. Il viaggio notturno di Maometto si riempì di particolari fantastici: un cavallo alato (il Burâq), l’arcangelo Gabriele come guida, l’ascensione per i sette cieli, la visione degli angeli, dei profeti, la consegna a mano del Libro Sacro dei mussulmani, e poi la tremenda visione dell’abisso dei dannati e delle pene infernali. A tutto ciò si aggiunse un particolare, forse il più sorprendente, che avrebbe acceso la fantasia dei poeti e avrebbe aggiunto materia teologica e filosofica: una luminosa scala dorata grazie alla quale Maometto inizia la sua ascensione. Sicché questa leggenda, nelle sue numerose versioni poetiche e anche filosofiche, avrebbe preso il nome di Libro della Scala.
Secoli dopo, verso il 1264, a Toledo, un medico ebreo, tale Abraham Alfaquì, tradusse il libro dall’arabo in castigliano. A quei tempi Toledo era un centro nevralgico in fatto di traduzioni, con re Alfonso, il decimo della serie, che non solo per piaggeria cortigiana era detto il Savio. A corte c’era un senese di nome Bonaventura che a sua volta tradusse il libro in latino e in francese, com’egli stesso scrive nell’introduzione. Presto un altro toscano, un fiorentino, giungerà a Toledo a capo di un’ambasceria: è Brunetto Latini, che un giorno sarà riconosciuto da Dante Alighieri (ancora deve nascere) quale maestro: “Siete voi qui, ser Brunetto?”
Fin qui tutto è provato, anche se non è dimostrato che fu proprio Brunetto Latini il tramite attraverso cui Dante conobbe perlomeno qualcosa de Il Libro della Scala. Non è dimostrato ma è molto probabile. Ciò che invece è inconfutabile è che la cultura islamica ebbe un qualche grado di influenza sul grande poema cristiano: la Commedia, che uno stampatore veneziano chiamerà divina.
Un pioniere dell’idea che la Divina Commedia fosse stata in qualche modo influenzata da fonti extracristiane fu Miguel Asin Palacios, ecclesiastico spagnolo e arabista all’Università di Madrid. Erano i primi anni del Novecento quando costui diede alle stampe un poderoso saggio: La escatologia musulmana en la Divina Comedia. Nel libro il Palacios sosteneva la tesi che l’idea del viaggio oltremondano di Dante doveva molto alla tradizione del viaggio notturno di Maometto, e si prodigava nel tentativo di dimostrarla. Palacios non conosceva il Libro della Scala ma faceva riferimento altre versioni della leggenda, altre tradizioni, molto più colte. Evocava Avicenna e il mistico e poeta Ibn Aràbi, per esempio. Il libro suscitò un tale scalpore nel mondo accademico, e non solo tra i dantisti. La reazione del pubblico al libro di Palacios fu di grande interesse e di stupore. La reazione degli specialisti oscillò tra la diffidenza e la ripulsa, anche se non mancarono buone accoglienze da parte di celebri dantisti.

Il fatto è che nessuno vive fuori dal tempo, e a quel tempo era forte il pregiudizio eurocentrico, e non era facile accettare anche la semplice ipotesi che il più grande poeta cristiano avesse attinto a piene mani dall’escatologia islamica. Oltretutto l’Italia aveva da poco combattuto e vinto una guerra con i resti dell’Impero ottomano per il possesso della Libia. Insomma, il clima generale non era certo favorevole a tesi che non ribadissero l’assoluta occidentalità, anzi l’italianità, anzi la fiorentinità di Dante. Lo stesso Palacios, a fronte di tante reazioni, alcuni anni dopo avrebbe pubblicato un’appendice al volume intitolata Storia e critica di una polemica. In essa scriveva:
“Gli specialisti che si sono occupati della nostra ipotesi si possono raggruppare in due categorie principali: gli orientalisti in generale, specialmente arabisti e islamologi da una parte; e dall’altra romanisti in generale, principalmente dantisti e soprattutto italiani. Di queste due categorie la prima si è pronunciata a favore della nostra ipotesi quasi all’unanimità; le eccezioni si riducono a tre, di cui due costituite da arabisti italiani. La seconda categoria, quella dei romanisti e dei dantisti, assunse atteggiamenti più sfaccettati: fuori d’Italia la grande maggioranza fu favorevole; in Italia invece si mostrò incerta o contraria, con eccezioni assai scarse”.
L’Escatologia islamica en la Divina Comedia è stata tradotta e pubblicata in Italia non da molti anni, dopo altre settant’anni di oblio, se non di ostracismo. Le moltissime analogie riscontrate dallo studioso spagnolo tra la Commedia e il complesso delle opere islamiche da lui considerate non bastarono a convincere i dubbiosi, gli scettici. Palacios, sostenevano costoro, non aveva potuto indicare una versione precisa della leggenda, fra le tante sottoposte al vaglio della critica, un testo dal quale fosse possibile stabilire un preciso rapporto di derivazione.
La critica non era infondata, ma l’anello mancante, l’anello di congiunzione in verità esisteva. Riposava negli scaffali della Biblioteca Bodleiana di Oxford e della Biblioteca Nazionale di Parigi e fu scoperto nel 1949 quasi contemporaneamente da un altro orientalista spagnolo e da uno studioso italiano, tale Cerulli. Era scritto in due lingue: in latino e in francese antico. Era Il Libro della Scala di Maometto! Mentre Asin Palacios aveva ipotizzato la conoscenza da parte di Dante di modelli islamici raffinati e colti, e a questi aveva comparato la Commedia, il libro scoperto non si presentava come un capolavoro. Il Libro della Scala di Maometto è un testo devozionale, come ho già accennato, un testo che non brilla certo per poesia, e da un punto di vista poetico il paragonarlo al poema dantesco suonerebbe come una bestemmia. Eppure, Il Libro della Scala non contiene solo molte analogie con la Commedia, ma una precisa idea strutturale che in qualche modo Dante dovette pur cogliere.
L’influsso di quest’opera sulla Commedia è più strutturale che puntuale, tale da aver agito soprattutto sull’idea organizzativa del poema, tuttavia non sono pochi gli episodi locali che risentono di questa influenza. Le descrizioni cosmografiche e il ruolo dell’angelo guida rappresentano due delle idee fondamentali che Dante con tutta probabilità prese da Il Libro della Scala. L’arcangelo Gabriele discute e risponde a Maometto che gli pone moltissime domande di carattere cosmografico, appunto, teologico, sugli ordinamenti celesti e infernali, ecc. Chiunque abbia anche solo un vago ricordo della Commedia, non può non ricordare le domande, le questioni e i dubbi che Dante pone e confessa alla sua guida. Maometto nel paradiso vede un gallo gigantesco, Dante nel cielo di Giove vede un’aquila formata dai beati. Per non insistere troppo sulla mistica scala per la quale Maometto sale al primo cielo! Che sia la stessa che Dante vede nel cielo di Saturno? (Ammenochè entrambi gli autori non avessero in mente la scala di Giacobbe). Si potrebbe continuare ancora a lungo ad elencare le analogie tra la Commedia e Il Libro della Scala. Anche nella diversità e persino nell’opposizione si intuisce il rapporto tra i due testi, si intuisce che Dante conobbe la leggenda dell’ascensione: il Paradiso di Dante è il regno della spiritualità, quello islamico invece è un paradiso sensuale; il Dio di Dante sembra amare il silenzio, mentre Allah è assai loquace con Maometto. Eppure Iddio è uno e in fondo al cuore degli uomini è lo stesso.
Mai e poi mai vorrei mettere in dubbio l’originalità del poema dantesco e la sua profonda ispirazione cristiana, ma parimenti nessuno dovrebbe più aver dubbi sul fatto che Dante, nella sua fame universale di sapere, può ben avere divorato e assimilato anche Il Libro della Scala di Maometto. A questo libro Dante deve qualcosa, molto più dei racconti del viaggio oltremondano che abbondavano nell’Occidente medievale, cristiano. A quei tempi, malgrado le guerre, malgrado le crociate, i rapporti tra Islam e Occidente erano molto ma molto più intensi di quanto non siano oggi.
Enzo Fontana