11 Settembre 2024

“Il polverio della Via Lattea”. Per favore, leggete Christina Stead tradotta da Aldo Busi

Stento a credere di essere figlio di qualcuno. Mi sento come se fossi stato tirato fuori da me stesso.”

A parlare è Michael Baguenault, uno dei Sette poveracci di Sydney, di Christina Stead, che così lo presenta a lettore nell’elenco in prima pagina dei poveracci: “Michael Baguenault – buono a nulla”. Gli altri sono: tre tipografi, il proprietario della tipografia, un bibliotecario e un giovane paralitico.  

Il romanzo è del 1934, la Stead alla data di pubblicazione ha trentadue anni, è al suo esordio. La traduzione è pubblicata da Garzanti nel 1988, è di Aldo Busi che nell’88 ha già pubblicato tre romanzi. Il 1988 oltre che di Sette poveracci di Sydney è l’anno di pubblicazione del suo Sodomie in corpo 11.

Sette poveracci di Sydney è sia un capolavoro sia un’occasione per scoprire cosa succede quando il romanzo e la lingua di una scrittrice e che scrittrice australiana nata ai primi del Novecento incontra la lingua di uno scrittore e che scrittore italiano nato nel mezzo del cammino del ventesimo secolo.

Anticipo le conclusioni: si scopre che non è possibile stabilire a chi essere più grati, verso chi è più in debito il lettore: alla scrittrice che scrive il romanzo per prima o al traduttore che lo scrive per la sua prima volta in una lingua differente da quella originale?

Si scopre poi che è lampante cosa sia la letteratura: un’opera slegata dalla sua geografia, dalla sua linea temporale, che allontanandosi nel tempo e nello spazio non deperisce bensì si riattiva, si arricchisce, restando uguale e diversa. Il capolavoro letterario è un organismo vivo, generativo, dotato di una carica deflagrante, detonante, inesausta, inesauribile. È un inedito non solo fino al momento in cui lo leggi, lo resta anche dopo.

La traduzione – pare a me – assurge al suo compito nel migliore dei modi quanto spinge verso l’originale, quando ti fa sentire il tuo limite nel non poterlo raggiungere, comprendere, privandoti del piacere di confrontare questo con quello per stabilire il punto di contatto tra la Stead e Busi: dov’è che si incontrano, che si intendono, che raggiungono l’armonia? E dov’è che le loro personalità stilistiche si discostano, dov’è che la traduzione deve intervenire per rendere usufruibile alla lingua d’arrivo ciò che era assodato fosse comprensibile per chi avrebbe letto nella lingua di partenza?

Scrive Peter Handke in Intervista sulla scrittura, Pierluigi Lubrina Editore, pubblicato nel 1990, l’intervista è del 1986:

“il tradurre rende inoltre possibile arginare la nostra superficialità, o far sì che non si manifesti neppure.”

Postillo: anche leggere una traduzione indagandola, interrogandola, percorrendola con occhi handkiani, immaginando la partenza dalla destinazione, può essere un esercizio che argina la superficialità, la annienta, laddove la superficialità è proprio ciò che passando per spensieratezza è in realtà è il più cupo schiacciamento, appiattimento, la più spietata efferatezza tramite la quale ci lasciamo disintegrare ringraziando chi ci disintegra, ci nientifica, ci intrattiene.

Proprio all’Handke contemplatore, stupefatto dalle cose così come sono, fanno pensare dei passaggi panici all’interno di Sette poveracci di Sydney per quanto in chiave molto più cosmica di quanto Handke li abbia mai azzardati:

“Una coccinella sulla foglia di melone sembrò una testuggine, il melone, premendo appena l’erba, ruotava nello spazio come un universo, una verde autogenesi.”

Sbrigativamente riporto l’antefatto che mi ha condotto ai Sette poveracci di Sydney, facendomelo riconoscere quale lettura immancabile per l’estate 2024, per chi ne voglia una indimenticabile almeno per un giusto motivo: il 24 maggio scorso perdo casa durante uno dei più gravi sciami sismici nell’area flegrea. Alla sveltissima devo decidere cosa tirar giù dallo scaffale per potarlo in salvo con me e il cane prima che il soffitto di casa possa venir giù anche lui il tetto poi non crollò, le crepe strutturali si sarebbero limitate alle pareti, ma lì per lì non mi attardai per accertarlo – e la scelta è immediata: afferro l’ultimo libro di Aldo Busi ancora mai letto, la sua traduzione della Stead appunto, avendo già letto per svariate prime volte il resto della sua bibliografia, le altre traduzioni, comprese quelle da un italiano all’altro. È che da lettore non sono ancora pronto ad affrontare una realtà in cui non c’è qualcosa di scritto da Aldo Busi che io ho ancora mai letto.

In questo mondo candidato all’autodistruzione e sempre più volatile, dove niente fa in tempo a essere pubblicato che già corre a rotta di collo verso il macero passando brevemente per il reparto remainder, le possibilità di ritrovare un romanzo finito fuori catalogo come Sette poveracci di Sydney calano drasticamente, diventano al più un affare lucroso per il mercato dell’usato come avviene per certi reportage di viaggio di Handke (il mercato per fortuna tante volte è troppo rozzo per avere idea dei tesori a sua disposizione, per cui è ancora possibile acquistare online il romanzo della Stead trovandolo alla voce vintage, per una spesa così modica da risultare oltraggiosa).

La svolta definitiva che m’ha convinto a leggere il romanzo salvato assieme a me di Busi che traduce Stead è dovuta a un annuncio pubblico diramato dall’Archivio Busi all’inizio di luglio, a firma di Marco Cavalli e Alessandro Zaltron: È datata l’informazione reperibile in rete e risalente a due anni e mezzo fa, secondo cui le pagine di “Seminario sul postmortem” ammonterebbero a 850: la foliazione del romanzo si è nel frattempo accresciuta, e di molto.

Il romanzo inedito di Aldo Busi esiste, probabilmente ci sopravviverà che noi si riesca a leggerlo oppure no durante la vita in corso, e questo m’ha incoraggiato e soddisfatto al punto da spingermi fare il grande salto nella Stead tradotta, nella Baia del Pescatore, epicentro dei Sette poveracci di Sydney (nel romanzo stesso c’è chi si tuffa e tragicamente, ma è talmente superfluo invitare alla lettura del romanzo attraendo lettori con l’energica bellezza della sua trama: se un romanzo contiene frasi stroboscopiche come “i grilli pizzicavano invisibili zither nella acetosella” chi non ci si fionda su neppure lo merita.)

Nella mia curva spaziotemporale ideale si potrebbe tirare settembre sparlottando su notizione tanto ghiotte: l’inedito di Busi che non è peregrino immaginare di mille pagine circa. E a comunicarlo un sibillino Archivio Busi. Finalmente un mystery che per tenerti sul chi va là non ha bisogno sia ucciso nessuno, che non scomoda commissari o gendarmerie varie, in questi tempi di neomilitarismo rampante ha del prodigioso, che fa a meno di attentatori ventenni di candidati presidenziali quasi ottantenni come di altre grossolanerie quali bombardamenti, squartamenti, bestialità ovvero umanità troppo umane impegnatissime nel dare del loro peggio al nostro naturale bisogno di violenza inflitta altri e goduta finché la si osserva da lontano.

Ancora parola di Michael Baguenault, reduce della difterite contratta a scuola a dodici anni: “la sua mera parola avrebbe potuto influenzare vaste moltitudini di uomini”. Di nuovo sembra di ascoltare per iscritto Peter Handke, scrittore austriaco e che scrittore, che il pomeriggio dell’11 aprile del 1986 risponde al germanista svizzero Herbert Gamper a proposito del suo aver voluto tradurre Eschilo:

 “perché pensando a Prometeo viene sempre mente il fuoco, sì, la scintilla di fuoco nel Nartece; ma che in realtà… che lui abbia portato la scrittura, il numero e la scrittura, ci colpisce tremendamente in Eschilo o chiunque sia l’autore.”

È la scrittura lo scandalo, la sfida degli umani agli dei che si sono inventati per sottomettersi meglio. La scrittura, quando è letteratura, rivela a ciascuno il potere a cui può attingere quando impara a scrivere – a dire con parole sue le cose, facendo sue anche le cose.

E quand’è che la scrittura è anche letteratura? Un’altra frase scritta dalla Stead e scritta poi da Busi in traduzione lo rende lampante:

“Era ottobre; le sparpagliate meteore d’argento, sballottate di recente dai loro pennacchi ariosi, andavano a insabbiarsi baluginando attraverso i segni dello zodiaco, e gli zoccoli del Centauro, lanciandosi in avanti e corvettando, strapazzavano il polverio della Via Lattea.”

È stata la prima volta che ho incontrato il verbo corvettare, è quello che fanno i cavalli quando saltellano elegantemente, Non so se qualcun altro mai prima o dopo l’ha coniugato per una costellazione.

E fin qui ho citato a malapena dalle prime venti pagine del romanzo, che ne conta 343 e la cui traduzione è completamente scritta e in cui ogni pagina è incatenata furiosamente alle vicende dei suoi protagonisti: se n’è detto così poco di trama e personaggi, neppure è stata citata la poveraccia di Sydney,  Catherine Baguenault, la Biancaneve stregante dei sette poveracci ciascuno col suo complesso introiettato di nanismo rispetto alla Grande Storia prepotente e indifferente, in cui si sentono trascinati, troppo economicamente subalterni e socialmente marginali per poter pretendere di poter dirigere in modo autonomo la propria esistenza al suo interno. Altri abboccamenti sulle peripezie narrate? “il primo gallo cantò una buona, ultima volta per tutte.”

Se nessun editore se la sente di pubblicare Seminario sul postmortem di Aldo Busi alle sue condizioni perché intanto non ripubblicane la traduzione del romanzo della Stead? Pubblicherebbe comunque un romanzo imperdibile, un inedito a tutti gli effetti, un classico, e si sa che chi offre bellezza a tutti al costo di un tascabile non la passa mai liscia comunque, e già che c’è potrebbe convenire come il non sia più accettabile che della Stead per esempio non sia ancora mai stato tradotto House of All Nations, del 1938. Nemmeno mi stupirebbe se saltasse fuori che il romanzo, che a me risulta mai tradotto in italiano, in realtà lo sia stato ma che della traduzione se ne siano perse le tracce perché avvenuta troppo indietro nel tempo, il che ormai può equivalere all’ultima decade, all’ultimo quinquennio.

Lo si è detto, dopo aver letto la Stead nella traduzione di Busi si arde dalla voglia di leggere direttamente la lingua della Stead, ma come negare il piacere di volerla leggere pure in italiano e ancor di più in un italiano che ha fatto sua la lezione di Busi sull’italiano scritto?

Lunghissima vita ai posteri ma io dei vantaggi della posterità non saprei che farmene e sopra a ogni cosa vorrei evitare di dover dare la risposta data in chiusura di intervista da Handke a Gamper, nella traduzione di Monika Maria Mechel, a proposito dei libri meritevoli di essere letti: “Penso piuttosto che ci sono tantissimi libri, ma che io mi sono già lasciato sfuggire il momento opportuno per leggerli.”

Non negatemi il piacere terremotante e perché no salvifico di leggere i capolavori – in originale o in traduzione, di oggi o di ieri ma comunque scritti nel domani – che potrei leggere da vivo, vegeto e senza desiderio alcuno di assomigliare a un vegetale da ombrellone se ci fossero editori coraggiosi quanto basta da darsi la volontà di pubblicarli.

E che poveraccio, infine, chi intanto potrebbe leggere Sette poveracci di Sydney della Stead e di Busi nel corso di questa sua unica vita e che se lo lascia sfuggire lo stesso.

antonio coda

*In copertina: Alex Coville, Woman carrying canoe, 1972

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