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L’uguaglianza, un passatempo salottiero. Su Christina Stead

La relazione tra vita e opera di uno scrittore è un tema intorno al quale la critica e più in generale il mondo dei lettori dibattono da sempre. Le correnti di pensiero sono diverse e in tutte c’è una parte di vero. Per quello che mi riguarda, confesso che sono sempre stato molto curioso di conoscere il più possibile della vita degli scrittori che amo, ma se devo esprimere la mia più intima convinzione allora dico forte e chiaro che non c’è partita. Nel giudizio su un autore quello che resta e che conta veramente è l’opera scritta, i libri. Tutto il resto, incontri, esperienze, frequentazioni, amori, opinioni politiche, gusti sessuali è solo contorno e curiosità. Anche perché nella variopinta e simpaticamente nevrotica tribù degli scrittori c’è un po’ di tutto. Se pensiamo a Kafka è difficile, e forse impossibile, distinguere tra vita e opere, capire dove comincia una e finisce l’altra tanto sono intrecciate. Sulla sponda opposta chi potrebbe mai immaginare che nei racconti e nei romanzi di un forzuto tutto muscoli e bordelli come il caro Maupassant ci possa essere tanta poesia.

Passando dalla teoria alla pratica, avete mai letto un romanzo che dalla prima all’ultima pagina contraddice quanto l’autore ha sostenuto e professato a squarciagola per tutta la vita? Eccone uno. Il romanzo è Letty Fox, pubblicato nel 1946 e la scrittrice è Christina Stead (1902-1983), universalmente riconosciuta come una delle maggiori, se non la più grande, scrittrice australiana del Novecento. Che altro si può dire di una donna come la Stead che fino all’ultimo dei suoi giorni è stata una comunista granitica, anzi una stalinista dura e pura, pronta a indignarsi di fronte al minimo cedimento rispetto a una fede politica cieca e assoluta e che poi ha scritto libri nei quali vengono regolarmente fatti a pezzi quegli stessi ideali che tanto le stavano a cuore.

La vicenda di Letty Fox è ambientata tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta e la protagonista, che dà anche il titolo al romanzo, è un autentico groviglio di contraddizioni. È una ragazza carina, spontanea, ribelle, affamata di sesso e di soldi, pragmatica e allo stesso tempo romantica. Ha letto i romanzi che bisogna assolutamente avere letto, ha visto i film che bisogna avere visto, va a vivere nel Greenwich Village, regno del mondo liberal e radical newyorchese. Vorrebbe sfondare nel campo letterario, ma nel frattempo accetta un posto da segretaria. È una ragazza libera e disinibita; nella sua vita entrano ed escono uomini a ripetizione, ma il suo obiettivo – è lei stessa a dichiararlo – rimane quello di un buon matrimonio tradizionale. La Stead, accanita sostenitrice di un mondo nel quale l’individuo scompare nella collettività in questo libro dà vita a una protagonista convinta di potere contare solo sulle proprie forze e che è la quintessenza dell’individualismo. Letty Fox non sa che farsene delle palingenesi in cui confida senza se e senza ma la sua creatrice. Lei non crede al “bel sol dell’avvenire”, ma all’hic et nunc:

«Posso solo affrontare le situazioni via via che si presentano. On s’engage e puis on voit. Forse è solo che a me piace vivere. Di certo mi espongo alla vita; la lascio entrare. Non sto a domandarmi: “Questa cosa durerà?” Si tratta di tirare avanti (e già non è poco!) mantenendo un certo orgoglio.»

La verità che viene fuori da queste 700 e passa pagine è che la giustizia, l’uguaglianza, le preoccupazioni per le sorti dei diseredati del mondo in certi ambienti sono solo un passatempo salottiero. Negli ultimi anni della sua vita la Stead in un’intervista affermò che soltanto quando scriveva si era sentita se stessa. Credo proprio intendesse dire che solo come scrittrice era stata libera di non essere fedele a certi ideali rivelatisi fasulli, dimenticandosi finalmente di essere coerente a tutti i costi fino a negare la realtà che era sotto gli occhi di tutti. A un certo punto del romanzo, Letty Fox pronuncia parole che sono la pietra tombale per tutto un certo demi-monde che oggi come allora va per la maggiore: «Il radicalismo è l’oppio della borghesia».

Silvano Calzini

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