08 Luglio 2024

“Una solitudine dallo sguardo barbarico”. Il romanzo sulla morte di Pavese

In agosto, in Francia, per Gallimard, è prevista l’uscita del romanzo sulla morte di Cesare Pavese. La quarta ne parla come di un libro “dal fascino furioso”, che mette in scena “la letteratura e la politica, la vita e la morte, dove nulla è poi così grave ma infine è la tragedia a prevalere”.

Augusteo agosto: il mese in cui tutto marcisce, il verde si sfascia, gli alberi sono discinti, reduci da sessuate notti. Tutto mostra il servaggio, ormai fiacco, è pronto al giogo d’autunno, a mutare forma. Pavese si ammazza negli ultimi giorni di agosto – come Marina Cvetaeva prima di lui. Lei in una stamberga, a Elabuga; con la corda – lui con i farmaci, in una camera d’albergo, potete prenotarla anche oggi, se vi va. Lei, espulsa da tutto, impedita a pubblicare; lui, fresco di un Premio Strega – per La bella estate – e di un bel libro, La luna e i falò. Chissà cosa si diranno, chi comincerà con le arti della lamentazione, con quelle della consolazione.

Il romanzo d’intitola Hotel Roma, come l’albergo da cui Pavese s’invola, verso altri mondi. Lo ha scritto Pierre Adrian, giovane – nasce nel 1991 – autore di scuola francese, già bronzeo di premi, piuttosto noto in Italia, dove sono stati tradotti pressoché tutti i suoi libri (su tutti: I bravi ragazzi, Gremese, 2022 e I giorni del mare, Atlantide, 2023). In assoluto – qui sotto abbiamo tradotto le prime pagine – il romanzo – scritto con garbo, educato – non pare un capolavoro; forse, lo scrittore ha scelto di allinearsi al dire morbido, al parlottio di Pavese. Sono interessanti, piuttosto, le sue riflessioni esistenzial-letterarie. Secondo Pierre Adrian – ne tiriamo gli estremi angoli, gli acrobatici lembi – Pavese e Pasolini rappresentano l’apollineo e il dionisiaco della letteratura italiana recente. Il primo ha il dire armonico, scandito da lampeggianti visioni, oracolari; l’altro ha la dissennatezza del baccanale, di chi rivolta il linguaggio del potere in latrina e gorgheggia sul massacro. Uno il giorno, l’altro la notte. La fine di entrambi dice della loro insolvibile diversità: uno si ammazza l’altro si fa ammazzare.

Eppure, al di là delle ovvie volute, Adrian dice qualcosa di ulteriore. Pasolini si erge – voluttuosamente o meno – a maestro, a cattivo maestro, a messia per le masse. Anela la crocefissione, la lampante lapidazione. Pavese no. Non è maestro – ma amico. Un amico che reca sassi – che infastidisce. Il maestro permette seguaci, Pavese ci impone di non inseguirlo perché il suo dire, sempre, sboccia sulla morte. Pavese ci fa amici della morte. Tuttavia – questo credo che insinui Adrian – le parole paghe, apodittiche, un santuario di sentenze, di Pavese, semenzaio di luci rotte, sono più violente di quelle di Pasolini. Agiscono come aghi. Si provi a leggere Il mestiere di vivere, ci dice questo scrittore. La prossimità, che sfocia in confidenza, rasenta il terribile: finita la lettura ci scopriamo ricoperti di spine. Pasolini invoca il ribelle, la sua posa, a tratti, si fa tribunizia, egli è il profeta e il veggente, il politico e l’apolide del verbo, l’uomo televisivo, l’intellettuale sempre a nudo; Pavese, con la sua prosa da confessore, nel chiaroscuro, insinua un sovvertimento dell’anima. Sessuomania e impotenza, vigoria e verginità, spudoratezza e riservatezza; Dioniso e Apollo. Da qui, credo, l’irritazione di Pasolini quando parla di Pavese – “Per me Pavese è un letterato medio italiano, nessuna opera va oltre questa linea media o addirittura mediocre insomma” dice a Franco Fortini, nel 1972 –: ne riconosce la perversa pervasività.

“La bestia è più vicina a noialtri immortali che non l’uomo intelligente e coraggioso”, dice la Circe fittizia delle Streghe, nei Dialoghi con Leucò. D’altronde, Gesù, nel deserto, si avvicina alle fiere, “e gli angeli lo servivano”. Ferale maestria di Pavese: fatevi bestie, uscite dalla mania letteraria. Morì accasciandosi, dunque, come gli erbivori – fu un felino il primo a scoprirlo, a coprirlo di preci caprimulgo.

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Torino, 27 agosto 1950

Il maître aprì leggermente la porta, il gatto s’intrufolò nella stanza.

Era solito vagare per i piani dell’albergo: seduceva le cameriere, impauriva i clienti troppo pavidi. Il gatto nero anticipò le mosse dell’inserviente, che esitava: scrutò la stanza con i suoi occhi tondi, strisciò contro il muro, la coda impennata, con la pacifica certezza del felino che conosce il proprio territorio, che ausculta l’assenza di pericoli. Presto, dopo aver conquistato questo nuovo luogo, compiuta l’esplorazione preliminare, si siederà da qualche parte, per iniziare la sua toilette.

L’uomo aveva bussato più volte senza ottenere risposta. Appoggiò l’orecchio alla porta per scorgere il fruscio delle lenzuola, un oggetto in crollo, uno starnuto, gli scatti del respiro. Nessun suono, a parte il tenue rumore della città. L’ospite della stanza 49 non si era visto dal giorno prima, era sabato. Era a mezza pensione – erano preoccupati.

Ultima stanza in fondo al lungo corridoio del terzo piano. La porta a sinistra. Dopo il vestibolo, un bagno. La stanza, stretta, arredata con una scrivania in mogano, l’armadio, il telefono in bachelite presso il letto, l’appendiabiti. La finestra si affaccia sui portici di piazza Paleocapa; c’è una pasticceria. La stanza 49 non offre altro che un po’ di pace.

Entrando, il responsabile si accorge dell’insolito. L’uomo è in maniche di camicia, la testa adagiata sul cuscino, è disteso, rigido, con le braccia lungo i fianchi – corpo inerte e senza storia, ormai savio. Salvo. Ha avuto cura di togliersi le scarpe che ora sono preda del gatto. L’uomo è morto – non c’è bisogno del medico per capirlo. Sulla scrivania, una scatola di sonniferi, un bicchier d’acqua. Sul comodino, sette pacchetti di sigarette vuoti. E un libro, con il nome del cliente. Cesare Pavese. Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, l’opera che più amava, poche parole, in penna nera, con la grafia di un uomo stravaccato. Parole leggibili. “Perdono tutti, a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

Gallim

Non ci sono dubbi. Lo scrittore si è ucciso poche ore prima ingerendo una dose letale di farmaci – una domenica è passata prima che qualcuno lo scoprisse. Una domenica d’agosto. Ora bisogna avvisarli, sono in vacanza, e dirgli che il loro amico e il loro fratello, Cesare Pavese, è stato trovato morto presso la stanza 49 dell’Hotel Roma, Torino.

L’inserviente volge le spalle, deve avvisare la direzione. Mentre esce dalla stanza, si piega, afferra la piccola bestia nera che rotola sul pavimento. Il gatto abbassa le orecchie, lo rimprovera con un miagolio rauco. L’uomo lo getta nel corridoio e la bestia, arruffata, tentenna, si fa rabbiosa, fugge.

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Dieppe, primavera 2020

A quel tempo, se qualcuno mi avesse chiesto dove avrei voluto andare, avrei detto Torino. Non si trattava di mollare tutto, di tentare un’altra vita altrove, ma solo di cambiare scenario. Avevo bisogno di un altro posto – e quel posto era Torino. Settimane sotto chiave, murati nelle nostre città. Resi al catrame. Le albe tutte uguali, tutte domenicali. Soli. Eravamo soli.

Pasolini è stato lo scrittore dei miei vent’anni, è uno dei poeti della mia vita. Il maledetto era ormai un’icona, celebrata nei musei, sui muri delle università, sulle pagine dei giornali. Aveva ispirato le mie rivolte, il mio disperato amore per il mondo, le mie ansie, una qualche tenerezza. Pavese, l’uomo Pavese, non mi attraeva. Lo dicono brutto, impotente, impacciato, misogino. Alcune fotografie in bianco e nero suggeriscono una solitudine dallo sguardo barbarico, mani in tasca, vestito scuro. Di Pavese, morto nel dopoguerra, non si hanno notizie. È un uomo senza voce. Un uomo silente. Così diverso da Pasolini, totalmente impastoiato nel mondo, impegnato, con il corpo, con la sua violenta brutalità. Pavese era un introverso. Non entrò nella Resistenza, come i suoi amici; nel 1935 fu inviato al confino dal regime fascista quasi per un fatto ovvio. In mancanza di altro. Nel diario annota: “Non litigare mai, ricordalo. Così mai avrai problemi”. Pavese è un disimpegnato, la sua indifferenza è la risposta all’insignificanza del mondo. L’epoca filtra di rado nel suo diario. Se un giorno ho sistemato Il mestiere di vivere accanto agli Scritti corsari, è stato per esaltare il contrasto. Del resto, è inutile paragonare due poeti, due maniaci del lavoro: la sola certezza, in questa storia, è che Pasolini non lo stimava affatto.

Pavese è diventato lo scrittore dei miei trent’anni, probabilmente perché più che un maestro cercavo un amico. Accettavo il mondo, avevo rinunciato a trasformarlo. Piemontese oscuro, duro, laconico, lapidario, Pavese era l’amico che fa scivolare i suoi detti in modo discreto, come sassolini nella scarpa. “Questo è ciò che amo nelle persone. Lasciare agli altri la loro vita”.  

Pavese scrive frasi implacabili, con cui non puoi passare troppo tempo: ti contamineranno. Proprio perché lo onoriamo, facciamo fatica a rispondere alla sua chiamata. Se lo avessi incontrato su un marciapiedi, a Torino, avrei cambiato strada. È l’amico che rende coraggiosi e codardi, affascinanti e repellenti. È tutto, tranne che un maestro.

Pierre Adrian

Gruppo MAGOG