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“Orfano, canaglia, reietto, fuorilegge”: Natale a casa Brodskij

Nativity Poems è una raccolta pubblicata da Farrar, Straus and Giroux nel 2001: è una specie di tributo, la stella cometa nella bibliografia di Iosif Brodskij. Benché la curatela sia di Melissa Green, uno stuolo di Magi si industria a tradurre Brodskij, amici, per lo più, poeti laureati, Derek Walcott, Seamus Heaney, Paul Muldoon, tra gli altri. Il libro come Poesie di Natale è edito da Adelphi nel 2004 per la traduzione di Anna Raffetto. Il libro è artefatto, rarefatto, postumo – Brodskij lascia questa terra nel ’96 – ma non causale. Vi sono raccolte una ventina di poesie – alcune in forma di poemetto – che valicano, come un serafino con ascia bipenne, l’intera vita lirica del poeta: il primo testo, Romanza di Natale, dedicato a Evgenij Rejn – poeta pure lui, insieme a lui tra i discepoli di Anna Achmatova – è del 1962, Brodskij aveva 22 anni, l’ultimo, Fuga in Egitto II, è del “Dicembre 1995”. L’ultimo verso dell’ultima poesia, “era il bambino; che però taceva”, reclama – per chi ama i segni – il commiato. Il silenzio del Bambino, in fondo, è l’alcova che ci contiene, è quella la nostra nascita, rientrare nel nitore della lallazione.

Se penso a Brodskij, poeta coltissimo, consapevole fino all’acme del cinismo, abile nel gioco di lame dell’ironia, fatico a legarlo al Natale, alla festa. Sbaglio. “Fin dal primo momento in cui ho preso seriamente a scrivere poesie, ho scritto del Natale”, ha detto. “Cosa c’è di straordinario nel Natale? Il fatto che ci concentriamo sul calcolo della vita – e perfino dell’esistenza – nella coscienza individuale, in una specifica individualità. Mi affascina questa concentrazione di tutto in un unico punto – come la scena della caverna”. Il tempo converge in un giorno, che ricapitola una vita.  

La poesia di Natale, in effetti, è gesto antico, rituale, contadino, che inaugura l’orda della festa – ed eventualmente la sua disfatta. Il poeta, in mezzo a un campo, dice parole come se aprisse una porta. Parole che non convalidano nulla, che non sono di esempio a nessuno: puntualizzano l’uomo nel tempo, sbirciano tra le barricate dei morti. Un poeta, forse, non serve ad altro che a scrivere una poesia per Natale.

Poi, certo, è Brodskij. La litania del fuggiasco, il massacro degli innocenti, il viavai dei Magi, raccontano la sua fuga dalla Russia, il capovolgimento dell’icona, l’apolide. Una poesia è dedicata alla pianista Elizaveta Leonskaja, da cui estraggo questi versi:

Al Nord, ammesso che credano in un Dio,

questi somiglia al capo carceriere

che spianava le ossa a tutti noi…

Al Sud, dov’è raro il bianco manto,

credono in Gesù Cristo in quanto fuggitivo:

nacque su strame di sabbia nel deserto,

e morì pure, sembra, sotto il cielo aperto.

La poesia di Brodskij è tempestata di specchi anche quando è farabutta, è levigata, conosce la retorica della dissimulazione. In una poesia del 1986 il poeta, “Nazareno novello”, “orfano tu stesso, canaglia, reietto, fuorilegge”, si mette a “pregare ad alta voce/ per quei re sedicenti in frenesia di doni/ su entrambi gli emisferi del pianeta,/ e per tutti i piccini nella culla”. A volte, levigato fino all’innocenza, Brodskij ha agnizioni bellissime. Questa è una stanza di Laguna:

Notte a San Marco. Un passante dal volto segnato,

paragonabile nell’oscurità a un anello sfilato

all’anulare, si rosicchia le unghie mentre guarda,

avvolto da una quiete silenziosa,

quel “vuoto” sul quale può indugiare

forse il pensiero, non già pupilla umana.

Leggere queste poesie di Broskij mi porta in mente un’omelia ‘natalizia’ di Gregorio Palamas, il grande monaco bizantino: “Lo stesso Dio da Dio, il Verbo, svuotando se stesso, in modo ineffabile, scese dall’alto negli abissi dell’uomo, lo legò a sé con nodo indissolubile, e, fattosi umile e povero come noi, innalzò l’uomo che stava in basso, o meglio, riunì in una entrambe le nature, mescolando alla divinità l’umanità, e così mostrò a tutti la via che porta in alto, cioè l’umiltà”. Se scavi in fondo all’opera di un poeta, trovi un lume: lo spegni ed entri nel resto, dove stagionano le galassie, stagnano gli dèi, e la profezia, già avverata, è premio, prediletto canto. (d.b.)

**

Fuga in Egitto

…un cammelliere, spuntato chissà mai da dove.

Nel deserto, scelto per il miracolo dal cielo,

si trovarono insieme, per via di affinità,

sotto un ricovero notturno, e accesero il falò.

Nella spelonca, tra cumuli di neve, e senza presentire

il proprio ruolo, sonnecchiava il piccino in un’aureola

di capelli d’oro che con irruenza avevano fatto pratica

di luminescenza non solo ora, nei potentati

delle chiome brune, ma per davvero, al pari

di una stella che brilla ovunque: finché dura la terra

25 dicembre 1988

Iosif Brodskij

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