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“Non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare…”. Bianciardi per ritornare al centro del sè.

Luciano Bianciardi, uomo tormentato, intelligente e colto, è colui che ha donato alla letteratura italiana il capolavoro La Vita Agra, romanzo ampiamente autobiografico. La storia è “nota”, per quanto possa essere lecito usare questo aggettivo in relazione ad un autore criminosamente ancora poco conosciuto come Bianciardi: dopo aver assistito allo scoppio di una miniera in cui periscono quarantatré minatori, il protagonista decide di lasciare la provincia per arrivare a Milano dove intende far esplodere il “Torracchione”, il grattacielo simbolo del potere e della società capitalistica. Le cose però non andranno secondo i piani, poiché come ammoniva il gigantesco filosofo Sassone “se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.”

L’abisso in cui scruta Bianciardi è un mondo nuovo che sta correndo sui binari posati dal boom economico del dopoguerra, una realtà sociologicamente tanto complessa nella struttura quanto semplice nella reductio ad unum di tutte le sue espressioni nel suo cardine principale: il bisogno.

“Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”, scrive.

Invece, i cittadini del nuovo mondo assorbono sempre più tutte le influenze e gli input che il nuovo sistema (operativo) manda loro, affastellando bisogni su bisogni così da trasformarsi, finalmente (eventually, come tiene a specificare la vedova delle traduzioni), in consumatori.

È l’uomo a una dimensione che Marcuse descriverà pochi anni dopo, sono i consumatori consumati del bottegone, il grande supermercato al pian terreno del palazzo dove vive il protagonista, gli individui atomizzati che all’arrivo in città hanno ancora una consistenza fisica ma poi “basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci”.

Non ci sono più le persone “ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi”.

Alle prese con questa peste dello spirito, Bianciardi nel tentativo di ritagliarsi il suo spazio in cui poter campare inizia a respirare i fumi intossicanti della metropoli-sistema che producono un lento avvelenamento normalizzatore. All’orizzonte non si staglia più il grattacielo del potere da tirare giù con l’esplosivo, ma i conti mensili da far quadrare, così da poter pagare affitto, vitto, sigarette e a volte qualche cinema.

In un certo senso, il protagonista de La Vita Agra contiene i prodromi del ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio, che estremizzerà alcuni concetti nell’iperbole della satira.

Quando non riesce a dire di no ai “tafanatori”, all’incaricato del partito liberale abbassando le tapparelle per fingere di non essere in casa, ai funzionari delle ditte commerciali che vendono di tutto, all’assicuratore che gli fa firmare una polizza con cui sa già che avrà una perdita nel capitale finale; quando porta le sue traduzioni alla vedova che per tutta risposta gli sbatte in faccia gli “errori” in un crescendo paternalistico che lo vede praticamente incapace di ribattere; quando accetta senza proteste i continui rimandi da parte delle segretariette grigie e secche dell’amministrazione riguardo ai suoi assegni dopo il licenziamento: in tutte queste situazioni emerge un’incredula rassegnazione, l’incapacità di rapportarsi con dimensioni estranee che vertono su paradigmi a lui alieni. Nel ragionier Fantozzi ciò si tradurrà nel celebre servilismo che diventa cifra essenziale di chi vorrebbe far parte di quel mondo ma ne è costantemente ripudiato e vilipeso.

Villaggio scrisse: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi.”

Bianciardi racconta l’avventura di chi parte per uccidere metaforicamente il padrone ma si perde nel tragitto perché non realizza, o forse lo fa troppo tardi, che il primo padrone da dover uccidere è il proprio io. L’anima diventa l’operaio costretto alla periferia della città, che lui non vede mai perché prende il treno la mattina quando è troppo presto e rientra a casa subito dopo il turno, escluso dalla vita sociale, dal centro della città che è metafora di un centro del sé ora perduto. L’alienazione dell’uomo passa attraverso il suo de-centramento.

A differenza del Luciano interpretato dall’appropriato Tognazzi nel film di Lizzani, qui egli non viene sedotto dalle sirene del carrierismo, dove alle esplosioni del Torracchione vagheggiate inizialmente si sostituiscono i consumistici fuochi d’artificio, ma viene lentamente, stancamente avviluppato e inghiottito dalla mediocrità della vita borghese del produci-consuma-crepa che lo riduce “che a malapena mi difendo”.

L’esposizione di un’esistenza fumigante come Milano, di una vita agra che vira al grigio come la cortina caliginosa che permea la metropoli è un j’accuse tanto interiore quanto esteriore, dal particolare all’universale e ritorno.

Al lento e graduale abbandono delle velleità ideologiche e rivoluzionarie del singolo, e alla delusione di sé, si giustappongono le ipocrisie e le delusioni che emergono da un intero mondo politico che non si manifesta nella declinazione che ci si aspettava: la casa editrice capitalcomunista (celebre l’episodio che vide Bianciardi alzarsi durante una riunione e andarsene gridando beffardamente “Viva la lotta di classe!” dopo aver preso e indossato il costosissimo cappotto del miliardario Giangiacomo Feltrinelli, di cui non sopportava più la retorica ipocrita); il capo-sezione del partito che gestisce un salone di toelettatura per animali frequentato dalle belle signore ricche di Milano; gli intellettuali che “qui diventano un pezzo dell’apparato burocratico commerciale, diventano ragionieri”.

L’acume di Bianciardi e la sua sensibilità intellettuale che lo conducono a queste consapevolezze diventano il suo cilicio, premono nelle sue carni fino ad uncinarle così dolorosamente da creare quei tormenti interiori che lo porteranno a cercare temporanee evasioni nell’alcol. Lo stesso successo letterario, peso fondamentale di quella bilancia che schopenauriamente oscilla sempre tra l’insofferenza nei confronti del sistema e l’esigenza di venir da esso riconosciuto, si rivelerà insufficiente a chetare le sofferenze della sua anima “sotto padrone” del suo io. Dopo il successo de La Vita Agra “Bianciardi iniziò a frequentare i salotti intellettuali milanesi, ma lo faceva solo per ubriacarsi liberamente”, sostenne Giovanni Arpino.

Forse, in fin dei conti, quello che realmente Bianciardi cercava non erano compagni di lotta, intellettuali organici al partito (vedere l’ironia con cui prende in giro tanto gli uni quanto l’altro in “Lavoro culturale”), ideologi o militanti. Forse, quello che cercava veramente era ciò che in vita sua gli era sempre mancato, tanto che morì solo come un cane: degli amici.
Amici come soltanto sono amici due uomini quando intorno c’è il pericolo.

Stefano Giunta

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