30 Settembre 2019

Ha messo in scena Manganelli e Moravia, ha diretto Albertazzi, Branciaroli, Herlitzka. “Alla sclerosi della cultura italiana rispondo lavorando con i giovani”: dialogo con Antonio Calenda

Insomma, lei non ce la fa a farsi marmorizzare nel ruolo del Grande Regista del Teatro Italiano, gli dico, sfottendolo un po’. Un paio d’anni fa Manfredi Edizioni ha pubblicato un impressionante libro fotografico per celebrare Il teatro di Antonio Calenda. Dalle fotografie, meravigliose, di Tommaso Le Pera, baluginano i giganti, Giorgio Albertazzi, in un micidiale Enrico IV di Pirandello, Roberto Herlitzka, ovunque, da Le Balcon di Jean Genet a Re Lear, e poi Michele Placido (in un Otello del 2002) e Piera Degli Esposti, la sua attrice-feticcio (“sono stata scelta per la prima volta da ‘Tonino’ Calenda”, ammette lei), e Pupella Maggio e Franco Branciaroli, con cui ha fatto di tutto – compreso un Edipo re in cui Branciaroli faceva anche Giocasta, vestito da donna – e con cui torna a lavorare, ora, per un Falstaff. “Sa, lavorare con Branciaroli, per un regista, è fantastico: è uno che ha coraggio, è uno che si butta. Ho diretto tutti i grandi, è vero”, mi fa, mentre sciorino i nomi, “…e da loro ho appreso moltissimo”.

Le dico una data e un anno. “Iperipotesi”, 1965.

Le rispondo: Giorgio Manganelli. Sono stato il primo a mettere in scena un testo di Manganelli quando nessuno lo conosceva. Veniva a teatro in bicicletta.

Erano gli anni del Teatro Centouno, che ha fondato con Gigi Proietti e Virginio Gazzolo. Ora, affianca l’attrice Daniela Giovanetti, il regista Alessandro Di Murro e il Gruppo della Creta nella creazione del nuovo TeatroBasilica. Insomma, rifiuta la ‘canonizzazione’…

Intanto, c’è un valore simbolico. Il TeatroBasilica nasce nei pressi della più antica basilica romana, dove oggi sorge San Giovanni in Laterano. È uno spazio mistico, che fa percepire il valore sacro del teatro. E poi ho capito che in questo momento di sclerosi culturale non possiamo esimerci dalla trasmissione del sapere ai giovani. Questa trasmissione fisica, artigianale, storiografica del teatro ai giovani è la cosa che più mi ispira. D’altronde, io sono stato scoperto così.

Mi spieghi.

Beh, per tenere in piedi il Teatro Centouno io mi arrangiavo facendo l’avvocato, Proietti faceva cabaret. Ai nostri spettacoli venivano sì e no 15 persone. Corrado Augias era il nostro dramaturg… Nel 1965, appunto, mettevamo in scena Direzione morale di Augias. Nel pubblico, senza che sapessimo chi fosse, c’era anche Paolo Grassi. Dopo una settimana proprio Grassi mi telefona dicendomi di voler portare il nostro spettacolo al ‘Piccolo’ di Milano. All’inizio pensai a uno scherzo, ma fu il nostro lancio. Un lancio formidabile, perché ad assisterci, a Milano, c’erano i critici teatrali più importanti dell’epoca. Mi dica lei quale grande direttore di teatro, oggi, fa simili scommesse. Ho deciso di farle io.

Mi corregga se sbaglio: a me pare che le stagioni degli ‘stabili’ siano quasi tutte uguali, realizzate con gli stessi ingredienti, forgiando cartelloni ‘generalisti’ con un Pirandello qui uno Shakespeare là…

…al contrario, io, anche quando sono stato alla guida dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, ho sempre dato spazio alla drammaturgia. Penso che gli stabili dovrebbero inaugurare le loro stagioni con il testo di un autore italiano: sarebbe l’unico modo per vivacizzare la nostra drammaturgia, piena di ottimi scrittori. In Inghilterra è normale agire in questo modo, da noi, di solito, l’autore italiano è mal sopportato, si va sul sicuro, pratichiamo un teatro ancora provinciale.

Eppure lei è uno che ha lavorato moltissimo con i ‘classici’, sviscerando la tragedia antica, Shakespeare, Brecht…

“In questo caso, a mio avviso, bisogna cercare i nessi tra il classico e la realtà presente, agire con una sorta di regia ‘critica’. Oltre ad essere stato uno dei primi ad aver portato Harold Pinter sulle scene italiane, nel 1975 ho fatto un Lear di Edward Bond, prima che diventasse il drammaturgo notissimo che conosciamo, che lasciò la critica esterrefatta.

Antonio Calenda ha fondato il Teatro Centouno con Gigi Proietti e Virginio Gazzolo, è stato direttore del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia; affianca la costruzione del nuovo TeatroBasilica a Roma. Ha diretto i più importanti attori del teatro italiano

Nel 1969, cinquant’anni fa, mette in scena Alberto Moravia con “Il Dio Kurt”.

Uno spettacolo potente, che fece letteralmente esplodere Gigi Proietti. Ho sempre pensato che i grandi scrittori di un’epoca e di una nazione dovessero cimentarsi con il teatro. Ho lavorato, tra gli altri, con Moravia e con Claudio Magris e in entrambi ho scoperto il desiderio assoluto di diventare drammaturghi. In un viaggio verso Foggia, per una replica del suo spettacolo, Moravia mi disse, “vorrei passare alla storia come Molière, scrivere una trentina di testi e metterli in scena”. Allo stesso modo, Magris, con cui ho lavorato con grande gioia in La mostra con Herlitzka e Lei dunque capirà con Daniela Giovanetti, ritiene il teatro come la forma di espressione più alta e difficile.

Manganelli, Moravia, Magris… Simone Cristicchi.

Tutto è cominciato con Magazzino 18: volevo che qualcuno raccontasse l’esodo dei dalmati.

Fu uno spettacolo che fece parlare molto.

Diventò un piccolo caso ‘politico’, attaccato da destra e da sinistra. Poi gli stessi di destra e di sinistra venivano allo spettacolo e si commuovevano. Fu un musical epico.

Rimpianti? O meglio: cosa vorrebbe mettere in scena?

Quarant’anni fa chiesi ad Angelo Maria Ripellino un grande testo sulla nascita del teatro russo. Lui scrisse Il trucco e l’anima, un romanzo saggistico, bellissimo. È ora di metterlo in scena. Lo farò al TeatroBasilica, in forma di laboratorio. Poi sarò a Siracusa, in primavera. Voglio affrontare Le nuvole di Aristofane. Sarà la mia ottava regia al teatro greco di Siracusa, sono il regista in esercizio che ne ha fatte di più…

Non c’è punta di nostalgia in questa ultima asserzione, non c’è spina di rimpianto. Il grande regista non è pronto per mummificarsi in storia. Rilancia. (d.b.)

*In copertina: Giorgio Albertazzi nell'”Enrico IV” di Pirandello secondo Antonio Calenda, nel 1981; photo Tommaso Le Pera