Noi viviamo quotidianamente una profonda esperienza psichedelica spontanea senza rendercene conto. Attraverso il sonno e il sognare sperimentiamo una totale dissolvenza dell’io nelle acque dell’inconscio. La nostra identità ordinaria si scioglie, si dilegua, tutti i nodi, le rigidità, i sintomi, i ruoli, i conflitti condensati nella nostra identità diurna vengono temporaneamente dissolti e la mattina successiva nuovamente raggrumati, fino a quella che, forse, sarà l’esperienza psichedelica ultima, ovvero il grande sonno o risveglio del morire.
L’esperienza psichedelica e il sonno sono accomunati dalla stessa necessità di abbandono delle redini dell’io in un oceano più vasto che lo trascende e lo rinnova. Tant’è che spesso (non sempre) dopo un buon sonno profondo ci sentiamo riposati e rigenerati, seppur non abbiamo del tutto coscienza dei luoghi che la nostra psiche ha visitato, ma soltanto qualche strascico di memoria, o sensazione vaga, che potrebbero, se fossimo più attenti dare al nostro io diurno una traccia da seguire nella sua disperata ricerca di senso rivolta a mettere assieme i tanti, sparpagliati e spesso incomprensibili, frammenti di sé e del mondo. I sogni, come le esperienze psichedeliche, sono fantastici e amorali, nel senso che ci liberano dalla tirannia della logica e del “reale” e persino da un determinato codice etico-morale che caratterizza e spesso anche opprime il comportamento umano attivando la libera dimensione fantastica della psiche.

Se fossimo un poco più saggi, ovvero se fossimo un po’ meno fissati sul nostro io e sui valori del visibile, e più disposti a traghettare con l’altra sponda, probabilmente non solo considereremmo il sonno e il sognare come qualcosa di sacro ma anche come qualcosa a cui attingere per comprendere meglio noi stessi e il mondo, come una fonte numimosa in grado di in-formare e orientare la nostra vita diurna, con le sfide, i limiti, la complessità e le difficoltà che essa ci pone. Se fossimo un poco più saggi daremmo meno peso alla vita diurna non considerandola la sola vita reale e importante, saremmo in grado di relativizzare la rigidità delle nostre posizioni, dei nostri sintomi, facendoci un poco più traghettatori, in dialogo tra una sponda e l’altra.
Giuseppe Conoci