19 Ottobre 2021

Siamo tutti Raskòl'nikov. Perché rileggere oggi Delitto e Castigo

Qualche giorno fa una splendida ragazza russa mi ha fatto un dono immenso, mi ha letto le prime pagine di Delitto e Castigo di Dostoevskij in russo. Era un desiderio che avevo sin da quando a sedici anni ho letto per la prima volta questo straordinario testo. Non mi ricordavo assolutamente cosa fosse scritto nelle prime pagine, non osavo rileggere quel libro da quando ero adolescente perché avevo il timore che riprendendolo in mano sarebbe svanito il mistero che mi portavo dentro nel ricordo. Ma la potenza del suono nella lingua madre ha sciolto questo nodo. La lingua russa è un magma primordiale, un mare di lava che arriva senza annunciarsi e incorpora dentro al suo fuoco tutto quello che incontra. Delitto e castigo in russo brucia, le parole sono rami secchi che improvvisamente divampano.

Non è che egli fosse così vile e abbattuto, anzi tutto il contrario; ma da un po’ di tempo era in uno stato di irascibilità e di tensione, simile all’ipocondria. S’era sprofondato in se stesso e si era isolato da tutti, al punto da temere qualsiasi incontro, non solo quello della padrona. Era schiacciato dalla miseria, ma persino la sua situazione di ristrettezze aveva cessato negli ultimi tempi di pesargli. Aveva lasciato perdere completamente le occupazioni quotidiane, né voleva curarsene.” Abbiamo quindi un giovane studente che negli ultimi tempi si è isolato da tutti – ci ricorda qualcosa di recente? – e che ora trova difficile il contatto non solo con la padrona di casa, a cui deve dei soldi e che detesta, ma anche con qualsiasi altro essere umano, a lui sconosciuto e possibilmente indifferente.

L’isolamento di Raskòl’nikov è l’isolamento di tutti, è l’assenza del fare, l’annidarsi dentro la miseria e dentro al mentale escludendo tutte le altre forme di vita, tutte le altre forze della vita. Questo ragazzo dice a se stesso “è tutto nelle mani dell’uomo, e tuttavia se lo lascia passare sotto il naso, unicamente per vigliaccheria… questo è ormai un assioma… E’ curioso: di che ha paura più di tutto la gente? Ha paura soprattutto di un passo nuovo, di una parola propria nuova… Ma io chiacchiero troppo. E’ per questo che non faccio nulla, perché chiacchiero. Dopo tutto forse è anche così: chiacchiero perché non faccio nulla. E’ in quest’ultimo mese che ho imparato a chiacchierare, a forza di starmene sdraiato per giorni interi in un angolo a pensare…” Quando leggiamo Dostoevskij siamo in un eterno presente: queste parole non smettono in alcun modo di essere attuali, di rivivere drammaticamente al solo pronunciarle. Siamo tutti Raskòl’nikov, siamo immersi nella nostra assoluta forma mentale, la vita può essere pensata ma non vissuta. Abbiamo passato quasi due anni costretti prima, volontari adesso, a ridurci ancora di più nel nostro mentale, a scarnificare il corpo per dar da mangiare alle chiacchiere. Abbiamo imparato benissimo a chiacchierare, talmente tanto che ora siamo esattamente come il giovane del romanzo, pronti a uccidere con un’ascia una vecchia usuraia, pronti a giustificare con le chiacchiere un annientamento del corpo dell’altro, con la chiacchiera difendiamo una mente debole e sola.

Sta infatti nella miseria il seme della discordia, miseria che è povertà senza più alcuna dignità. Raskòl’nikov infatti si trova in una condizione di indigenza, è fortemente indebitato con la vecchia che abita al piano di sotto, mangia appena il necessario e ha venduto di tutto alla usuraia per ricavare qualche soldo. Ma dopo il periodo di isolamento non si occupa più nemmeno della sua condizione, non svolge “le occupazioni” quotidiane e soprattutto non se ne vuole curare. Ovvero non ha cura di sé. La miseria sta esattamente in questa frase. E’ la povertà priva di una dignità dell’uomo, dove il piano mentale – intellettuale ha assorbito tutto il circostante senza più aver cura del corpo, dove abita il piano emotivo. Se tutto diventa ragione, quindi apollineo, dove si rifugia il cuore – il dionisiaco?

Ed è così che Dostoevskij anticipa come un aruspice dentro al suono russo di questo romanzo le viscere del nostro tempo attuale. Dall’esclusione del dionisiaco, del sentimento nasce il mostruoso. L’uomo ha imparato ad auto-ingannarsi perfettamente in modo tale da diventare una persona e smettere di essere umano, ma soprattutto a considerare quel moto interiore che ci fa innamorare e stupire come qualcosa di inquietante, da sedare, da ammonire. Lo Yin è diventato un tormento, nascosto nelle cellule del fegato. Siamo Raskòl’nikov, nascondiamo nelle viscere il mistero immenso di Dioniso. A questa domanda però risponde poco dopo un ubriacone ex impiegato; il nostro giovane appena ha ricevuto due soldi dalla vendita di un orologio dalla usuraia va dentro a una bettola per bere e mangiare e si trova quest’uomo che vuole a tutti i costi intavolare una conversazione. “Egregio signore, – cominciò quasi solennemente, – la povertà non è un vizio, questa è la verità. So che l’ubriachezza non è una virtù, e questo a maggior ragione. Ma la miseria, egregio signore, la miseria sì che è vizio. Nella povertà voi conservate ancora la vostra nobiltà di sentimenti, nella miseria, invece, mai, nessuno. Quando si è nella miseria, neppure col bastone si viene cacciati, ma spazzati via dalla compagnia degli uomini con la scopa, perché l’oltraggio sia maggiore; ed è giusto, poiché nella miseria sono il primo ad oltraggiare me stesso.”

Raskòl’nikov infatti non si vergogna assolutamente di girare per la città mostrandosi vestito di stracci nonostante la sua figura imponga all’occhio una sorta di ricercatezza. La miseria entra nei vestiti, nelle abitudini. Non è solo il disinteresse per la propria condizione ma quasi una sfrontatezza rabbiosa. L’uomo misero viene cacciato dalla comunità degli uomini attraverso il bastone della scopa, non ci si prende nemmeno la briga di toccarlo un uomo così, quando la prima forma di mancanza di rispetto il misero ce l’ha verso se stesso. Ed è così che Raskòl’nikov affronta la povertà trasformandola in miseria: “Ora, un mese dopo, cominciava a guardare la cosa diversamente, malgrado tutti gli irritanti monologhi sulla propria debolezza e indecisione, quasi senza volerlo si era abituato a considerare questo sogno “mostruoso” già come un’impresa, sebbene continuasse a non credere a se stesso. Anzi, ora stava proprio andando a fare una prova della sua impresa, e ad ogni passo la sua agitazione cresceva sempre di più.”

Un solo mese di isolamento dalla comunità umana produce in Raskòl’nikov sogni mostruosi che assumono giorno dopo giorno il carattere di impresa. Abbiamo però un piccolo indizio sul perché queste chiacchiere producano sogni da realizzare: non crede a se stesso. Raskòl’nikov non è presente a se stesso, è alienato dal suo stesso corpo, il pensiero abita tutte le fibre di questo giovane uomo ma non si allaccia più a un sentire. E allora in questa mancanza di fede in se stesso si produce la mostruosità, prende spazio la miseria, si è cacciati dalla comunità. L’autoinganno del nostro mondo sta in questo inizio di Delitto e Castigo, ci si ostina a credersi umani quando siamo soltanto persone, quando il nostro sogno mostruoso come un ragno tesse la sua tela, quando non riusciamo più a essere ma soltanto sembrare di essere.

Clery Celeste

Gruppo MAGOG