27 Aprile 2021

“Niente mi eccita più della disapprovazione”. Jouhandeau, l’abietto

Abietto significa cacciato, gettato fuori dal consesso civile, spregevole, privato dei diritti. Per mistica dei contrari – il mostro è il meraviglioso; l’agnello è il leone; l’ultimo è il primo – l’abietto è il perfetto, e l’abiezione è “atteggiamento di umiltà eroica per cui si rinuncia alla propria personalità o dignità, ricercando uno stato abituale di vita ritenuto spregevole dall’opinione comune”. D’altronde, insegna San Paolo della Croce: “Vuoi esser Santo? Ama di seguir le pedate divine di Gesù, d’esser fatto l’obbrobrio degli uomini e l’abiezione della plebe, d’essere occulto agli occhi del mon­do”.

Marcel Jouhandeau scrive con il cilicio, fonde le vertigini di Pascal alle spericolatezze del Divin Marchese, gode del fango come leccornia cattolica, e pubblica, nel 1939, per Gallimard, uno dei suoi libri remoti, segreti, De l’abjection. Il testo è dedicato a Jean Paulhan, sorpreso dal fatto “che più di un abitante di Guéret avrebbe mandato alla forca volentieri il suo amico Jouhandeau, l’avrebbe inforcato se avesse potuto farlo senza pericoli, a causa dei suoi ‘luridi pettegolezzi’. D’altronde, un romanziere scrive quel che gli pare senza preoccuparsi del pubblico, e nulla gli è naturale quanto lo scandalo, condannando ipocrisie e convenzioni” (Amaury Nauroy).

Il libro arde di ansia suicidale (“questo documento ti riguarda, ero tentato di distruggerlo”, scrive MJ a Paulhan), dunque di vita e dibagliore: per fustigare il prossimo, Jouhandeau compila una geometrica, dissennata opera di dissipazione, di squartamento. Per lui, sono tempi cupi, stravaganti, di caotica creatività, quelli: ha cinquant’anni, da dieci si è accasato con Élisabeth Toulemont, ballerina superba, già amata da Max Jacob e Picasso, a cui dedica – nel 1938 – le micidiali Cronache maritali. Sono, appunto, anni allucinati e memorabili: MJ compone, dal 1934 al 1941, il ciclo Chaminadour, s’infila nelle strettoie della pamphlettistica antisemita (Le Péril juif, 1937). Scrittore oceanico, scriteriato, di metallica eleganza, crudele, forse insopportabile: De l’abjection, breve presepe dei massacri dove la strage di sé è attitudine esegetica, passò quasi inosservato; ebbe un lettore complice in Henry de Montherlant e un degno allievo in Richard Millet. Secondo Paulhan “l’opera di Jouhandeau è un unico vasto vestito, senza cuciture”; nel 1952 MJ pubblica un Éloge de la volupté, l’anno dopo un trattato, De la grandeur, per dire del genio dei contrari. Segregato nell’ego, scrive che “l’abiezione è la gloria”. In fondo, la scrittura fu il suo martirio.

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Marcel Jouhandeau, Dell’abiezione

Provengo da uomini sconosciuti a se stessi, vittime di un malinteso; da quell’avversione spontanea che infine, definitivamente, mi esilia. Alcuni ritengono sospetta la mia presenza sulla terra e la loro attitudine ostile mi rigetta nel Segreto. Ma niente mi eccita più della disapprovazione.

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Inarrivabile Pasqua. Sbagliare. Tentare. Sbagliare ancora.

Una madre che mena i figli. “Quella testa! Impossibile da purificare!”. Quindi, mi rado, ma è lo stesso. Non riesco ad avere l’aria di un criminale; di una catastrofe, piuttosto.

M. “La tua faccia avrà per sempre vent’anni – e mille anni. Quando ha mille anni anziché venti è spaventosa, quando ne ha venti più che mille è peggio. Hai l’età dell’Inferno”.

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Se solo concordassimo con quello che pensiamo: ma è più facile mentire a noi stessi. Per pigrizia o per viltà ciascuno accetta le convenzioni universali, le risposte preconfezionate alla propria angoscia. Evadi dall’apparenza dell’onore civico e trasgredirai subito ogni abito morale, nient’altro che apparenza, una forma che chi ha il gusto spietato per la verità non può accettare. Costui passa impercettibilmente attraverso tutti i gradi del soffrire, senza conservare altro che una specie di grandezza.

Marcel Jouhandeau il 22 settembre 1971 a Rueil-Malmaison, France. (Photo by Ulf Andersen)

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Impossibile che non accada un dialogo senza parole tra due sconosciuti che siedono uno di fronte all’altro, mentre viaggiano; come tra chi giuda e chi incontra, per caso. Lo scambio fugace lascia una patina di inquietudine, si manifesta in un’espressione del viso, di simpatia o di ostilità preventiva. Mi affascina divinare chi è l’altro, chi mi è compagno, non ho timore di ostentare il maniaco che sono, l’ossessionato, l’isolato. Nessun uomo al mondo è in grado di rispondere alla mia curiosità. Ma che il miracolo accada, con l’astuzia del Cielo e dell’Inferno, vieni a me, tu che condividi la mia mania, incontriamoci, crederemo almeno per un momento a un mondo creato per noi, compenetrati da una delizia eccezionale.

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Soprattutto, non vivere con altri: è esattamente ciò che faccio. Senza dubbio, sarei possibile soltanto in un mondo; o tutto il mondo è folle della mia stessa follia? A volte mi devo convincere che sia reale il mondo impossibile in cui mi perdo. Mi basterebbe pensare che tra gli uomini sono un’eccezione per essere umanamente salvo: avrei svelato l’ipocrisia che devo adottare come forma di saggezza; la sola saggezza che conosco non è che una forma praticabile della follia.

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In un mondo che condivide la sua mania, egli non è il folle ma il logico, e la ragione non è altro che una mania passeggera.

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A volte ho l’impressione di vivere al rallentatore, di essere ai margini della vita, un mezzo fantasma afflitto dalla malattia che mi fa vivere adesso, all’improvviso. Le mie azioni, le mie parole, sbriciolano l’anima, che si ritira, si nasconde, e nulla le si può più avvicinare.

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Non so che questo: la mia vita è fatta di paradossi, di eccessi contrari che contrastano tutti gli errori, quelli degli altri e i miei contro me stesso.

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La verità che possiamo percepire procede per folgorazioni che non siamo in grado di esprimere. Niente è vero, niente è per sempre vero, niente è vero a lungo. Niente è vero abbastanza a lungo per poterne essere consapevoli. Sottomessi alla facoltà, dobbiamo stringere le tenaglie dell’attenzione, ma la sola verità è che essere sinceri è una pretesa presuntuosa. A forza di credere di essere veri, mentiamo a noi stessi: in ogni caso la verità ci sfugge, è sbagliata, persa. Sto parlando della verità su noi stessi.

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Affare di coscienza più che di intelligenza, disciplina interiore, costante e angosciosa aspettativa, che presuppone la passione di attendere che l’anima, da un momento all’altro, s’illumini – almeno, si rischiari.

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La nonna materna mi chiamava Rabanath, quando sembrava impossibile intuire che fossi un demone. “Rabanath nasconde così bene il suo gioco, quando gli siamo vicini, che finge di giocare a qualcos’altro piuttosto che fingere di non giocare”. Ora, forse, non gioca più. All’improvviso, vede.

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Quando l’intelligenza è uguale all’ignoranza e sono entrambe considerevoli: nessuno stato favorisce meglio il genio, la divinazione. Non c’è sincerità se non nell’assoluta indipendenza dell’anima e quale anima è assolutamente libera? L’ombra della dipendenza è una catena potente. Dipendiamo da ciò che sappiamo e ancor più da ciò che crediamo di sapere. Ora: ciò che sappiamo si deve alla prudenza interessata dei nostri vecchi, ciò che crediamo proviene dalla nostra temerarietà.

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Il colpevole, quando i suoi crimini non sono soggiogati dai sensi, possiede un linguaggio cifrato che lo protegge da ogni promiscuità con la giustizia.

Marcel Jouhandeau

Gruppo MAGOG