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“Baciami ancora! Inseguimi! Devi essere avventato!”. Le poesie di Louise Labé

Il fatto che possa non esistere, essere un gioco di specchi, un giogo di imposture, va da sé, non fa che esasperare il fascino che s’incendia intorno a Louise Labé, ovvero Louïze Labé Lionnoize o meglio “la Belle Cordière”. Tutto nella vita enigmatica, avara di ‘dati’, evangelicamente paludosa, della Labé ha, d’altronde, sentore di simbolo. La figlia del fabbricante di corde di Lione che va in sposa a un cordaio arricchito, ha tutto – avviando il falansterio delle metafore – per avvincere, per legarci, con sadica dedizione, dando alla poesia nitore di lussuria, ceffo selvaggio. D’altronde, Louise, donna marziana al proprio tempo, scrive d’amore e di follia, di ciò che lega e scioglie: i suoi sonetti, di bruciante bellezza, audaci, sono, infine, nodi, chi sa scovarne il nido d’acqua?

Nata, si dice, nel 1524, Louise Labé è un combinato esplosivo di contraddizioni, evidenti fin nel ritratto che apre l’elegante edizione delle sue poesie, stampate nel 1555 da Jean de Tournes: lo sguardo, inciso da Pierre Woeiriot, è sagace e aggressivo, severo e seducente, un puzzle. Era ricca, arricchita, arroccata nella sua villa, dove passavano i massimi poeti del tempo, del luogo: Maurice Scève, Clement Marot, Pontus de Tyard. Secondo alcuni cornificava con chiunque il marito, fautrice di una vita autenticata dal dionisiaco, dall’ebbrezza di gioia, secondo altri era una santa, la musa del suo tempo, dotata di un talento superiore. Giovanni Calvino – sarà vero, poi? – la bollava come plebeia meretrix, una puttana, insomma; nel 1573, Paradin, storico avvezzo ai pettegolezzi, scrisse che Louise “aveva un volto più angelico che umano, nulla al cospetto dello spirito, tuttavia, casto, virtuoso, lirico”.

Leggenda vuole che da ragazza vestisse in abiti maschili, sapesse duellare, fosse un’amazzone formidabile: al contempo, così, Louise è un mito che abbatte i ‘generi’, icona saffica e femminista, pronta all’uso, la donna ambigua, libera, sessualmente ardita, che lega a sé un’epoca. Soprattutto, Louise s’installa come un diamante nel mezzo della poesia francese. I maliziosi ritengono che la sua avvenenza abbia il sopravvento sui versi; altri che i sonetti ne rispecchiano l’audacia. Fatto è che in questa storia in cui tutto è corpo – morì ancora bella, si dice, nel 1566; due anni prima una bordata di peste le aveva portato via amici e amanti; abitava con un banchiere di Firenze – il corpo, in realtà, non c’è. Chi è dunque Louise? Secondo alcuni storici – Mireille Huchon, autrice, nel 2006, di Louise Labé. Une créature de papier, sostenuta da Marc Fumaroli – Louise Labé, semplicemente, non esiste, è l’esito di un gioco poetico ordito da un gruppo di poeti lionesi, guidati da Maurice Scève: sopraffina cura nell’ideare uno specchio, la donna inafferrabile, oggetto di tutte le più contraddittorie mire. Secondo altri, Louise reclama in sé due donne, realmente esistite, sovrapposte per fato: la poetessa – casta, colta, celata – e la cortigiana, “la Belle Cordière”; la prima canta, incanta, l’altra è oggetto del cantare altrui, spesso lascivo. Tutti questi elementi si congiungono e vengono sviscerati nell’edizione delle Œuvres complètes di Louise Labé appena edita da Gallimard nella ‘Pléiade’, a cura della Huchon.

Rainer Maria Rilke, che preferiva la poesia femminile, umbratile, indifesa, scritta da donne che la leggenda consuma fino alla scomparsa, cura, nel 1917 un’edizione piuttosto libera Die 24 Sonette der Luise Labé, Lyoneserin. La sua ossessione per le poetesse amanti e per Louise in particolare, però, è ancestrale, appare, per bagliori, per dire, nei Quaderni di Malte Laudris Brigge: “Che altro è accaduto alla Portoghese, se non che all’interno ella divenne sorgente? E a te, Eloisa? che altro a voi, amanti le cui lamentazioni ci sono giunte: Gaspara Stampa, la contessa di Die e Clara d’Anduze, Louise Labé, Marceline Desbordes…?”. Già nel Malte Rilke abbozza una teologia del lamento, che s’irradia, poi, nelle Elegie (“Hai pensato abbastanza/ a Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla/ perduto l’amato, senta all’esempio accresciuto/ di questa che amò: che io possa eguagliarla?”). Scrive, cioè, che la “lamentazione” di queste donne, poetesse, anime sole, libere, liberate dai vincoli dell’era, “è su di uno solo, ma la natura vi si intona all’unisono: è la lamentazione su un eterno. Si precipitano dietro al perduto, ma già dopo i primi passi lo superano, e innanzi a loro è solo Dio”. Amando il perduto – cioè: perdendo –, ci s’inabissa in Dio – ma nell’impeto, scompare tutto, si va per dissoluzione. La poesia di Louise, allora: una casa di corde.

*

Dai Sonetti di Louise Labé

XVIII

Baciami, baciami, baciami ancora!
Devi essere avventato, impudente, audace!
Corteggiami! Inseguimi! Baciami, così,
e ti ricambierò in carboni ardenti.

Soffri? Vieni, decoriamo il dolore.
Te ne darò ancora, come questi, e ancora
e ci baceremo, ancora, mentre
la gioia ci lacera.

So che il fuoco anima la tua creta informe,
permettimi, allora, di esagerare in felicità:
che la passione, violenta, sia regina, oggi.

Amo ciò che faccio
ma la gioia suprema mi è preclusa
se sono priva dei miei incontri selvaggi.

*

XXIV

Non condannatemi, donne, se mi commuovo
se sento mille fiamme ardere,
e mille scosse e mille spasimi,
se non mi stanco di piangere l’amore.

Oh, no! Non insultatemi
se sbaglio, la sentenza è questa.
Non esagerate coi pettegolezzi:
capitemi, quell’amore fu dolce.

Non è il dio del fuoco a indire
battaglia. Non ridite di Adone
che precipitò nel delirio d’amore

violento e splendido. Siate caute
soffrite ciò che io ho sofferto: allora,
gentili signore, non sarete tanto invidiose.

Louise Labé

 

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