21 Dicembre 2023

Intelligenza Artificiale: soltanto la poesia può salvarci

Robot: acrostico di dio.

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Fino a che punto l’automa può essere autonomo?

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Nell’automa l’uomo rispecchia se stesso – se ne diletta. Del robot si compiace.

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L’uomo vuole qualcosa che, maneggiandolo, gli sfugga finalmente di mano.

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Differenza tra Golem e Adamo, tra materia grezza e spirito infuso.

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Non tutti i robot si ritorcono contro il loro creatore, come HAL 9000, stenografo algoritmico di 2001: Odissea nello spazio. “The Iron Man”, il robot creato da Ted Hughes, conosce l’armonia degli astri, induce alla pace; i robot ideati da Hayao Miyazaki – ad esempio in Laputa. Castello nel cielo – possono essere allo stesso tempo letali o amorevoli.

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La macchina, di per sé, è incontrollabile se non si possiedono le parole per domarla.

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Chi controlla i controllori incontrollabili?

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Nella Bibbia, ad esempio: condanna costante degli idoli, fabbricati dall’uomo, insensibili e senza vita. Il Dio “vivente” si scaglia contro gli idoli d’oro, icona dell’uomo creatore, che si fa da sé. “Il fabbro fonde l’idolo/ l’orafo lo riveste d’oro” (Is 40, 19): maledizione grava sull’uomo che “offre incenso a un idolo vano” (Ger 18, 15), all’idolo muto, “opera delle mani, di chi lo ha fatto” (Sap 14, 8).

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L’idolo non offre responsi, ma parla: sa esprimersi in ogni linguaggio. Dio è la risposta, ma va stanato il suo dire-che-non-dice. Indurre al dire – Dio detta, l’idolo vive per dettatura, per dittatura.

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Differenza tra creatore e creativo: il creatore vuole dare forma al nulla, la creatività ha per metro d’origine e base di partenza il tutto, ciò che è, che c’è.

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Idolo-robot. Idolo-automa. Dare autonomia all’automa (cfr. Blade Runner)? Non serve: l’uomo è diventato automa, agisce in modo automatico. Al messaggio pubblicitario risponde, bava alla bocca.

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Il lavoro lo svolga il robot. E l’uomo? Cortigiano della macchina. Specializzarsi: uscire fuori dalla specie.

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Differenza tra automatico e addestramento. Ci si addestra affinché il gesto più arduo divenga automatico – per poterne deviare l’esito, per farlo defunto, per fare altro.

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Intelligenza artificiale. Artificio. Fuochi d’artificio!

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Artificiale: fatto ad arte. L’intelligenza artificiale è l’antiporta dell’arte.

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L’artista conosce tutti gli artifici per liberarsene. L’artista si è liberato dell’arte. L’intelligenza artificiale conosce tutti gli artifici per metterli a sistema. Per sistemare. Per sistemarci.

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L’intelligenza artificiale ha per destino diventare artefice.

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Il calcolo: dominio del dio. Nel Testo, Dio impedisce il censimento: suo è il numero, sua la combinazione dello sconfinato. Il calcolatore è un semi-dio.

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Incalcolabile, tuttavia, è chi si rivolge a una creatura soltanto, con amore.

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Il dibattito sull’intelligenza artificiale è fatuo: se ne chiacchiera perché siamo già a servaggio. Il servizio ci ha reso suoi servi.

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Distinguere la macchina dalla macchinazione.

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Da più di un secolo gli scrittori flirtano con la scrittura “automatica”, con l’automatismo imposto dalle ragioni di mercato, con il lettore non più ipocrita ma automa. La televisione ha sostituito il racconto attorno al fuoco, è il fuoco attorno a cui si raduna la famiglia. A differenza del teatro, in televisione non va in scena – pardon, in onda – l’artificio, ma la verità. La verità televisiva è sempre artificiale – è cronaca –, l’artificio teatrale è sempre vero, vivente.

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Il computer è il nostro privato fuoco: la nostra mente. È l’unico dio: oggetto a cui prestare fede, che non si nutre ma mi nutre, che non mi parla ma concede di esprimermi.

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Tra poco, non sapremo più scrivere a mano. Privi di grafia, privi di personalità. L’uomo deve scavare qualcosa per incidersi in una storia: la grafia è un greto in cui si acquatta la nostra anima.

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Spingere un tasto vs. usare una penna.

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La scrittura digitale: uniforme, uniformata, uguale per tutti. Gli automi siamo noi. L’autonomia ci è concessa, semmai, dalla macchina.

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Gli esercizi di scrittura compiuti tramite chatbot sono deliziosi, fino al ridicolo. Si forza ChatGPT per dimostrare che l’uomo ha una capacità linguistica e narrativa superiore – è autonomo dall’automa. In realtà, perfino sistemi di scrittura così semplici sono in grado di scrivere romanzi più sagaci di quelli che, mediamente, troviamo in libreria per le feste. L’importante è fare le giuste domande e inserire i corretti ingredienti. Già: ChatGPT come il Bimby.

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Da quando abbiamo abdicato al romanzo come strumento conoscitivo e alla poesia come opera di teurgia, siamo sotto dominio della macchina linguistica. Incontrollabili, siamo finiti sotto controllo.

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Chi legge Thomas Mann, Robert Musil, Hermann Broch? Preferiamo dilettarci con opere visive, dalla trama comprensibile, arricchite di esoterismi, per sentirci intelligenti. Da qui, il proliferare delle fiction – per scriverle basta il soggetto, il mero mallo di un’idea, il resto – la scrittura – la mette la macchina.

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Principio di economia: mente da principianti, facoltà immaginativa pari al ratto. Rovistiamo negli stessi rifiuti. La macchina si impenna, ulula, esulta.

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L’uomo ha bisogno di abbeverarsi di miti, si nutre di immaginari. L’immaginario glielo costruiscono gli automi – o gli scrittori automatizzati dalle ragioni di mercato.

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Oggi la scrittura è becchime per polli.

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Perché ai bambini si insegna come usare un computer ma non a computare le stelle, a imparare i nomi delle piante commestibili? Fin da bambini, perdiamo il rapporto con la terra e il senso del cielo. Ci è noto l’astratto universo di Internet, ma ignoriamo come si coltiva il grano, che nome ha la costellazione che si affaccia da Nord, in dicembre. Creiamo sudditi. Se salta l’elettricità ci saltano i nervi, siamo perduti; non sappiamo sopravvivere se qualcuno non ci sfama. Crediamo nel dio sotto plastica, messo insieme al pollo e alla bistecca, al supermercato. Nel dio esangue, che ci estingue.

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La poesia evade dalle norme dell’intelligenza artificiale.

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Perché? La poesia è la quintessenza dell’individuo: lingua privata che, per effetto simpatico, diventa lingua di tutti. Lo stile di un poeta è il regesto della sua anima, l’erbario del suo spirito – e anche del mio, di me che leggo, plasmato dall’autorità linguistica del poeta. Lo stile di un poeta è arbitrario, non giace supino sotto l’arbitrio della grammatica, l’egida della perifrasi; non abita il vocabolario, archeologico cimitero della lingua.

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Un poeta si può imitare perché inimitabile. Un poeta inventa parole inaudite.

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Come confondere la poesia di Ungaretti da quella di Montale o di Caproni?

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Nessuna intelligenza artificiale si impegni a scrivere versi: la poesia non si regola secondo il metronomo del mercato, perfino il libro – la sua portantina – gli è scomodo. La poesia sconfina.

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È insensato, per l’intelligenza artificiale, scrivere versi. La poesia: ultimo sacro spazio di libertà, regno dell’irragionevole e dell’illogico.

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Povera di tutto, la poesia è re e cenere.

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Vivere in obbedienza non è vivere sotto dettatura. La poesia è un vagabondaggio e una milizia. Chi sa inginocchiarsi, non è pasto per macchine.

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“Che di ogni culto non resti che un mucchietto di lacunose vertigini, poi ne potremo riparlare. Nel frattempo, sarebbe dolce cosa ripartire da zero, e tentare magari l’impossibile, senza alcuna pretesa di riuscirci. Contro la rivoltante profondità della condizione umana, la poesia agirebbe esemplarmente da antidoto. Il sogno più tenace della specie resterà in ogni caso la distruzione dell’universo, questo individuo mostruosamente pingue, che nutre a propria volta le sue idee in proposito. Se l’ingegneria genetica (o tutto ciò che in genere delira di progressiva onnipotenza) si fa ancora degli scrupoli, la poesia non ne ha bisogno. Smetta una buona volta di nominare il mondo, e vada avanti tranquilla a rovesciarne la fodera”.

Dario Villa, “Poesia”, n.12, dicembre 1988

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Dario Villa, ad esempio, vincerà sempre sull’intelligenza artificiale. Gli è superiore per scarto, per inadempienza alle norme, perché resta di lato: laddove romba la massa, fiera dei risultati ‘operativi’, dei miracoli ‘progressivi’, egli resta sul ciglio, sorride, adempie il miracolo.

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La falsa poesia con cui ci rimbambiscono non è semplicemente imitabile – è complice.

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Poesia: ultimo ricovero dell’umanità dallo sterminio della lingua, dalla strage.

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Purché crediamo che la lingua, con i coltelli, serva ad esporci, a denudarci – comunicare? Allora fatevi catechizzare dalla macchina.

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Poesia: ultimo denudamento prima del nulla.

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Il sancta sanctorum del linguaggio, la poesia, la cui ostia è il silenzio.

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Precede la lingua e la “lalingua”, la poesia – è aldilà. Pietre che recano il fuoco, e quel bramito lo chiamiamo futuro, lo chiamiamo avvento.

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In un libro memorabile sui Primitivi contemporanei, stampato da il Saggiatore nel 1960 – ovviamente fuori catalogo – Oto Bihalij-Merin suggerisce all’arte di diventare eversiva, in un tempo sempre più artificioso, di passare dalla mente al cuore:

“I pittori dell’arte ingenua non rappresentano nessuna ‘tendenza’ in seno all’arte moderna. Le loro immagini di bizzarra primitività sono al di fuori delle polemiche spirituali dei pittori professionisti. Indisturbati e spontanei, i veri pittori ingenui creano seguendo l’impulso del cuore. La loro spontaneità cruda e la loro poetica dell’immediatezza rallegrano con la sincerità dell’ispirazione e l’inconscia fantasia dei loro sogni… Nella generale svalutazione di quanto è organico e vivo, riusciranno forse, con le metafore della loro puerilità e la loro ingenua insistenza, a far fondere la gelida cintura dell’alienazione, della mancanza di contatto e dell’isolamento che quasi sempre divide l’uomo dall’arte”.

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Il problema non è cambiare il mondo, ma amarlo. Le parole vanno spezzate e spartite, a volte sotterrate. Attendiamo, qualcosa accadrà. Fare la concia alla lingua: avvolgere le mere cose in un lino che le fa splendere, anche di notte.

Gruppo MAGOG