Diffidare dei poeti vivi
Politica culturale
Fabrizia Sabbatini
I giorni sono pietre irregolari, nessuno uguale all’altro, ognuno con la sua dolorosa geometria che si cerca di ricomporre nei cimiteri con lastre, loculi, fiori, nomi, dediche, altari, foto, vasi, cremazioni. La mattina del 22 maggio 1949 Thomas Mann, la moglie Katia e la figlia Erika stavano facendo colazione nelle rispettive stanze al Grand Hôtel di Stoccolma; un fattorino consegnò un telegramma a Erika che, presa da angoscia, l’aprì – il rumore della carta annunciò il suo dolore. Quando lesse la notizia scoppiò in un pianto incontrollabile prima di trovare la forza di entrare nella camera dei genitori. Klaus si era suicidato a Cannes il giorno prima. Thomas decise di continuare le conferenze su Goethe, considerando il gesto di suo figlio un atto di frivolezza peccaminosa che avrebbe gettato ombre sulla famiglia, che non andò al funerale.
“La vicinanza di un genio è una benedizione e una maledizione. Si cresce respirando un’aria satura di parole, di idee, di una disciplina severa e quasi sacerdotale verso l’arte. Ma è anche un cono d’ombra immenso, in cui la propria voce rischia continuamente di disperdersi o di suonare come un’eco sbiadita. Per tutta la vita ho cercato la mia strada, non contro di lui, ma malgrado lui, per dimostrare che il nome che portavo non era un semplice prestito, ma un destino da onorare”.
Nel pomeriggio del 21 maggio, in un giorno piovoso, la cameriera del Pavillon de Madrid bussò più volte alla porta della camera di Klaus senza ricevere risposta. Dopo aver avvisato la proprietaria, questa uscì sul balcone adiacente e, guardando attraverso la finestra, vide lo scrittore disteso sul letto privo di sensi. Accanto al corpo immobile e sul pavimento vennero ritrovate diverse fiale e boccette vuote di barbiturici e sonniferi.
Estate 2026. Non ci sono nuvole, la luce mi insegue crudele, salgo lungo avenue Grasse, una strada lunghissima che porta verso una elegante solitudine. A un certo punto, al numero 42, vedo un gigantesco murale che rappresenta Guy de Maupassant; lì si trova la sua ultima abitazione, prima di essere internato in manicomio. Il suo cameriere raccontò che lo scrittore, incapace di dormire, una notte uscì a piedi, salendo verso il Cimetière du Grand Jas, sul punto più alto della strada; durante la camminata vide il proprio fantasma venirgli incontro o precederlo verso le tombe. Terrorizzato, tornò di corsa allo chalet urlando al cameriere che la sua fine era vicina. La scienza decise di farne malattia non sapendo cos’altro ammettere – la scienza ha fiducia soltanto in ciò che lei stessa ritiene fallace.
In strada non c’è quasi nessuno, l’afa opprime chi sale e chi scende, un uomo è a passeggio col suo cane, un meccanico parla calmo nella sua officina dal bel tetto spiovente in terracotta. Supero l’ospedale, intorno ci sono palazzi raffinati e un verde assai discreto; è un silenzio placido, sembra sorridere fuori da un locale molto noto in zona, dove dei giovani sono seduti a chiacchierare. Finalmente mi trovo di fronte al Grand Jas, varco la soglia del cimitero aperto da pochissimi minuti: l’ingresso è stretto ed è subito in salita. Devo trovare carrènumero 16, dove è sepolto Klaus Mann. Anche qui, come a Budapest, mi perdo tra le tombe, chiedo a un paio di giardinieri ma scuotono la testa, non sanno chi sia costui.
“Ciò che cominciava non era una vacanza prolungata, e nemmeno un temporaneo allontanamento dettato dalla prudenza. Era la rottura radicale, il grande strappo. Quando attraversi la frontiera sapendo che alle tue spalle i tuoi libri vengono bruciati nelle piazze, capisci che la tua lingua non è più una patria sicura, ma un’arma da custodire in terra straniera. L’esilio ti svuota e, allo stesso tempo, ti carica di una responsabilità terribile: quella di essere la coscienza superstite di un paese che ha perso la ragione”.
Vedo un uomo muoversi di continuo davanti a una tomba, pare che preghi o che faccia ginnastica: dopo aver fatto numerosi giri, innervosito dalla mia incapacità, gli vado incontro in cerca di aiuto. Si chiama Philippe, abita in Corsica, mi dice che è stato sposato con una italiana; prima chiediamo a un giovane alla guida di un camioncino, scuote la testa, non sa nulla; infine, andiamo incontro a una donna che lavora qui al cimitero, le chiediamo dello scrittore tedesco. “Ah, sì Clos Mann!”, risponde pronunciando alla francese. Mentre scendiamo da più terrazzamenti ben ordinati dice che ogni tanto qualcuno viene a trovarlo; altro non sa.
Ci sono pietre, verde e sentieri ovunque. La calma pare arrivare dalle tombe, sale e si diffonde. Il passo della donna è veloce, sicuro, a un certo punto cominciamo a scendere. Quando raggiungiamo la tomba di Klaus Mann la indica. Philippe vuole sapere qualcosa su questo sconosciuto poi entrambi si allontanano. Rimango solo.

Ci sono pietre sparse sulla lastra, non so perché visto che Mann non era ebreo né convertito, forse è una sorta di memoria minerale – un paio di piante, tra cui un’aloe, sono secche, rami bruciati dal sole, un vasetto caduto, insomma è una tomba sciatta, trascurata, piuttosto banale nonostante il nome e le date, dorate. In Francia le concessioni cimiteriali temporanee per i defunti stranieri che non vengono rinnovate o curate dalla famiglia rischiano la rimozione forzata e l’assegnazione dello spazio a nuove sepolture. Due impiegate della gestione cimiteriale di Cannes, Christiane Lavigne e Fanny Pavie, riconoscendo l’importanza storica del defunto e non volendo rispettare la burocrazia, si attivarono tramite il Consolato Generale tedesco a Marsiglia per rintracciare qualcuno che se ne occupasse; il Consolato avvisò l’associazione di Berlino che la concessione al cimitero di Cannes era scaduta dal 2011 (si era nel 2014) e che il comune francese si preparava a esumare e incenerire i resti di Klaus Mann. Il professor Frido Mann rispose subito all’appello, garantendo la copertura finanziaria per saldare la quota utile a blindare il sepolcro; per alleggerire l’impegno, la Klaus Mann Initiative Berlin propose di dividere la spesa. Frido coprì la quota principale per i primi quindici anni, due membri del direttivo dell’associazione lo fecero per i restanti quindici. Frido, da bambino, era così amato dal nonno Thomas da ispirare il tragico e dolcissimo personaggio del piccolo Nepomuk (Echo)nel capolavoro Doctor Faustus.
“Non è la patria materiale che abbiamo perduto e che andiamo piangendo. Quella si può ricreare in ogni luogo dove si trovi un cuore amico, un libro aperto, una libera parola. Ciò che abbiamo perduto è la certezza del domani, la stabilità del mondo, l’innocenza dello spirito”.
L’unico ad andare al funerale di Klaus fu Michael, padre di Frido: suonava come violinista nelle orchestre americane. Arrivò tardi alle esequie a causa della concitazione e dei trasporti dell’epoca; la bara era già stata calata; sconvolto dal dolore e dal senso di abbandono in cui il fratello era morto, aprì la custodia e cominciò a suonare con la sua viola il “Largo” di Benedetto Marcello, un pezzo barocco dalle tonalità solenni e malinconiche. Michael, a sua volta, nel 1977 si sarebbe ucciso con un’overdose di barbiturici.
Poiché Klaus Mann era morto suicida ed era straniero di fede protestante le autorità locali si limitarono a convocare un pastore, che celebrò un rito burocratico e rapidissimo davanti alla fossa spoglia, leggendo le preghiere di rito in assoluta solitudine prima che gli operai iniziassero a coprire la bara. Sulla lapide del fratello Erika fece porre una placca di bronzo con su scritto in lingua inglese un versetto del Vangelo secondo Luca (9,24): “Poiché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita… la salverà”. Klaus aveva impresso questa citazione su un biglietto, negli ultimi mesi di vita, e l’aveva scelta come motto d’apertura del suo ultimo romanzo rimasto incompiuto, The Last Day. La placca di bronzo, però, è andata perduta diversi decenni fa; probabile si tratti di un furto.
Non ho più nulla da fare, ora: soltanto adesso, allontanandomi, mi accorgo dei rumori della strada, della fermata dell’autobus in basso, oltre gli alberi. Uscendo, percepisco che la solitudine più che nelle tombe è nel mondo che le precede.
Davide Palmieri
*I testi citati sono tratti da:
Klaus Mann, “La svolta”, Il Saggiatore, 2016, tr.it. di Barbara Allason
Klaus Mann, “Il vulcano”, Gallucci, 2017, tr. it. di Enrico Ganni