23 Ottobre 2026

“Fioriscono le costellazioni nei frutteti dei cieli d’aprile”. Su Simon Armitage, poeta laureato

Dal 2019 il poeta laureato del Regno Unito è Simon Armitage. Indossa la corona d’alloro che prima cingeva il capo di Carol Ann Duffy, e prima ancora di Ted Hughes. Tale onore è per i britannici motivo d’orgoglio – per noi italiani, che abbiamo avuto il ‘primo’ poeta laureato, Francesco Petrarca, un’onta incommensurabile. L’italiano, ribelle e avulso all’istituzione come all’idea stessa di Patria, aborrisce l’idea che un poeta si ponga a servizio dello Stato. Forse, più di tutto, aborrisce i poeti. Armitage è invece chiamato dalla corona inglese a scrivere per commemorare, per fermare la Storia nella letteratura (noi, del resto, non siamo più capaci di interpretare il tempo). 

Il primo testo di Armitage da poeta laureato commemorava lo sbarco sulla luna avvenuto cinquant’anni prima. Noi che siamo generazione senza luna siamo pure generazione senza poesia. Il poeta italiano del secolo ventesimoprimo, poi, è la puttana degli editori, la star dei social media, l’opinionista in prima serata, il finalista di tutti i premi. Si può ancora desiderare, allora, una poesia che possieda ancora un ruolo sociale che non si traduce necessariamente con lo sbandieramento delle proprie membra? Può un poeta impegnarsi nel sovvertire la lingua senza preoccuparsi dei soli pronomi?

In Italia, Simon Armitage non ha mai trovato grandi spazi editoriali. È stato pubblicato tre volte da Guanda e una volta da Mondadori nel 2001. Poi nulla fino a questo 2026 assai felice per l’editore Nicola Crocetti, che, dopo aver sagacemente incluso anzitempo nel catalogo il premio Nobel di freschissima nomina, Anne Carson, ha pubblicato in un libro intitolato Fiorire e nidificare (con l’arguta traduzione di Massimo Bocchiola) due raccolte del poeta laureato inglese: Blossomise e Dwell. Due raccolte confezionate su commissione ma non per questo meno autentiche. Fiorire e nidificare è quasi una coppia sinonimica: è la natura che sboccia, che vive e vivifica. 

Fioriscono le costellazioni 
nei frutteti dei cieli d’aprile.
Fiorificano le stelle.

Di primo acchito, approcciandosi alle due note di benvenuto offerte dall’autore stesso, si ha l’impressione di stare per avventurarsi in un già visto, un già letto. Quante volte, del resto, abbiamo subìto filippiche sulla natura che muore le città grigie gli alberi spogli gli animali intossicati il capitale i diritti e blablabla. Tutte cose vere e drammatiche che sono diventate però la scusa, negli ultimi anni, per fabbricare – e il verbo non è casuale – una ‘letteratura’ di impegno politico ma senza impegno poetico, priva di rischio. La lettura un po’ paraculo che piace tanto all’editoria italiana ma che tutto sommato spopola anche fuori. È facile dire che le fabbriche sono brutte e che i colori sono morti. È più difficile ammettere che la poesia non sarà la panacea di tutti i mali, che la bellezza non salverà il mondo e che l’attivismo militante è il giocattolo dei potenti per anestetizzare le masse fino alla prossima tornata elettorale. 

Ma la postura poetica di Armitage è in realtà una tonsura. La parola è arsa, riarsa, disposta su un prato come cumulo di pietre votive. L’ironia spiccata dell’autore inglese si traduce nell’acrobatismo linguistico. Lunghe poesie si intrecciano ad haiku luminosi, talvolta taglienti come canini. È una postura francescana, da Cantico delle creature, tutta tesa alla magnificazione del Creato in tutti i suoi più conturbanti aspetti: il ciliegio acceso nel buio, la vita casalinga del castoro, le ragnatele trampolini di morte, il pipistrello che divora la notte.

I conigli appostati alla posta
nel cervello del cunicolo.
La collina riflette.

La primavera – che fiorisce e nidifica – non è neutra, non è paciera né pacifica: essa mostra, invece, sul dorso i segni dentellati del morso della modernità. Epperò non vi è, in Armitage, alcun vezzo conservativo, alcuna tensione alla nostalgia. C’è invece la gravità del poeta che soppesa il tempo, ne scorge – soltanto il poeta può farlo pienamente – le autentiche discrasie con la natura. Il mondo che cambia, si trasforma, si deforma è visto con gli occhi di un fanciullo dallo sguardo meditabondo, che si appassiona allo sparviero ed al prugnolo, alle case degli animali: la volpaia, la tassaia e via dicendo. Come se altra casa non esistesse che questa – come se il poeta fosse, in fondo, parte di quella natura allo stato semibrado, che gironzola anarchico tra i giardini del re. 

In un’intervista al “Guardian” di un paio d’anni fa, Armitage spiegava che la poesia può contribuire alla difesa dell’ambiente rendendo il lettore «incantato, pieno di meraviglia e sedotto» davanti alla natura. È del poeta il fin la meraviglia, del resto. E la meraviglia precede l’argomentazione. La poetica è anche politica – e questa ci pare una vetta assoluta di impegno politico trasmesso in poesia. Senza ambiguità, senza banalità: è lo stupore a dettare l’agenda di pensiero, in un processo che ha nell’atto poetico la propria azione di autogoverno. 

Giulio Solzi Gaboardi

**

Volpaia

Per la pelle, raccatta cavagni 
di felci morte
ravvivate con sangue di papavero.

Attira sul filo spinato 
un lampo forcuto per forgiare i denti.
Incisivi di quarzo, unghie di selce.

Coda, una siepe di faggi rossi 
pettinata dai venti occidentali
è puntuta di neve.

Il riflesso di Sirio basculante 
in due pozze fresche di pioggia
farà da occhi.

Per la lingua,
sotterra carne cruda per un mese, 
finché i vermi non ballano.

Poi, dal paiolo della luce diurna, 
riversa il tutto a terra, 
allaga vani e tane

e tura la fornace 
con l’uscio della notte.
In un mattino zuppo,

da polvere e lerciume esce una volpe
sgocciando fiamme,
incendiando la mente.

*

Colombaia

canzone senza musica

Non farmi, per favore, messaggera d’amore.
È già abbastanza dura essere messaggera 
di speranza e di pace, senza essere pure 
la colombella. Non sono quella parola.

Sono un’anima single in un albergo sexy: 
non farmi, per favore, messaggera d’amore;
le taccole mi vogliono all’inferno, 
e se si arriva al dunque hanno un corredo

di becchi e artigli per farsi valere.
Un putiferio, questo sono loro.
Non farmi, per favore, messaggera d’amore;
uno di troppo sarebbe quel volo 

per una creatura di zucchero e gragnola, 
su un’ala e una preghiera. E, santo cielo, 
son nella suite nuziale qui da sola: 
non farmi, per favore, messaggera d’amore.

*

Profusione

Abbiamo staccato una poesia 
da un libro,
ritagliata
con le parole e lettere
ancora palpitanti,
tra gli inchini e i rossori 
delle strofe e dei versi.

Poi essiccata e calcata
tra gli anni,
tra foglie di ciliegio.
Ma non ha senso.
Poi l’abbiamo piegata e ripiegata, 
imbucata nel buco 
di un albero da frutto.

Era una poesia 
all’antica, alla mano.
E che vuol dire?
Vuol dire fiore come 
luce, come speranza 
dopo il tunnel d’inverno, 
dopo il buio costretto.

L’idea era riaccendere 
la fiamma viva 
se si spegneva.
Abracadabra, in aprile 
è sbocciata, è fiorita,
l’abbiamo letta, cantilenata,
imparata a memoria.

Ma a luglio la poesia 
è rifiorita, e ancora 
a dicembre, ubriaca
di neve sciolta, drogata 
del latte tiepido
del sole d’inverno.
Cosa avevamo fatto?

Da Simon Armitage, Fiorire e nidificare, trad. it. di Massimo Bocchiola, Crocetti Editore / Giangiacomo Feltrinelli Srl, Milano 2026. 

*In copertina: Simon Armitage fotografato da Roderick Field nel 1998

Gruppo MAGOG