10 Ottobre 2026

Tullio Pericoli come Friedrich (o della ricerca dell’infinito)

Dal paesaggio alla terra. Questo, a leggere i titoli delle ultime mostre di Tullio Pericoli (novant’anni il 2 ottobre), è il percorso che sta definendo l’ultima produzione dell’artista marchigiano. Appena un anno fa, a Monte Vidon Corrado, alcune sue opere dialogavano con quelle di Osvaldo Licini, tentando di mettere a fuoco, secondo la volontà dei curatori, il “paesaggio”, inteso come elaborazione del veduto, fino alla sua configurazione nelle opere come natura immaginifica. Il confronto pensato e realizzato con la mostra “Terre rupestri e Terremobili”, presentata alcuni mesi fa in Val Camonica, nella Pieve di San Siro, a Cemmo di Capo di Ponte, ha segnato poi un passaggio non banale dalla messa a fuoco di segni evocanti elementi caratterizzanti la civiltà contemporanea (le case e i palazzi, sempre più presenti nella recente pittura di Pericoli), alla configurazione di altri segni, quelli legati alle origini degli insediamenti umani, all’arte rupestre, così come documentano i graffiti su roccia disseminati in terra di Camunia. Così facendo, l’artista nostro contemporaneo si è messo all’opera, facendosi costruttore di ponti temporali in forma di pittura, infine scoprendo in sé lo stesso desiderio, evidentemente ancestrale, la stessa volontà di de-scrivere la natura, incidendola. 

Già Salvatore Settis, indagando il percorso ultimo di Pericoli, aveva annotato l’aleggiare nelle sue tele di “una crescente inquietudine”, testimoniata dalla presenza di “dolorosi paesaggi che paiono feriti da un terremoto, da un’eruzione o da una guerra”. Ora, la stessa interpretazione viene proposta da Elena Pontiggia, curatrice dell’ennesima mostra del marchigiano, in corso presso il Museo del Paesaggio di Verbania (fino al primo novembre), tanto d’aver scelto di titolarla “Terre inquiete”. Un’inquietudine che si è “gradualmente insinuata” nelle opere di Pericoli attraverso un “senso di frammentarietà”. Analizzando nello specifico Osservatore di paesaggi (da Friedrich), un olio su tela tra gli ultimi prodotti dal marchigiano, che rielabora Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, Pontiggia ricorda come il paesaggio nel dipinto del tedesco suggerisca “l’idea dell’infinito”. Un’idea d’infinito che, a dire della curatrice, non esiste nel quadro di Pericoli. 

Senza entrare nel merito dell’interpretazione del capolavoro di Friedrich, il giudizio netto riferito all’opera del marchigiano è più che discutibile e, soprattutto, è contestabile l’idea d’infinito cui Pontiggia fa riferimento, ovvero “pace universale” e “quiete interiore”. A partire da questo assunto, infatti, una volta segnalato che davanti al viandante di Pericoli “si stende un coacervo di frammenti decifrabili a fatica, che sembrano in contrasto tra loro”, ne deriva la sentenza relativa all’assenza d’infinito (dunque di “pace” e “quiete”) nell’Osservatore di paesaggi.

Oltre a Friedrich, per rimarcare una distanza radicale, dunque incolmabile tra il “sentire” di Pericoli e quello al tempo del tedesco, Pontiggia chiama in causa anche Giacomo Leopardi. In realtà, l’infinito che nell’idillio il recanatese ha immaginato essere oltre la siepe non ha nulla a che fare con la fisicità, con la realtà, tantomeno con figure che potrebbero rappresentarla, tant’è che, tutt’altro che rappacificante e quietante, conduce il “pensier” che lo finge alla prossimità con la paura. Un “pensier” che solo annegando, cioè accettando di non poter dare nome o forma all’infinito (che si chiama anche “immensità” ed “eterno”) può provare un senso di dolcezza nel “naufragar”.

Tornando all’Osservatore di Pericoli, proprio perché opera di un artista dell’età moderna, tanto più il “pensier” che guida la mano sulla tela è cosciente dell’immensità, dell’infinito contenuto in una particella di colore, in una linea spezzata, in un insieme di frammenti. E certamente anche l’annegare di Pericoli, seppur nella sua frammentazione pittorica, produce dolcezza. Perfino gioia, in chi l’osserva.  

Vito Punzi

*In copertina: Tullio Pericoli si fa ispirare da Caspar David Friedrich

Gruppo MAGOG