08 Ottobre 2026

“Nessuna parola è innocente”. Sulla poesia di Giovanna Cristina Vivinetto

Ogni corpo ritorna (Crocetti, 2026) è il nuovo libro di poesie di Giovanna Cristina Vivinetto, già vincitrice del Premio Viareggio Opera Prima nel 2019 con Dolore Minimo (Interlinea, 2018), a sei anni di distanza dall’ultimo Dove non siamo stati (Rizzoli, 2020). Riemerge e s’immerge, immediatamente, in nuovi fondali Vivinetto, con un io duale (talvolta corale) nell’acqua profonda, improvvisa, fredda, ma in pace – richiamando in esergo i versi di Antonella Anedda che aprono la prima sezione Nell’acqua siamo scesi insieme. Nella ricerca di un’identità, la domanda-lancia, mai ordinaria e fatua inchiesta, dinnanzi alla spaccatura del Sono ancora io? Sei giù tu? trova risposta nel corpo-carne, merleaupontiano mezzo primordiale di esperienza dell’esistenza, nella compenetrazione tra materia vedente e vista, nella continuità di sostanza tra soggetto e oggetto “l’acqua/ è tornata ad alzarsi sui polsi, sulle caviglie; Guarda le sedie vicine nella notte./ Non parlo degli oggetti/ ma delle loro ombre. Cose che tremano/ anche non osservate./ Dal niente spuntano degli occhi/ e gli occhi ricambiano lo sguardo”. La chiusura della prima sezione è un ritorno ad alcune caratteristiche della poetica di Vivinetto – l’io scisso, il due intero/spaccato, la necessità di una frattura per giungere ad un nuovo linguaggio: 

È stato necessario che uno dei due morisse
perché tu potessi scrivere.
  

Ma la parola ambisce all’ambivalente – ora amputa (“Da sempre sono sopraffatta dalle parole./ Dal modo in cui ci tagliano via da noi stessi”), ora lega (“La parola è quest’osso che tiene la mente/ e alla mente impaurita non consente di affondare”), come nella seconda sezione Una lingua all’altezza di ciò che temo. E nella stessa rosa di poesie continuano ad estrarsi rimandi all’infanzia, malinconie, sofferenze, mitigate, coerentemente col titolo della sezione, dal maestoso conforto della parola – verbo che si fa, tra l’altro, anche strumento etico, di affondo nel sociale, come nel componimento dedicato a Cloe Bianco, donna e insegnante transgender. Da carne e parola giunge la penombra dello spirito – Censimento degli spettri – adunanza in preludio all’espatrio: Per disperdervi – sezione di poesia in prosa di ricongiungimento alla memoria, aperta dalla figura profetica di Tiresia. Riappare l’elemento liquido, dimora dentro la disperazione, e le atmosfere diventano domestiche, familiari – ma caratterizzate, comunque, da una mancanza di integrità del vissuto (degli altri, quanto del proprio). Neanche l’infanzia, se infanzia vi è mai stata, è cosa intera per Giovanna Vivinetto: “ma in nessun punto perlustrato/ della sua infanzia lei è stata una bambina” e, ancora, “In nessun luogo sono stata una bambina”.

Grandi nello spavento è l’epilogo della pentalogia tracciata da Vivinetto – soglia dell’inesplorato; la poesia non cicatrizza la ferita né supera gli abissi invalicabili. Il futuro si promette solo a frammenti, sbalzi nel sangue e fragili premonizioni dentro il sonno; ogni corpo ritorna, ma mai identico a se stesso. Resta solo la parola – potente o impotente davanti all’obelisco dell’attraversamento. 

Salvatore Giuseppe Di Spena

**

Li guardiamo giocare da lontano.
Nell’erba ridono come se la terra
potesse trattenerli per sempre.
Ogni tanto si avvicinano piano,
ci sorridono: chiedono quando
torneremo di nuovo. E mentre
rispondiamo, qualcosa li disperde,
una voce, una luce tra i rami.

Afferrano altre mani, se ne vanno
i bambini che siamo stati.

*

Nessun nitore adesso, nessuna sollecitudine
ma una lunga lancia di pensiero.

Non posseggo memoria di quel tempo
eppure volevo sentirne tutti i rumori.
Ciò che si comprime e ciò che si incrina,
il grande scortico nel mattino.

Nascosta da un basso roveto di presunzione,
tra la me che ero e la me che sono
diventata, si è aperta un’intercapedine.
Scendo nello spazio che si rifiuta di esistere.

Nessuna parola è innocente
ma rivolta in noi ciò che non abbiamo perdonato.

Aspetto che il tremore si plachi
quando il vento autunnale sottrae rumore alla casa
e ogni cosa che è stata in allarme
raggiunge la vetta della sua quiete
e finalmente può scomparire dentro il suo nome.

*

Paura diurna. Sembra non manchi niente
ma tutto smotta, sciama, si inclina.
Non pensiamo a molto ma crediamo
che presto dovremo andarcene da qui.

Il pensiero è un rostro. Ci disarciona
da noi stessi e quello che resta
è un paesaggio lunare con la sua pena esposta
dura come il guscio di un insetto.

Laggiù dove il tuo risentimento finisce c’è un lago.
Qualcosa increspa segretamente le sue acque
e questo dolore che abbiamo lasciato
molto tempo fa, adesso leva la sua ala,
si avvicina, posandosi appena su di noi
come una carezza, un quieto sudario.

Da Giovanna Cristina Vivinetto, Ogni corpo ritorna, Crocetti, 2026

*In copertina: Félix Vallotton, La liseuse, 1922

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