“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Il libro si aggira in una sorta di samizdat dell’intelletto – certe cose non devono essere lette, non devono essere dette.
Così, qualcuno – anima pia, angelo in demenza, figura lontana dai lucori faine di questo tempo, di luce che annerisce – mi mette in tasca Catena di fuoco. Bellissimo titolo stampato nel 1999 nella bellissima collana “I Mistici” curata da Marco Vannini per Mondadori. Uscirono, tra gli altri, in edizione economica, autentici libri-stiletto, testi di Edith Stein e di Enrico Suso, di Maddalena di Spello, di Angelus Silesius, di Cusano e di Isacco di Ninive – la collana durò l’arco di trentadue testi, fino al 2001; oggi si trova nel mercato sotterraneo.
Catena di fuoco è il diario di un’anima in pena, in lotta con se stessa. Arduo, qui, diradare a norma il misticismo; c’è un uomo, poco più che ragazzo, che si rade al suolo, tortuosa tonsura del sé:
“Il problema resta complesso. Nel senso che l’abbandono delle mie chimere, della mia posizione insostenibile lo imposta con ancora maggiore semplicità, lo denuda. Si tratta di sapere come fare per vivere. C’è qualche occupazione possibile? Interiore, o solamente esterna? Di questo secondo tipo, non ne vedo nessuna in un prossimo futuro. Quanto a occupazioni interiori, mi sento così desolato, devastato, che non ne posso progettare. Quello che rimane è uno stato di attesa. Ho la vocazione al deserto?”
L’addestramento non ha mediatori. L’autore scopre il Dio-Dedalo, il Dio labirintico nel dramma letterario. Varca il portale Baudelaire, per dire:
“Ed ecco l’essere che amo soprattutto in Baudelaire. Quell’essere schiacciato, battuto, flagellato, che ha bevuto tutto il dolore e l’ha infine compreso, senza ribellarsi, quel dolore difficile e tanto amico, che l’ha capito, e attraverso il quale egli ha trovato l’anima, il luogo dello spirito, non dell’intelligenza, ma dello spirito, che è arrivato alle porte dell’anima e ha taciuto, ma alle porte del cielo, vinto da ogni parte e infine disponibile per Dio”.
E poi, dunque, Dio, sorpreso nella glaciale solitudine:
“Dio conosce gli uomini meglio di noi. Sa che talvolta è pericoloso per loro sapere, se non sono pronti ad accettare. Ed Egli li prepara a lungo, e li umilia a lungo, senza fretta. Egli sa come condurci e dove. Noi non sappiamo. Abbiamo bisogno di lunghissime riflessioni per sapere che cosa Egli fa dentro di noi. Come possiamo sapere che cosa fa negli altri?”
Hector Garneau, l’autore di quel diario che costituisce un on the road nello spirito, nato a Montréal nel giugno del 1912 da famiglia d’antico lignaggio, mutò il nome in Saint-Denys Garneau per ancorarsi alla stirpe – nel Seicento un avo del ramo materno ottenne il privilegio di una signoria “de Saint-Denys” – e per marcare una distanza dai dettami del suo tempo. L’infanzia nei boschi ne forgia il carattere solitario, da ‘anarca’; Saint-Denys Garneau è bello, ha lo sguardo dell’estatico e dell’agonista, eccelle negli sport. A Montréal si iscrive all’accademia di belle arti: i quadri hanno tenue tenacia, diafana tintura. Tutto nella vita di questo ragazzo è apollineo: la veggenza, la ferocia della luce, illecita, la vocazione alle vie radicali.
L’indole di Saint-Denys Garneau trova corona in un libro in versi, Regards et jeux dans l’espace, uscito nel 1937 a Montréal: ventotto poesie che costituiscono una novità per la poesia canadese francofona. “Con Saint-Denys Garneau ha inizio in Québec la poesia moderna, con le sue forme – svincolate dalla rima, dall’alessandrino, dal sonetto – e con i suoi contenuti – autonomi rispetto alla Francia, e anzi pienamente ancorati alla realtà del continente americano” (Marina Zito). È una lirica, quella di Saint-Denys Garneau, istoriata sull’acqua, che sta tra Thoreau e Monet, di sottile tessitura; ha l’invisibile della tela del ragno: ciò che appare cristallino, è una trappola, invischia nella mota del predatore. È poesia di parole prime, tesa al ladrocinio del silenzio. Vi è inscritta l’inquieta ricerca del poeta: parola che s’intende fogliame; Dio remoto tra i rami.
Per un po’, Saint-Denys Garneau partecipa all’attività dei giovani letterati canadesi, di cattolica statura. Sedicenne, gli diagnosticano una fragilità del cuore – che è poi, per dilatato falò, malattia dell’anima. Quell’unico libro in versi, negli anni, diventerà, come si dice, ‘di culto’, miliare; alcuni non lo capirono, il poeta si inabissò in un cupo vagabondaggio. Amava Pierre Reverdy, un viaggio compiuto in Francia – di cui ricorderà Lourdes e Chartres – lo lascia pressoché indifferente: a 25 anni il ragazzo riconosce l’inutilità dei circoli letterari, l’ipocrisia degli ordini costituiti; è in un vicolo cieco. Ritirarsi nella casa di famiglia, a Sainte-Catherine, a visione di bosco, pare il vero compimento dell’opera: il diario – pubblicato con enfasi nel 1954 – narra la scelta dell’estrema spoliazione:
“Ci sono le vetrate che ho visto in Francia e ci sono le foglie in controluce. Gli alberi fanno vetrate ineguagliabili per lo splendore e la pienezza del colore”.
Un dire che sconfina in abisso:
“Senso del dolore. Ma perché il dolore acquisti senso, bisogna che esso sia elevato a un significato metafisico. Noi l’abbiamo conosciuto abbastanza per sapere che vuol dire. Non è il caso di continuare sempre a ricercarlo. Lì comincia a entrare in gioco l’orgoglio”.
Saint-Denys Garneau, il pioniere della poesia canadese, non scriverà più un verso, non pubblicherà più nulla. Si ritira nell’eremo del verbo. “Non possiamo dissociare la potenza dell’opera di Saint-Denys Garneau dalla ferocia con cui ha rigettato la propria poesia e ha voltato le spalle alla letteratura. Questo atto, senza precedenti nella nostra storia letteraria, non ha perso nulla del suo potere enigmatico. Come è riuscito un poeta così dotato, così profondamente coinvolto nell’avventura del linguaggio, a distaccarsi dalla poesia in modo così radicale?” (Michel Biron).
Il poeta muore d’infarto il 24 ottobre del 1943, mentre era in canoa. Amava dormire in tenda – quando doveva definire il suo cuore, usava la metafora della tenda: a volte, il vento dona a quello straccio l’entità del volo, la natura del falco.
***
Febbre
Ricomponi il fuoco dalle ceneri
Attenzione non ne conosci le macerie
Attenzione sai fin troppo bene che tra le macerie basta il minimo soffio perché s’involi il fuoco
Nell’intimità dei boschi il fuoco risorge subdolo e cresce più forte
Attento il fuoco è in marcia brucia il vento al suo passare
Il fuoco è in marcia ma dove si muove tutto si distrugge la maceria diventa scarto ben costruito
Il caldo scoppia il vento brucia l’ardore monta e buca il cielo
Lordura di luce sordità del caldo che mi arde mi torchia
Il caldo si riscalda senza chiarore di fiamma il caldo aumenta senza stendardi s’incava il cielo tremano i tronchi il vento si inchina
Domanda grazia al suo passare le bestie hanno occhi terrorizzati gli uccelli si disperdono nel caldo che annienta il cielo
Il vento non ha valico verso i grandi alberi che soffocano aprono le braccia per un po’ d’aria
Domanda grazia al suo passare intollerabile caldo fuoco che rinasce dalle macerie non ha alcuno spiraglio un dono per la fiamma per il vento
*
Riviera degli occhi
Grandi come fiumi i miei occhi, stamane: l’onda prensile, pronta a riflettere il tutto e questa frescura sotto le palpebre straordinaria allenta le immagini che fisso
come un rivo l’isola rinfresca mentre i flutti scontornano la bagnante sole.
*
Vado a scoprire altrove i poeti quelli che vivono oltre questa piccola vita andrò a scovarli tra i rigagnoli del mondo nella vita-e-morte di tutti dove tutti seminano fughe sul sentiero ma non a casa mia, vi prego.
Questa è la cosa chiamata veglia: abbattere l’universo intero davanti a me e ricostruirlo che straborda dai potentati.
*
Questa sedia non è comoda e sto peggio sulla poltrone dove immancabilmente mi addormento, muoio.
Concedimi di attraversare il torrente sulle rocce come un colosso, scambiando una cosa per l’altra certo dell’imponderabile equilibrio tra le due: dove non c’è sostegno alligna la quiete.
*
La gabbia
Gabbia d’ossa con uccello
Un uccello in gabbia: la morte fa il nido
Se non arriva odi il frullio delle sue ali
Dopo aver riso ci blocchiamo e lo sentiamo tubare infine è una campana
Uccello prigioniero morte in gabbia
Vorrebbe volare ma tu lo trattieni io sono chi è
Non può andar via se non dopo aver mangiato tutto il mio cuore la fonte del suo sangue
Il suo becco già ne pregusta l’anima
*
Cammino al fianco di una gioia di una gioia che non è mia di una gioia di cui non posso impossessarmi
Cammino al fianco di una gioia e il mio passo marcia gioioso vicino a me ma non posso cambiare marciapiede non riesco a marciare su questi tratturi e dire che sono io
Questa compagnia mi rende felice ma organizzo in segreto dei patti e ogni sorta di operazioni, di alchimie con trasfusioni di sangue e dileggio gli atomi con giochi di equilibrio
Infine, un giorno, risolto, penetro nella danza di questa gioia con il decrepito suono dei miei passi dopo aver perso il senso della marcia svanisco alla mia sinistra sotto i piedi di uno straniero che prende una via trasversale.
*
Il loro cuore è altrove in cielo, forse, errano e ci attendono ma il mio cuore è tra gli astri scomparsi distante da qui: attraversa la notte con un grido che non odo quale dramma si svolge così lontano non voglio saperne nulla preferirei essere un giovane morto vorrei perdere tutto.
Pe sconfiggere il firmamento per la tenue trama della terra questo è ciò che devi sapere riguardo al nostro viaggio.
*
Voglio che la mia casa sia aperta per dare rifugio ai poveri.
La aprirò a tutti come chi ricorda di aver sofferto a lungo assalito da tutte le morti rifiutato da tutte le porte morso dal freddo, logorata la speranza
Annientato dall’audacia della noia esasperato da una tenace ispirazione
Ancora impetro il perdono ancora vado a caccia del peccato.