Avanza la parola verso il luogo sacro del silenzio, il bianco arreso della pagina, l’attesa di ciò che, intravisto, si manifesti. Avanza nel fuoco memoria del fuoco (così il titolo della raccolta di “Tutte le poesie” edita da puntoacapo Editrice, 2026), sussulto di carne e cielo. L’incontro con la poesia di Delfina Provenzali è un incedere lento, inesorabile, che rapisce lo sguardo, si innesta nelle viscere riemergendo a poco a poco, «tacendomolto di più di quello che dice».[1]
La poetessa nasce a Palermo nel 1920, vive a lungo a Torino (dove consegue la maturità classica e una prima laurea in chimica pura) per poi trasferirsi temporaneamente a Bologna (dove ottiene una seconda laurea in biologia). Si stabilisce a questo punto a Milano, luogo in cui inizia l’attività di traduttrice e poetessa grazie anche all’incontro con l’editore Vanni Scheiwiller, con cui nasce una profonda amicizia oltre che un duraturo sodalizio lavorativo. Amica di Primo Levi e di altri intellettuali piemontesi, alla passione per la parola affianca quella per l’immagine – dedicandosi, da autodidatta, alla pittura e alla fotografia. In vita, pubblica quattro raccolte poetiche: Il giorno fermo, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1973; L’incisione dura, ivi, 1978; Omphalos, Editrice Nuovi Autori, 1987; La parola muta, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1995.
Muore a Milano nel 2002. Vengono stampare postume le poesie giovanili Noi resi a noi stessi, Nicolodi, 2003 e Reciproco dialogo in versi con Giuseppe Caracausi, Edizioni del porticciolo, 2009. Nel 2004 è data alle stampe la raccolta Menhir. Tutte le poesie e alcune traduzioni, a cura di Gilberto Finzi e Mariella De Santis, Archivi del ’900.
Il fuoco memoria del fuoco.
Incudini forge magli
forni
dove il ferro si sfaglia
e avviva.
Relitti grovigli di braccia
e rame
affossati nei fondali.
Le nostre arterie arse
hanno ruggine
che brucia ancora.[2]
Artista schiva e appartata, studiosa di Ungaretti, amante della letteratura francese del Novecento, la Provenzali articola una ricerca poetica caratterizzata da componimenti spesso brevi, in cui la parola tende all’essenziale. A una maggiore apertura degli scritti giovanili si sostituisce, nel corso degli anni, un progressivo inaridirsi del verso che si fa sempre più scolpito, rarefatto: un millimetrico lavoro di cesello e sottrazione, alla ricerca del nudo esistere della parola, del mistero che volge al silenzio. Un percorso, quello della sua poesia, fortemente radicato nella materia, nel mondo minerale e biologico anche se non circoscritto alla mera tangibilità del circostante, quanto piuttosto costantemente orientato verso la misura che conduce al simbolico, all’ascesi della visione. Una poesia che è resistere alla vertigine del vuoto rimanendo sospesi, immobili, su un filo sottile.
Oltre la sera d’inverno
oltre il volto che m’osserva
vi è qualcosa nel silenzio
nella voce che incrina l’ombra viva.
Intatta
è la parola taciuta
l’ora mai colmata
quest’inquietudine d’erbe sommerse
che è penetrata in me,
in me per rimanere. [3]
*
Nel campo falciato
dove i covoni s’incurvano
sotto il peso del cielo
e tramontano le montagne
nel vento che non dissecca
la prima volta.
Noi resi a noi stessi. [4]
La parola di Delfina Provenzali è un destino che percorre lo spazio irto e disabitato dell’assenza: leggere la sua opera è assistere impotenti al crollo, attraversare un verso che si fa acuminato nella distanza per poi ritrovare, ben oltre le rovine, lo spazio desiderato e atteso del noi, il respiro di un altrove. Un cammino fatto di sguardi puntuali, respiri trattenuti: anche graficamente, lo spazio bianco, ricorrente all’interno dell’opera (e spesso presente in uno stesso verso), assume una valenza fondamentale per l’esito finale della composizione.

È una parola invocata e necessaria, quella della poetessa, verticale, in cui vibrano gli echi di alcuni grandi maestri del Novecento: Ungaretti, Montale, Caproni, oltre ai diversi poeti francesi che la Provenzali ha conosciuto e tradotto per Vanni Scheiwiller.
Freddo nel cielo
cupo dolore alla nuca
caldo nel mare.
Nell’ombra che si addensa
attorno al mio nome
– chiusa forma in ascolto –
avanzerò
fino a “quel muro”. [5]
*
Scrivere cedendo alla docilità
duplicità delle linee
al ritmo dell’angoscia.
Scrivere con fili d’assenzio
e stille di pioggia
lontano
su ghiacciai innevati
per estrarre il silenzio. [6]
C’è un frammento scritto da Yves Bonnefoy che ho letto non ricordo dove e che potrebbe riassumere in maniera nitida, fedele, il significato del percorso umano e artistico di Delfina Provenzali.
«La parola poetica avvicina soltanto ma è, nello stesso tempo, quella parola che salva il mondo dall’abbandono, che trasforma l’esilio in speranza, che ritesse il filo spezzato della vita.»
Luca Pizzolitto
[1] G. Finzi, Delfina Provenzali e la sua poesia, in Menhir, Tutte le poesie e alcune traduzioni, Archivi del ’900, Ivrea 2004
[2] D. Provenzali, L’incisione dura, “All’insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano 1978
[3] D. Provenzali, Noi resi a noi stessi (Juvenilia), Nicolodi editore, Rovereto 2003
[4]D. Provenzali, Noi resi a noi stessi (Juvenilia), Nicolodi editore, Rovereto 2003
[5] Delfina Provenzali, Omphalos, Editrice Nuovi Autori, Milano 1987
[6] Delfina Provenzali, La parola muta, “All’insegna del Pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano 1995