02 Ottobre 2026

Elogio di Loki, il giullare che vuole la fine del mondo

FROH.
Loge heisst du,
doch nenn’ich dich luge!
Loge ti chiami, ma bugia io ti chiamo!

(R. Wagner – Das Rheingold; trad. Guido Manacorda, Sansoni)

Loki è «annoverato tra gli Asi» senza essere esattamente un Ase; vive con loro e all’occasione è definito «l’Ase che ha nome Loki», «l’Ase astuto», ecc. Compagno di Odinn nei suoi viaggi, come anche di bórr nelle sue spedizioni, egli gode di una meritata reputazione di ingegnosità e in generale, spontaneamente o su richiesta, pone questa ingegnosità al servizio dei suoi che, senza di lui, si troverebbero a mal partito. In particolare, non si mette mai al servizio di un gigante a cuor leggero, né sino in fondo. Ma parecchi aspetti fanno di lui un Ase del tutto a sé. Non solo è fisicamente piccolo di statura, ma non è legato da parentela con nessuno degli Asi; di Odinn è solo «fratello per giuramento»; di suo padre e di sua madre, dei suoi fratelli conosciamo soltanto i nomi che, nonostante l’oscurità della maggioranza di essi, indicano una famiglia singolare, e suo padre è definito «gigante». Dagli altri Asi è trattato come un inferiore, di cui ci si serve, che si fa trottare, che si minaccia. Riceve e accetta il ruolo di messaggero, esploratore, servitore, tagliatore di carne, e anche di buffone. Compare al momento giusto, nel luogo voluto, è abilissimo a fuggire, a «squagliarsela». Ha relazioni particolari con il mondo inferiore, con il sottosuolo. Possiede sui monti una misteriosa casa-osservatorio. Ha anche rapporti con il fuoco. Unico tra gli Asi, possiede un’inquietante capacità di metamorfosi, soprattutto in animale (mosca, foca, giumenta, salmone…) e mette al mondo esse-Ti strani, che in generale suscitano timore negli dèi (il lupo Fenrir, il Grande Serpente, Hel; e anche il cavallo di Odinn, Sleipnir). Ha un gusto particolare per le metamorfosi in donna o in femmina, con le conseguenze fisiologiche che esse comportano. È ingegnoso, creativo, ma non vede lontano: preso dall’impulso o dall’immaginazione o dalla passione del momento, è sorpreso dagli effetti delle sue azioni, cui cerca subito di porre rimedio. È tracotante e spaccone. E insaziabilmente curioso, curioso di osservare, di indagare, e anche di esplorare; è sempre a caccia di notizie ed è indiscreto. Si sposta più facilmente e più volentieri degli altri Asi: più di tutti si serve del «piumaggio» di Freyja e possiede un paio di stivali che gli permettono di correre nell’aria e nell’acqua. E lui, talvolta, a trascinare bórr dai giganti lungo vie che egli ha dapprima perlustrato ​​

(Georges Dumézil, Loki, Adelphi, 2026, p.100)

Bayreuth, 1876. L’oro del Reno viene presentato come atto unico e prologo della prima esecuzione completa della tetralogia. Nel secondo quadro dell’opera gli dèi sono privati per un momento dei pomi di eterna giovinezza; Freia, la loro custode, è stata rapita dai giganti Fafner e Fasolt come garanzia di un riscatto d’oro. Gli dèi invecchiano a vista d’occhio. È Loge a fare la diagnosi della loro debolezza, e a dichiararsi, nello stesso momento, meno vulnerabile di loro: “una metà soltanto di quel che voi siete”. 

Loge (e con lui Loki, il suo modello norreno) non è mai del tutto dentro al consesso divino — nato da stirpe di giganti, cresciuto fra gli Asi, sta sempre un passo di lato. “Su, Loge, scendi con me al regno delle nebbie, voglio che l’oro sia mio”, ordina Wotan. È lo stesso ruolo che Loki gioca continuamente nelle fonti eddiche: viene sempre convocato quando serve un espediente scaltro. Il viaggio di Wotan e Loge verso il regno sotterraneo dei Nibelunghi, nell’intermezzo sinfonico della partitura wagneriana, anticipa musicalmente ciò che stanno per trovare nel mondo sotterraneo dei fabbri-schiavi, martelli che battono senza sosta per estrarre oro dalle vene della terra, un fratello che tortura l’altro (Mime e Alberich) per un elmo magico capace di rendere invisibili o di mutare forma. È un sottosuolo che richiama la dimora degli Elfi Neri dove Loki, nell’Edda, va a stanare il nano Andvari. 

Come Alberich forgia dell’oro del Reno un anello di potere destinato a rovinare chiunque lo possieda, così nella narrazione epica è Loki a scatenare la medesima dinamica. Oro e gelosia, un oggetto magico che porta con sé una maledizione capace di attraversare generazioni. Nell’Edda Odino, Loki ed Hœnir vedono lungo un fiume una lontra intenta a divorare un salmone e Loki, senza pensarci troppo, la uccide con un sasso, fiero del doppio colpo. Ma quella lontra è Otr, figlio del contadino-mago Hreidmar, fratello di Fafnir e Reginn: scoperto l’inganno, il padre e i fratelli catturano i tre dèi e pretendono come riscatto che la pelle dell’animale venga riempita e ricoperta interamente d’oro (così come per i giganti del Ring sarà necessario che Freia venga ricoperta d’oro). Tocca a Loki procurarselo, proprio come tocca a Loge scendere nel regno di Nibelheim. 

Loki si spinge fino alla dimora del nano Andvari, lo cattura mentre vive sott’acqua sotto forma di pesce e lo costringe a cedere tutto il suo tesoro, compreso un anello che il nano tentava di nascondere nel palmo della mano. È proprio per quell’anello che Andvari pronuncia la sua maledizione: chiunque lo possieda è condannato alla morte – la stessa sentenza che, nel Ring, grava sull’oro del Reno. Quando la pelle della lontra è finalmente coperta, resta scoperto un solo pelo dei baffi: per nasconderlo Odino deve cedere l’anello incriminato. La maledizione, da quel momento, comincia il suo corso. Se fin qui l’assonanza è netta, c’è però un punto in cui il parallelo con Loge si rompe, ed è forse il più significativo. Nell’opera di Wagner, Loge alla fine si smarca dagli dèi con un distacco quasi ironico, dichiarandosi pronto a lasciarli al loro destino piuttosto che seguirli fino in fondo.

Alla loro fine s’appressano
essi che così forti nel loro durare si credono. 
Quasi mi vergogno
d’aver a che fare con loro;
in fiamma guizzante nuovamente di trasformarmi
ritrovo la voglia tentante:
di consumarli
costoro che un giorno mi domarono,
invece che con ciechi scioccamente perdermi,
e fossero anche tra gli dèi i più divini!
Non mi sembrerebbe stupido questo!
Ci voglio pensare:
chi lo sa che farò. 

(trad. it. di Guido Manacorda)

Loki, nelle fonti norrene, compie lo stesso passo ma senza ambiguità: da servitore utile, seppure infido, diventa nemico dichiarato. Nel grande racconto del Ragnarök, mentre il lupo Fenrir spalanca le fauci fino a toccare cielo e terra e il Serpente di Midgard avvelena l’aria con il suo soffio, una nave fatta con le unghie dei morti, Naglfar, prende il mare: al timone c’è proprio Loki, alla guida dell’esercito dei defunti provenienti dal regno di Hel. Sul campo di battaglia di Vigrid, dove ogni grande dio troverà la morte affrontando il proprio mostruoso avversario, a Loki tocca lo scontro con Heimdall. I due si uccideranno a vicenda. È l’ultimo atto di un destino che, in fondo, era stato messo in moto già dall’oro di Andvari, la stessa figura ambigua che apre la catena delle sciagure la chiude uccidendo e venendo ucciso. 

Wagner, riscrivendo il mito per la scena ottocentesca, aveva intuito che il dio-fiamma, il dio dell’inganno non può restare per sempre “solo una metà” degli altri, l’ausilario per eccellenza, prima o poi, la sua ambiguità si scioglie in una scelta di campo e quella scelta costa sempre il mondo intero. Quello che giunge è sempre il crepuscolo.

Fin qui abbiamo seguito Loki nei testi che lo raccontano, dall’oro maledetto di Andvari al Ragnarök, e nella sua eco tardo romantica del palcoscenico wagneriano. Ma resta una domanda di fondo, che lo studioso Georges Dumézil ha affrontato con più rigore di chiunque altro: Loki è davvero un personaggio antico, oppure è invenzione tarda? È il problema al centro di Loki, il saggio che il linguista e comparatista francese pubblica nel 1948 (pubblicato ora da Adelphi nella traduzione di Silvia Spinnler). Prima di Dumézil, l’opinione comune, tra gli specialisti, era chiara, Loki, al di fuori dei testi di Snorri (XII-XIII secolo), compare pochissimo nella tradizione scritta. Da qui due ipotesi concorrenti, entrambe però convergenti su un punto, che il Loki “serio” e tragico, l’artefice della morte di Baldr, il nemico degli dèi al Ragnarök non sia originale della saga di Sturluson. O Snorri lo ha inventato di sana pianta, oppure preesisteva come figura minore e comica, un giullare divino, che lo stesso Snorri, chierico cristiano, avrebbe trasformato in un quasi-diavolo, demone burlone, per allinearlo a un modello teologico che gli era certamente più familiare. In entrambi i casi, il ruolo cosmico di Loki sarebbe un innesto tardo, in contraddizione con la sua natura di base. 

Dumézil si propone di dimostrare esattamente il contrario, con due affermazioni che sono il cuore del libro: Loki non è un’invenzione di Snorri. Il suo ruolo nella morte di Baldr e nella punizione che porta al Ragnarök non è una contaminazione cristiana successiva che avrebbe imposto un equivalente del diavolo su un personaggio comico preesistente, ma una componente strutturale del personaggio, precedente al cristianesimo. Da linguista comparatista, capace di leggere una trentina di lingue vive e morte, applica al materiale mitologico lo stesso principio che regge la linguistica storica: se le lingue derivate da un ceppo comune conservano tracce di parentela, lo stesso dovrebbe valere per altre produzioni culturali, tradizioni, letteratura, folklore. Il suo corpus, per questo, non si limita ai testi scritti islandesi, ma include proverbi, soprannomi popolari di fenomeni meteorologici, tradizioni orali sopravvissute fino al Novecento, per mostrare che il nome di Loki (o Loptr) circola ben oltre Snorri. Un’evidenza che, da sola, non basta. Serve dunque un termine di paragone indipendente, e il più lontano possibile geograficamente. 

Dumézil lo trova in Syrdon, personaggio-giullare delle leggende eroiche sui Narti, un popolo semi-leggendario protagonista dell’epica ossetina. Gli osseti sono i discendenti degli antichi Sciti, stanziati in una regione caucasica isolata e montuosa, tra Turchia, Turkmenistan e Georgia: abbastanza lontani dalla Scandinavia da rendere altamente improbabile un prestito culturale diretto. Le somiglianze “psicologiche” tra Syrdon e Loki, secondo Dumézil, sono troppo precise per essere casuali: entrambi ausiliari e insieme antagonisti degli eroi che accompagnano, entrambi capaci di metamorfosi (Syrdon si trasforma in donna, in vecchia, persino in oggetto), entrambi artefici, per gelosia e desiderio di nuocere, della morte “per consiglio”, non per mano propria, dell’eroe più amato del gruppo: Soslan tra i Narti, Baldr tra gli Asi. Non è un dettaglio da poco che il nome di Soslan sia legato al calore e al mese di luglio, e che la sua tomba abbia tre aperture, a oriente, a occidente, allo zenit, quasi a marcarne esplicitamente la natura solare, proprio come Baldr è il più luminoso degli dèi. Restava un problema: le saghe nartiche sono racconti eroici, non miti divini in senso stretto, parlano della fine del popolo narte, non di una fine del mondo cosmica.

Per colmare il divario, Dumézil compie un ulteriore passaggio, andando a cercare, nelle mitologie indo-iraniche, la prova che gli eroi delle saghe caucasiche siano in realtà trasposizioni “umanizzate” di divinità più antiche. La trova nel Mahabharata, nel personaggio di Duryodhana, le cui malefatte presentano tratti sorprendentemente affini a quelle di Loki, testo che colloca l’indagine intorno al IV secolo a.C., ben prima di qualunque possibile influsso cristiano.

Messi in fila i tasselli, dall’India antica, attraverso l’Iran e il Caucaso, fino alla Scandinavia medievale, Dumézil arriva a una conclusione che, pur non facendo unanimità tra gli studiosi, resta solidamente argomentata: somiglianze così precise tra culture così distanti nello spazio e nel tempo difficilmente sono frutto del caso. Più probabile che siano il residuo di un mito comune assai più antico, risalente a uno stadio pre-indoeuropeo condiviso. Questo risolve, in un colpo solo, entrambi i problemi di partenza: se le stesse costanti narrative si ritrovano già in epoche precristiane, Loki non può essere né un’invenzione di Snorri né il prodotto di una contaminazione diabolica cristiana; la sua ambivalenza, il suo ruolo nella morte di Baldr, la sua funzione di nemico finale degli dèi appartengono al nucleo più antico del mito. Lo stesso arco che unisce, nella parabola di Loki, l’antichissima storia del nano Andvari e il moderno Loge di Wagner, è la riprova che un mito autentico, una volta innescato, non smetta mai di rigenerarsi e generare mitologia. 

Tony Vero

*In copertina: Louis Huard, Il castigo di Loki, XIX secolo

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