01 Ottobre 2026

La cagnara dei cretini. Note attorno all’“Odissea” di Christopher Nolan e ai suoi detrattori

Adesso che la cagnara attorno all’Odissea di Christopher Nolan è terminata, è possibile svolgere con calma qualche considerazione e sperare nell’ascolto di persone riflessive.

L’apparizione di questa pellicola ci ha data l’ennesima prova definitiva, che siamo invasi da una marea d’imbecilli, di cretini, di patologici narcisisti, di arroganti. Hanno iniziato a sfornare articoli e, nemmeno a dirlo, sopra tutto “video” appena uscito il filmato promozionale (“trailer”, per chi abbia rinnegato l’italiano): e già chi si mette a commentare per dieci venti e talora trenta minuti la pubblicità di una pellicola, di Nolan per giunta, dimostra, per esser magnanimi, di avere scarso senso della misura, in ispecie delle proprie capacità, e nullo buon senso.

Ma è naturalmente l’arrivo dell’opera nei cinematografi ad aver scatenate legioni di esimii critici e filologi. Parecchi, abbiamo scoperto, sono insieme espertissimi di cinematografia e ferratissimi antichisti. E tra costoro c’è dovizia di seguitissimi professionisti, compresi redattori di case editrici e illustrissimi scrittori.

Sarò stato distratto, ma fino a quel momento non mi ero accorto di vivere in un simile Eldorado di appassionati ed esperti d’Omero e di cultura classica. E infatti forse occorre qualche correttivo.

*

Smontiamo lo smontaggio

Pressoché tutti hanno massacrato Christopher Nolan e perlopiù perché, in ordine sparso, la pellicola sarebbe: 1) “woke”; 2) piena di buchi narrativi; 3) non aderente al poema; 4) antioccidentale; e altre cannonate.

Ora, la contro- o anticultura “woke” non abbisogna di arruolare un gigante come Nolan per imporsi. La quasi totalità di “rete” televisione radio carta stampata e agenzie di comunicazione sono intrise di “woke”, e anche quando non lo condividono vi si adeguano per paura, tanto è il ricatto morale e civile dei suoi battitori. Togliete all’assalto “woke” questa Odissea e non cambierà alcunché, né la pellicola lo ha incrudìto. Quindi gli strepiti sono vani ragli d’asino.

E asini gli oppositori del “woke” si dimostrano concentrando tutta l’indignazione e gli strali loro esclusivamente sulla scelta di dare a una nera il ruolo d’Elena, non accorgendosi però di almeno due macroscopici particolari: primo, l’attrice che impersona la donna famosa per essere la più bella della terra non è esattamente una sosia di Naomi Campbell; secondo, molti tra comprimarii e comparse sono di origine asiatica e africana, a esempio Eurìloco d’origine indiana, il quale peraltro sta sulla scena dall’inizio alla fine, mentre Elena per due minuti al massimo.

Altro particolare sfuggito ai nostri filologi è il linguaggio.

Qualcuno ha rilevato, con senno, l’errato utilizzo della parola «papà» anziché «padre»; ma nessuno si è accorto che il gergo nautico adoperato da Odisseo e dai suoi compagni è tutto moderno: duemila e cinquecento anni fa non esistevano da nessuna parte parole come «poppa» o «babordo». Il gergo dei marinai nasce a un dipresso, se non sbaglio, nel XV secolo d. C. e inizierà a essere codificato soltanto nel decimonono.

Nulla da ridire hanno lor signori neppure davanti all’impossibile «Bastardo» con cui Eurìloco, e per due volte, apostrofa Odisseo. Ai nostri giorni è una maniera “affettuosa” di parlare, ma tutta americana e purtroppo anche degli europei corrotti. Per un grecantico (come per tutti gli uomini assennati) un insulto è concepibile soltanto in un alterco. Ma si è talmente abituati ai dialoghi delle pellicole e dei romanzi moderni importati e scopiazzati dagli Stati Insuiniti d’America, come li chiamava il grande Lenau, da non avvedersi di simili svarioni.

Inosservata passa anche la scelta del nome d’«Ulisse», legittimo in un contesto latino, ma fuori di luogo nel greco. «Ulisse» (la faccio corta) ci viene da Livio Andrònico (III secolo a. C.). Poi trascorre in volgare e lo consacra Dante Alighieri, sino a quando non s’inchiavarda nel nostro costume con Ulyssesdi Joyce, sùbito tradotto con Ulisse, alla sua volta derivato da quanto precede.

Per esser più chiari: Ulisse in ambiente greco suona come Maometto o Gesù, anziché Mohammed e Yeshu’a, in quello islamico o ebraico. E, per evitare di esser troppo pedante, mi astengo dal rilevare le radicali e dirimenti differenze etimologiche tra «Ulisse» e «Odisseo».

A compensare la distrazione della cricca virtuale c’è il quasi unanime plauso alla scelta di un rapper (o trapper, scusate: io non son filologo) per impersonare l’aedo che apre la pellicola. Gli esperti ci hanno edotti che non corre gran differenza tra un nero che si dimena ruttando rime da quinta elementare e un collega di Omero. D’altra parte ben pochi due anni fa si scandalizzarono quando Jovanotti disse che Mozart e un certo Tony Effe «fono colleghi».

Passiamo oltre.

Quasi tutti i nostri studiosi d’Omero hanno rilevati i cambiamenti e le lacune della pellicola a petto dell’originale poema, fatti di che si sarebbe accorto persino il buon Eumèo, cieco e porcaro.

Anche qui ore e ore di bla bla bla, tutto orbo del concetto di riduzione cinematografica. Ma ben altro sarebbe stato da rilevare.

Anzitutto l’assenza degli dèi. Essi vengono soltanto menzionati, e rarissime volte, talora con fastidio e di fuggita. Sola eccezione è la presenza di Athena, ma quasi molesta, ché oltre a essere rappresentata dalla solita attrice colorata o abbronzata, la stessa che interpreta Chani in Dune di Villeneuve, la dea compare priva di armatura, come è invece sempre raffigurata da quel dì (o almeno con elmo lancia e scudo). Nella pellicola sembra più tosto una samaritana, oppure una fremen che ha sbagliato set cinematografico. E lasciam correre cosa le esce di bocca: più che la dea della saggezza e della guerra, sembra una derelitta da Circolo Pickwick. Ma l’epoca nostra è assai distratta quando si sminuisca o ridicolizzi il numinoso. E altrettanta indifferenza ha quando esso venga addirittura espulso: basti pensare al silenzio attorno a questa scelta in Troy o nella Iliade rifatta da Alessandro Baricco, lavori al contrario elogiati, ormai classici.

Ben più scandaloso è, per lor signori, l’elmo d’Agamennone, che diventa addirittura l’argomento principe di molti commenti al “trailer”. Dicono quel copricapo esser troppo somigliante alla maschera di Batman, non sospettando nemmen per un istante, che la scelta può essere (e a mio avviso è) un marchio d’autore, e non l’errore creduto dai molti gonzi.

Un altro particolare, bensì più “sottile” ma non meno evidente passato senza che costoro battessero ciglio, è la frattura psicologica d’Odisseo.

Si pensi: egli è profondamente pentito d’aver apparecchiato l’inganno del cavallo e d’aver così agevolata, per distruzione e massacro, la caduta d’Ilio. Nondimeno, ritornato in patria, non esita mezzo istante a massacrare i Proci. (A proposito di Proci, nella pellicola non sono mai chiamati così, ma soltanto «pretendenti». Anche questa magagna è passata sotto il naso ai censori del “tubo”).

In pratica scopriamo Odisseo diventare una sorta di pacifista, financo sconcertato pel suo «multiforme ingegno», ma che, appena approdato a Itaca per liberare palagio e sposa, non esita un istante a metter a frutto tutta la sua astuzia e a compìre una strage: tutto senza il benché minimo turbamento. Anzi, alla fine, tra le braccia di Penelope, abbozza persino un sorriso per il buon esito dell’impresa.

Insomma, Nolan instaura una doppia morale, americana assai: il sangue versato in una guerra scatenata per liberare una donna altrui (guerra, per giunta, cui Odisseo era obbligato) è scandaloso, sigillo funebre e infame si di un’intiera epoca: invece quello versato per la propria «roba» è quasi sacrosanto e non procura al protagonista alcuna emozione perturbatrice.

Ancòra a proposito del depotenziamento di Odisseo, mi appare sospetta l’indignazione per essa direi di quasi tutti i commentatori, giacché in Occidente non si vedono eroi da tempo immemorabile, e men che meno d’astuti. Si viaggia anzi in senso diametralmente contrario. Da noi circolano e son portati in processione i don Abbondio e i chàndala, non gli Achille e i Sigfrido (a meno che non si tratti di Ranucci), e ogni manifestazione di virilità è riguardata con disgusto e allarme; non sia mai che dietro un atto coraggioso o di fermezza si celi un fascista: Report è all’erta.

Cionondimeno, adesso scopriamo d’esser circondati, oltreché da sudate carte, anche da lance e baionette.

Inoltre la scelta di Nolan va contemplata all’interno della poetica di Nolan, innamorato di protagonisti tormentati, sgomenti, a volte quasi inebetiti e irretiti in un gorgo psichico: pensiamo a Inception, Memento, Oppenheimer, a Bruce Wayne. Altro dettagliuzzo sgattaiolato tra i piedi dei videocattedratici.

Proseguiamo.

Una delle critiche più scentrate e fesse alla pellicola è la seguente: gli americani sono incapaci di capire il mito. La paternità della sentenza è d’un noto piazzista della filosofia virtuale, inarrestabile fabbrica di pentolame verbale. Per costui, che evidentemente s’abbevera di più all’osteria che non a buoni libri, dimentica a esempio il Melville di Taipee, di Omoo e sopra tutto di Mardi e di Moby Dick. Quest’ultimo fu paragonato ai poemi omerici niente di meno che dall’amico Nathaniel Hawthorne, e nessuno può dargli torto. E non solo: per scrivere il suo capolavoro Melville si ispirò a un fatto realmente accaduto, cioè l’affondamento da parte di una megattera della baleniera Essex, evento catastrofico e agghiacciante ben raccontato in Heart of the Sea. Le origini di «Moby Dick» di Nathaniel Philbrick.

Il filosofesso non si è accorto nemmeno dell’epopea dell’Ovest, della guerra civile americana, dei Padri pellegrini, della vicenda mormonica, né di Meridiano di sangue, altra opera degna di comparire nella categoria del mito, per eventi narrati (peraltro anch’essi ispirati a fatti realmente accaduti) e per linguaggio.

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L’imputabile è Omero

Se proprio si vogliano far le pulci a qualcuno, Omero è il bersaglio migliore.

Negli ultimi tredici anni, ciò è a dire da quando l’ho scovato, alquanto in ritardo se penso che la prima edizione italiana risale al 2008, ho provato a sondare varii ambienti e persone circa Omero nel Baltico di Felice Vinci (Palombi Editori), un’opera a mio (in)sindacabile giudizio magistrale, in che l’autore, un dilettante giusta l’accezione propria e il giudizio di Schopenhauer, avanza principalmente una rivoluzionaria tesi: per la quale gli eventi esposti nell’Iliade e nell’Odissea, qualunque ne siano gli autori o l’autore, non soltanto potrebbero avere un fondamento storico, assai maggiore di quello ipotizzato insino ai nostri giorni, ma si sarebbero svolti tra le sponde di quel remoto mare.

Vi assicuro che c’è da trasecolare a ogni pagina, e non soltanto per l’ipotesi centrale dell’indagine.

Se soltanto un quarto di quanto affermato da Vinci fosse vero, troveremmo confermato ciò che dicemmo più indietro, o sia che il mito è quasi sempre una rielaborazione, una rivisitazione, talora addirittura un plagio. Se così è, a finire sotto processo non dovrebbe essere soltanto Nolan, ma lo stesso Omero.

E in margine: non mi resulta che i nostri esperti wi-fi dell’antica Grecia si siano accorti di quest’opera.

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Illustri macelli e sospetti attuali

L’accanimento su e contro la pellicola di Nolan e a (presunta) difesa d’Omero è quanto meno sospetto anche da parte dei rarissimi competenti intervenuti.

In tanti anni di vita non mi pare infatti di aver mai sentito levar proteste, a esempio, contro le orride volgarizzazioni, dell’Odissea o di qualunque altro classico, per bambini ritardati o “giovani adulti”, né contro le sgangherate piatte volgari e non di rado sbagliate traduzioni inflitte a generazioni d’incolpevoli studenti, e che seguitano a circolare e a sbocciare. Neppur mi pare che i nostri nuovi Wilamowitz-Moellendorff leggano l’Odissea, invece che in Rosa Calzecchi Onesti o in Giuseppe Privitera, volenterosi ma avvilentissimi, in quelle, poniamo, di Pindemonte, o di Nicola Festa, o di Manlio Faggella.

E non conto più le volte in cui ho veduto prender le distanze dalla Iliade di Vincenzo Monti, giacché, si zufola, non soltanto vetusta ma sopra tutto imprecisa.

E si forse son levate rimostranze contro la televisione di Stato promotrice di allestimenti dei tragici greci a mezzo tra il gelido e il raffazzonato?

E potrei seguitare a lungo con l’elenco degli scempii abbattutisi sulla cultura classica, in Italia e in Europa.

Se però un cineasta americano, pur del calibro di Nolan, mette le mani sull’Odissea non eseguendo il compitino da bravo studentello, apriti cielo. Ma diciamola fino in fondo. Non importa a nessuno di Omero, o d’Eschilo, Ovidio, né d’altri. Il caotico turbinio attorno a questa Odissea va imputato, assieme a velleità culturali inerenti al mondo classico, alla sola notorietà di Nolan commentando il quale si ottiene di certo sperata visibilità e, per conseguenza, quattrini. Se al posto del celeberrimo cineasta d’America si fosse applicato al poema omerico un qualsiasi altro sceneggiatore e regista, nessuno avrebbe aperta la bocca. D’altro canto, tutti quei berciatori non si sono azzardati a mettersi nel commento delle precedenti non poche riduzioni filmiche dell’Odissea e, men che meno, a sindacare quando Nolan si occupò di fisica quantistica. La posa supina verso la scienza non consente di osare commenti che invece si possono allegramente scagliare sul dominio umanistico.

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Uno schiarimento sul mito

Apriamo un’altra questione, che credo sia la più centrale e dirimente.

Penso di non esagerare dicendo che Christopher Nolan si sia, per l’appunto, ampiamente guadagnato un posto tra gli artisti classici nel suo campo, peraltro un di quelli più seguìti oggidì dal grande pubblico, sempre più distante dai (buoni) libri, e sempre più propenso alla passività visiva.

Se dunque Nolan è un artista consolidato e classico, come tale dev’essere riguardato quando s’applichi a un Omero, cioè al detentore di diritti a pari d’un Dante o d’un Joyce. Oppure si deve avere il coraggio di mandare al macero Commedia e Ulisse e almeno di bandirli dalla nostra repubblichetta letteraria.

È un secolo e mezzo che persino suoi esperti e appassionati rimproverano a Richard Wagner d’esser infedele ai miti nordici e cristiani, come se poi il Maestro non si fosse accorto d’aver operati degli interventi e delle rielaborazioni. Che facciamo, spediamo Wagner in un campo di rieducazione? Se non li vedessi impreparati allo studio serio, direi alla pletora di commentatori d’appropriarsi almeno il primo tomo del Mito di Faust del supremo Vincenzo Errante – uno che dev’esser letto in ginocchio a capo chino o sull’attenti; un giorno ne parlerò – ove si racconta e analizza il soggetto, giusta il sottotitolo, Dal personaggio storico alla tragedia di Goethe. Non parve, all’impareggiabile germanista e massimo traduttore dell’Olimpico, di dover rimproverare Marlowe, o Lessing, o Lenau, o il medesimo Goethe ché “infedeli” alla Storia del dottor Faust di Johann Spies, il primo ad aver messo sulla carta la leggenda del «ben noto mago e negromante».

E a quale destino mandiamo Gounod, Berlioz e quell’Arrigo Boito financo doppiamente scellerato, ché non solo scrive libretto e musica d’un Mefistofele che di Goethe direttamente trae, ma riduce in libretto l’Otello?

E sapevate che la storia di Faust, dopo l’opera di Marlowe, fece ritorno in patria addirittura nei teatri di marionette? Appicchiamo autodafè?

A questo punto suggerisco anche di processare e poi cancellare dalla memoria collettiva Il Maestro e Margherita, esplicitamente ispirato al Faust goethiano, com’è evidente e come suggerisce la citazione in esergo, ma che sta all’originale come Alvaro Vitali ad Alain Delon. Eppure quel romanzaccio viene esaltato da tutti e, ho più volte constatato, senza una conoscenza dell’opera di Goethe.

E quale punizione infliggere a Thomas Mann?

Ancòra: qualcuno invoca il capestro per Bertolt Brecht a causa di Madre Coraggio e i suoi figli sol perché ruba il soggetto di Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Coraggio di Grimmelshausen? No, non lo chiedono perché hanno dimenticato Brecht e non hanno mai saputo chi sia Grimmelshausen.

E che cosa dovrebbe dire il povero Dracula? E Gesù Cristo, crocifisso anche dai più scalcagnati scrittori e registi?

Al pari del germanico dottor Faustus, e di tutte le altre figure e storie consimili, l’Odissea di Omero e il suo eroe sono mito, o sia una storia, o sia ora invenzione, ora riadattamento di storie altrui o di fatti reali o presunti tali. E il mito è, quasi per eccellenza, sommesso all’arbitrio e al capriccio pubblici. Se avessero avuta la mente guasta dei nostri giorni, coloro che per i primi inventarono gli eroi achei avrebbero dovuto far causa a chi si celava dietro il nome di Omero. E un dei primi a dover finir oggi alla sbarra sarebbe Nikos Kazantzakis, il cretese noto sopra tutto per Zorba il greco, romanzo da cui fu tratta un’omonima pellicola (peraltro, questa sì, alquanto scadente), ma il cui opus maius è senza dubbio un’Odissea, d’oltre trentatré mila versi, pubblicata nel 1938 e approdata in Italia nel 2021 (potius sero quam numquam) grazie alla traduzione di Nicola Crocetti, che la pubblica per la casa eponima.

Proprio per rispetto a Omero, Kazantzakis muta lievemente il titolo: nondimeno si sente in pienissimo diritto di far suo l’eroe e persin di ricacciarlo nei flutti e all’avventura. Graziaddio i nostri esperti del tubo sono pigri, sicché Kazantzakis è al sicuro da pubblici processi democratici.

Riflettan di poi gl’indignati contro Nolan, che l’impossessamento del mito è figlio legittimissimo della universale democratizzazione, per cui chiunque può dire qualunque cosa su qualsiasi argomento; chiunque è artista e critico; una lingua in bocca associata a una videocamera danno diritti fino ad avantieri impensabili. E il catenteroclismatico nubifragio di commenti all’Odissea di Nolan è, come accennavo all’inizio, il postremo ed esiziale esito di questa apertura.

Insomma, si può e talora si deve discutere della qualità, della abilità, dell’opportunità persino, di un rimaneggiamento: mai del rimaneggiamento in sé, ché l’opera non è «cosa nostra».

Posso far dire messe nere per chi espelle gli dèi dall’Iliade, ma non indignarmi come un moscardino, un parvenu della cultura se Baricco ghermisce con le sue zampacce quel capolavoro combinando un disastro peggiore di quello dei Greci a Troia. La valutazione d’un’opera d’arte deve partire da tutt’altri parametri che non quei dettagliuzzi evidenziati dalla legione internautica. Conta il resultato artistico: se esteticamente gradevole, internamente coerente, se intelligente ed elegante, e via elencando. Solo dopo, e se del caso, si può contestare l’idea.

Son cose talmente ovvie, che dirle mi procura una vertigine d’imbarazzo. Ma a quanto pare ai nostri dì occorre ripetere l’ovvio.

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Alla fin della fiera…

…rassicuro quanti hanno opinato circa l’influsso nefasto che questa Odissea americana possa esercitare sull’apprezzamento dell’originale poema e della cultura classica.

Stiate in pace, ché quanti avranno guardata questa pellicola con spirito critico buon senso e basi culturali saranno salvi.

A tutti gli altri, la più parte, non sarà certo Christopher Nolan a guastare il cervello. Il danno, come si è visto, da tempo è già consumato; e temo sia irreversibile.

Luca Bistolfi

Gruppo MAGOG