Praga, primi del Novecento. Un impiegato assicurativo torna a casa la sera e scrive in una lingua che non è quella d’affari di suo padre né quella della strada sotto casa; storie di uomini insetti, di colpe ataviche, di castelli mai conclusi. Il tedesco di Franz Kafka è una fuga in avanti, una scelta d’animo. Lo stesso vale per Broch, Kraus, Döblin; autori che parlavano e scrivevano in tedesco perché era la lingua in cui il mondo, quel mondo lì, che vivevano e che li tormentava, si lasciava finalmente afferrare, solido, vero, senza più nascondigli o muri invisibili.
Broch chiamava l’infinito “misura sconosciuta”. Musil andava a caccia di “fondamenti irrazionali” dentro la matematica, definita da lui stesso la più esatta delle discipline umane; formule che oggi paiono mistiche, irreali, ma alla base c’è un problema molto pratico: se persino il numero, lo strumento più affidabile che l’uomo sia riuscito ad inventare, trema di fronte all’incalcolabile, cosa può fare la parola? Dolore, desiderio, colpa, concetti in costante divenire, che non si fermano mai, impossibili da contare.
“È di questo che si tratta per noi: nientemeno dell’essere o del non essere”.
Jakob Wassermann
È da questa stessa ostinazione che parte La chioma di Berenice di Vito Punzi, libro pubblicato da Marcianum Press nel 2026; una raccolta di analisi, recensioni e riflessioni letterarie dedicate a ventuno autori di lingua tedesca e di origine ebraica, dalla fine dell’Ottocento a oggi. Il titolo, preso in prestito da una costellazione minore, definita nel 1551 dal geografo Gerardus Mercator, usa un’immagine per garantire forma al lavoro critico; stelle poco luminose che, unite da linee immaginarie, disegnano la sagoma di una chioma, pensieri che solamente riletti assieme rivelano un disegno non preimpostato.
Non tutti hanno attraversato in prima persona il nazismo, la Shoah, la dittatura comunista, ma ognuno ha trasformato la propria biografia in una ragione per riscrivere il senso della lingua letteraria. Il libro tocca anche un secondo nervo scoperto: quello della traduzione come atto di potere. Punzi – autore, tra l’altro, di una recente traduzione de La morte di Virgilio, romanzo-totale di Hermann Broch, tra i capolavori assoluti del Novecento – cita il caso delle curatele tedesche degli inediti di Kafka, specialmente la chiusura di Un messaggio dell’imperatore, capaci di deviare l’interpretazione ancora prima che un traduttore italiano metta mano al testo; apre, dunque, una riflessione sull’urgenza, per l’editoria italiana, di misurarsi con le edizioni critiche più aggiornate invece di accontentarsi di traduzioni ormai datate.
“Quant’è complicato dare forma agli incubi kafkiani…”
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Cosa significa per lei, in senso più ampio, tradurre e analizzare la letteratura tedesca nel suo complesso, un’intera tradizione che ha attraversato imperi, guerre e dittature restando fedele, in fondo, allo stesso gesto di nominare il reale?
A me interessa nello specifico il lavoro di traduzione e se c’è un’analisi che m’interessa è quella dei testi per comprenderne il valore in sé, non certo per incasellarli e renderli funzionali ad una “storia della letteratura”, tedesca o mondiale che sia. Per quanto ogni lingua sia chiamata di necessità ad interrogarsi sul proprio valore in quanto medium tra l’io parlante/scrivente e le “cose” (oggetti, sentimenti, desideri) tradurre e analizzare testi tedeschi dal valore assodato (siano essi poetici, narrativi o poetico-narrativi) significa fare i conti sempre con i prodotti di uomini e donne coinvolti in vario modo nelle correnti crisi di civiltà. Non a caso, perché permettendo la combinazione di sostantivi, aggettivi e verbi in modo libero (i cui frutti sono le cosiddette “parole composte” e i neologismi), la lingua tedesca è come fosse predisposta ad adeguarsi nel modo più celere possibile alle trasformazioni di ciò che per comodità chiamiamo “realtà”. In sintesi, usare il tedesco per narrare una crisi di civiltà ha significato e significa per tanti possedere uno strumento efficace per affrontare linguisticamente il già e il non ancora, ovvero il “vecchio” che sta rovinando, ma non lo è del tutto, e il “nuovo” che non è ancora e tuttavia già c’è. La scelta di raccogliere le recensioni di opere di ebrei integrati in contesti germanofoni non è certo motivata dall’intento di creare una sorta di “ghetto letterario”, piuttosto è per ricordare quanto rilevante sia stato, e dunque possa essere ancor oggi, il loro contributo specifico alla messa a fuoco delle domande impellenti, brucianti, che sottostanno alla diffusione di “stati di crisi”.
Tra i ventuno autori raccolti nel libro, ce n’è qualcuno che considera ancora oggi troppo poco letto in Italia, e che vorrebbe veder tradotto o riscoperto con più attenzione?
Direi Ernst Weiss, Egon Erwin Kisch, Friedrich Torberg e Gertrud Kolmar.
Lei accosta, nell’introduzione, crisi di civiltà diverse tra loro; dalla Vienna di fine Ottocento alle dittature del Novecento fino alla contemporaneità. Guardando al presente, c’è oggi qualcosa che le ricorda da vicino l’urgenza con cui questi autori sentivano il bisogno di riscrivere la lingua della propria epoca?
Ogni crisi di civiltà pone alla generazione che l’attraversa gli stessi quesiti, quelli essenziali: il senso della vita umana in relazione con il resto della natura e con la società, il valore della libertà, della conoscenza, la domanda intorno alla presenza o meno di un Dio, il rapporto tra scienza e potere. Posta l’urgenza di ridefinire il mondo, è vero, il compito per un poeta o un narratore (ma vale anche per il saggista, per lo scienziato, perché no, per il giornalista) è rigenerare la lingua, alla ricerca di una nuova corrispondenza con le “cose”, per dare nuova forma alle domande e alle risposte.
A proposito di urgenza oggi…userei anzitutto il plurale e rimarcherei il fatto che da quando sono stati resi fruibili da ciascuno gli strumenti di interconnessione digitale, la cui evoluzione è sempre più rapida e difficile da controllare, quella della “crisi di civiltà” è ormai una condizione permanente e globale, ovvero la stessa, in qualche modo omologata, in ogni contesto umano. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non potrà che essere lo strumento acceleratore e modellatore di un grandioso esperimento finalizzato alla creazione di un “uomo nuovo”.
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Apocalittico e messianico insieme; ogni nuova tecnologia, dal telegrafo al cinema, dalla radio alla televisione, si è vista attribuire un lessico simile. Le parole e i toni che si usavano nel primo Novecento sul cinematografo non sono troppo distanti da quelli usati oggi quando si parla di IA: una promessa-minaccia di una svolta epocale capace di rendere “condizione permanente” ciò che prima era solo latente. Il lavoro di Punzi, e degli autori che raccoglie, è prezioso. Non bastava accontentarsi di invocare la crisi, serviva scomporla, parola per parola, cercando la “misura sconosciuta” dentro l’incalcolabile, arrampicandosi sulla parete del linguaggio, tentando di afferrare l’inafferrabile.
Tommaso Filippucci
*In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1913