23 Settembre 2026

“Far perdere le proprie tracce”. Su Bobi Bazlen, l’uomo che ha scritto tutto

Quando entriamo nel sistema o mondo di uno scrittore abbiamo infinite possibilità di approfondimento. Pare scontato dirlo. Quando l’opera nella sua totalità non ci basta, ecco che subentrano le cosiddette questioni di metodo. Di uno scrittore abbiamo a disposizione autobiografie, diari, scritti perduti, poesie seppellite nel cassetto. Molte volte sono gli altri scrittori che ce ne parlano – un sistema che parla del sistema, una letteratura della letteratura. 

Abbiamo la storia, i rapporti di potere, i grandi eventi che attraversano lo spirito dei nostri scrittori senza che questi se ne rendano obbiettivamente conto. Nostro compito è quello di ripercorrere le tracce con lo sguardo lucido di chi si trova fuori. Ammesso e non concesso che l’opera come sistema autosufficiente nei riguardi del regolamento esterno della società non ci basti affatto, e che invece la necessità sia quella di comprenderne le strutture profonde – dunque ricercare fuori dall’opera i suoi significati e, in un certo senso, le sue giustificazioni. Insomma, possiamo decidere di andare alla periferia o al centro dell’autore, e, partendo da uno dei due punti, risalire o discendere in infinite direzioni. Ma le questioni sono troppe, forse infinite. Di un autore non avremo mai una visione onnisciente. Così, nella maggior parte dei casi, ci ritroviamo a porci quesiti prettamente causali: comprendere se un fattore – o variabile indipendente – ha provocato una qualsiasi sorta su un altro fattore – o variabile dipendente –, e da qui domandarsi – specialmente per gli scrittori del secolo scorso –, «Perché ha scritto questo?», «E perché lo ha scritto in questo modo?». Da qui il concetto di «concausa». Pensiamo a Gadda, Proust, Joyce: su di loro questo ragionamento trova un campo decisamente fertile. 

Per Roberto (o Bobi) Bazlen, la questione è essenzialmente rovesciata. Quando scopriamo di lui, è soltanto grazie ad altri scrittori che ce ne parlano. Potremmo parlare di un vero e proprio mito letterario. Daniele Del Giudice ha scritto un romanzo su questo tipo di ossessione (Lo stadio di Wimbledon, Einaudi, 1983): cercare Bazlen in giro per il mondo senza riuscire mai ad afferrarlo – trovarlo e cercare di comprenderlo soltanto attraverso il filtro di altre figure disposte a svolgere il ruolo di testimone, e comunque non afferrarlo mai. Il fulcro di Bazlen mi pare si trovi tutto qui: senza gli altri non è possibile intendere Bazlen, ci risulterebbe incomprensibile, regolato da meccanismi folli. La domanda che ossessiona Del Giudice è una ed è molto seria: «Perché non ha scritto», questo chiede, senza punto interrogativo, con schiettezza e un certo velo di angoscia. Com’è stato possibile? Lui che dei libri ha fatto una ragione di esistenza; come è stato possibile non pubblicare niente, non volersi immergere nella corsa frenetica e compulsiva del panorama letterario del suo tempo?

Roberto Calasso – il suo discepolo – scrive: 

«Bazlen taceva gli assiomi, trascurava le regole del gioco del pensiero, né affermò mai di volerle rispettare. Il suo rigore obbediva ad altri controlli». 

Ma la definizione – velata – di outsider non ci basta. L’outsider cerca un’altra linea, una terza strada, un punto di appiglio che non abbia referenze col mondo – qualunque sia quel mondo – convenzionalmente strutturato, e dunque ne crea uno tutto suo, materialmente tangibile. Invece Bazlen è un «uomo post-storico», impossibile rintracciarlo nelle sue origini storico-geografiche-culturali – impossibile individuarlo all’interno di un sistema costituito da egli stesso o da altri. Non è un outsider per il semplice fatto che non era suo interesse cercare un’alternativa. Non era un rivoluzionario – la sua saggezza lo portò a un profetico silenzio: creare movimento attraverso la voce degli altri, guidandola passo passo verso un ulteriore silenzio, quello subito successivo a una lunga digressione: 

«Occorre l’accortezza di chi sa far perdere le proprie tracce, di chi sa agitare ulteriormente il caos e, il giorno dopo, può ritirarsi in un ordine fatto di pochi elementi». 

Questi pochi elementi si traducono nella nozione di «Vuoto», che in Bazlen è il punto fondamentale. Il suo rigore «Obbediva ad altri controlli» e questi controlli avevano origine in «Un punto di vuoto che reggeva tutto». Solo partendo da questo assunto possiamo definire con maggiore chiarezza le linee inaccessibili e magmatiche del suo spirito «Centrifugo». 

Da dove ha origine questa costituzione? Il taoismo, mai esplicitamente professato da Bazlen eppure evidente sotto quasi tutti i punti di vista. Leggiamo: 

«Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità […] tornare alla propria radice si chiama tranquillità; ciò vuol dire deporre il proprio compito. Deporre il proprio compito è una legge costante». 

Bazlen, deponendo il proprio compito (ricordiamo la domanda fondamentale: perché non ha scritto) ha assunto in pieno le sue funzioni. Solo attraverso la «Famigliare circolazione fra gli opposti» si può intraprendere la «Via», che è quell’indefinibile humus umano che ha mille strade e nessuna da intraprendere, il vuoto e la completezza totale, la consapevolezza del Non-Essere come matrice originaria dell’Essere. 

Non è vero, come si legge in un articolo dedicato a Bazlen, che egli sia stato lo «Scrittore di nessun libro». Bazlen ha scritto tutto. Non lo ha fatto con i metodi che ordinariamente siamo soliti riconoscere. Ha scritto attraverso gli altri (inutile citare la sua creatura, Adelphi, e la scoperta di Svevo, per non parlare di Kafka, Böll, Jung, Freud) e con gli altri ha fatto della sua vita una letteratura e della letteratura la sua vita. Citiamo dai suoi scritti (usciti postumi per Adelphi): il progressivo lavoro che ha portato Bazlen a diventare uno dei misteriosi casi della letteratura del secolo scorso (una «Figura letteraria», come affermò De Benedetti parlando di Severino Ferrari) è riassumibile in questo breve appunto:

«Lo stretto necessario – via tutto ciò che non è essenziale fra Dio e lui». 

Certo è da intendere quale fosse il suo Dio. Noi crediamo sia stato il compimento di quel conclusivo ritirarsi «In un ordine fatto di pochi elementi».

Claudio Di Consoli

*In copertina: Roberto ‘Bobi’ Bazlen (1902-1965)

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