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Nessuno ha raccontato la malattia come Thomas Bernhard. “L’angoscia di morte li fortifica, eleva la spietatezza a principio, l’escluso, il candidato alla morte non ha niente da perdere”

Quando si è malati si ha come l’impressione di esserlo sempre stati. Quando si è malati, non solo ci vediamo tanto distanti dalla società dei sani, ma ci sembra addirittura di non poterne più fare parte, quasi che il nostro raffreddore fosse incurabile o che, una volta guariti, non sentissimo più l’ipocrita necessità di far parte di quella società. Ma per capire un malato non ci vuole un medico; ho l’impressione che gli amati Cechov e Bulgakov non saprebbero rendere davvero giustizia alla malattia. È per questo che dobbiamo affidarci a Thomas Bernhard, il quale ha davvero descritto i tratti disumani della malattia. Perché se l’uomo è solo, nella malattia lo è ancora di più, in modo più profondo, più tragico.

In quella autobiografia (parziale) intitolata Il freddo, il gelo è nei sentimenti, nella crudezza in cui scorre quella prosa senza capitoli, senza paragrafi, senza niente. Un racconto che in alcuni tratti tocca sommessamente punte scandalose. Perché tale è la morte, e la reclusione è la sua più concreta approssimazione. Essere rinchiuso nel sanatorio di Grafenhof a soli diciotto anni per una tubercolosi è soltanto il punto più alto di una piramide di morti. La morte del nonno materno, quella del padre mai conosciuto, l’imminente morte della madre costretta a letto. I pazienti del sanatorio, i cui volti secchi e pallidi si trasformano con naturalezza in manifesti funebri. Lo stesso Bernhard è costantemente appeso a un filo, fluttua su di una bolla di ossigeno e pare debba spegnersi da un momento all’altro. Quello di Bernhard è il regno dei morti. Non solo gli sconvolgimenti portati dalla guerra, ma soprattutto lo stato della sua famiglia, portano questo diciottenne a ritenersi più vicino alla morte che alla vita. Così, il “perverso mulino sanatorio macinasciagure” diventa la soglia da varcare per poter raggiungere il suo posticino che il destino pare avergli già prenotato al camposanto. Ormai malato dal destino apparentemente già segnato, incomincia a odiare tutto quel che è sano. “L’angoscia di morte li fortifica, eleva la spietatezza a principio, l’escluso, il candidato alla morte non ha niente da perdere”.

Ma qualcosa non torna. Gli altri malati lo guardano con diffidenza, i medici sembrano delusi dal suo apprendistato alla morte, Bernhard non sembra seguire l’ordine naturale delle cose, non sembra volersi staccare dal ramo d’autunno.

Comincia allora una lotta durissima, estenuante, fatta di dolore, di perdite, una lotta per la sopravvivenza, o potremmo dire per togliersi di dosso un marchio invisibile, il marchio del morituro. Nel sanatorio per tubercolotici, dove i ratti corrono liberi per i reparti, i malati sembrano dati già per morti. È per questa ragione che Bernhard diffida e prende in mano la sua malattia, combattendo una dura battaglia contro i malati, i medici e perfino contro la sua stessa famiglia. Dove tutto sta sprofondando, dove tutto diventa freddo, dove cessano i palpiti, la domanda su quale sia il senso della vita prende in Bernhard la connotazione più estrema: “Con quale diritto proprio io avrei dovuto cavarmela?”.

La ribellione, se così la possiamo chiamare, è silenziosa, pacata, di chi cerca di preservarsi in condizioni di avversità.  In un mondo cloaca, la vita vera non può che essere un flebile bagliore, e Bernhard ci aiuta a seguire quella luce tiepida, quasi impalpabile; ci aiuta a trovare una via di uscita dal nostro sanatorio con la calma esteriore di un monaco, mentre dentro di lui si agitano legioni di demoni.

Valerio Ragazzini

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