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“Saul Bellow vuole che celebriamo e abbracciamo la vita, che ostentiamo la nostra peculiare, selvaggia natura notturna…”

Terminato il college, negli anni Novanta, ho passato anni a pigliare qualsiasi lavoro che mi consentisse di pagarmi l’affitto: dormivo su un divano a noleggio, avevo i soldi per mangiare, per pagare la bolletta. A volte. Per un breve periodo, ho agitato un frullatore in una città universitaria. Un tizio mi disse che, lavorando lì, avrei potuto usufruire della biblioteca. La sera, passeggiavo tra scaffali di alluminio grigio, leggevo seduto sul pavimento, tornavo il giorno dopo. Negli anni della mia vasta giovinezza, ho pensato di diventare uno scrittore.

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Cercavo di educarmi, ecco. Cominciai con i titoli che mi parevano eccitanti: Schiavo d’amore, L’immoralista, Morte a Venezia. Ho letto Kafka perché mi dava l’idea di essere fuori moda e ho iniziato a considerarmi – pochi anni dopo la strada sporca dell’Oklahoma campagnolo in cui sono cresciuto – un intellettuale del continente. Quando ho preso un libro che s’intitola The Absurd Hero in American Fiction, pensai di imparare qualcosa sull’arte della scrittura. Non fu così. Ma conobbi l’immenso nulla esistenziale, le viscere selvagge di Saul Bellow.

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I primi due libri di Bellow sono corti, scritti negli anni Quaranta, certamente ‘assurdi’, visto che i protagonisti sono assediati da forze incomprensibili. L’uomo in bilico parla di un giovane in attesa di essere arruolato nella Seconda guerra; La vittima narra la storia di un personaggio molestato di un ragazzo a cui ha fatto distrattamente un torto, anni prima. Entrambi mostrano le qualità essenziali di Bellow: attenzione consapevole e creativa verso il linguaggio; interesse per la selvatica e sconclusionata vita interiore di un individuo; immenso cast di personaggi. Il terzo libro, Le avventure di Augie March, mostra compiutamente il ritmo dello stile di Bellow. La voce dello scrittore è di fragrante individualità: “Ora lo so, so che non era necessario mentire, infine lo pensavano tutti, Nonna Lausch soprattutto, uno di quei Machiavelli di quartiere di cui erano colmi i miei giovani anni”.

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C’è qualcosa di maniacale in Augie: Bellow vuole che celebriamo e abbracciamo la vita, che ostentiamo la nostra peculiare, selvaggia natura notturna. Questa volontà di svelare il caos interiore di un personaggio, lasciando che di quel caos si informi la storia, mi pare fondamentale. Mi pare ancora una necessità morale. Cresciuto nell’Oklahoma dove una chiacchiera ti mette al muro e una manciata di variopinti fanatici limitano la creatività di molti, Bellow mi ha marchiato indelebilmente. Nei suoi libri proliferano uomini dalle menti rumorose e amazzoniche, come la mia. Ci sono trame della mente, piuttosto che azioni.

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Una cosa che mi ha insegnato Bellow: modellare l’arco narrativo di un personaggio attraverso la variazione, lo sviluppo, l’amplificazione. Se un racconto permette di avvicinarci alla mente del protagonista (in prima o terza persona), possiamo aumentare la tensione lasciando che quel personaggio cada in una trappola della memoria, in una osservazione che ossessivamente torni, più tardi, ampliandosi. Nella mia testa, questa cosa funziona come il tema e la variazione nella musica, è uno schema che esplora i potenziali di qualcosa che non abbiamo sentito prima. Un esempio di questo metodo accade nel Dono di Humboldt. All’inizio Charlie Citrine ci dice qualcosa su un uomo arrabbiato con lui. Nel frattempo conosciamo diverse cose su Citrine, i suoi problemi, la sua città, il suo passato. Ogni tanto, quel problema annunciato al principio ritorna. Non una frase sembra sprecata: tutto è carico di una prosa energica, l’ossessione di una mente errante.

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D’altra parte, in Herzog il protagonista viene rivelato strato dopo strato, attraverso il perpetuo ritorno di temi che scavano nella sua vita. Un uomo di mezza età che perde la presa con il mondo (e scrive infinite lettere, mai inviate, ad amici e celebrità): Moses Herzog è uno dei personaggi più avvincenti della narrativa americana, eppure il romanzo non si limita a uno studio del controeroe. C’è movimento, azione, rivelazione di molteplici sogni e fallimenti.

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I suoi libri sono pieni di uomini, di uomini al centro delle cose. Bellow ci insegna, nel bene o nel male, come si scrive. Abitare con i personaggi ideati da Bellow, sconfinando nelle loro infinite opinioni e lamentele, è un modo per vivere con più presenza il nostro tempo.

Brian Castleberry

*L’ultimo libro di Brian Castleberry è “Nine Shiny Objects”; l’articolo è stato pubblicato in origine qui

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