“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
In un saggio dedicato a Hugo von Hofmannstahl e a Stefan George, Adorno scrisse: “A lei Hofmannstahl però con il suo alto senso per lo stile… deve pure essere parso assai gradevole il vedere questi uomini, che non sono mai stati al gioco…, uomini di un contegno così signorile come nella sua cerchia essi sono rappresentati, per esempio, dal nostro comune amico Andrian.”
Che cosa può significare essere, allo stesso tempo, il prodotto più squisito di una civiltà e il testimone del suo tramonto? Aristocratico per censo e temperamento, agente diplomatico, con discendenti ebrei, ma cattolico per tenace scelta, poeta folgorante a vent’anni e poi, per il resto della propria vita, un uomo che smette di scrivere. Leopold von Andrian condensa dentro la propria storia le contraddizioni irrisolte della Vienna del Fin de Siècle. La sua opera (in Italia esiste poco e nulla) è quella meno letta tra tutti i suoi grandi sodali, Hofmannsthal, George, Bahr; una recente edizione delle sue opere lo colloca come “forse il più originario rappresentante del primo simbolismo austriaco”: un oblio e un primato che una voce fioca vorrebbe, nel suo piccolo, restituire per intero.
“Solo chi cerca la bontà, troverà durevole bellezza.”
Leopold von Andrian
Leopold Reichsfreiherr Ferdinand von Andrian zu Werburg (1875-1951) incarna quella complessa figura dell’aristocratico mitteleuropeo segnato da un profondo e lacerante travaglio d’identità. Il lungo cognome è già indizio delle sue origini. Figlio dell’antropologo tirolese Ferdinand von Andrian e di Cäcilie Meyerbeer, a sua volta figlia del celebre compositore Giacomo Meyerbeer, nacque nel lusso garantito dall’eredità materna. Una quiete accantonata sin dall’infanzia, dopo la separazione dei genitori. Egli stesso arrivò a definire il proprio disorientamento interiore come il prodotto di una “rapida mescolanza di due razze molto avanzate”. Per compensare questa confusione originaria, accentuò con tenacia la propria appartenenza alla nobiltà tirolese e, soprattutto, al patriottismo austriaco.
La vocazione letteraria si manifestò precocissima e quasi aneddotica. A soli tredici anni Andrian pubblicò a Venezia un ciclo giovanile intitolato Hannibal; acerbo segnale di talento in attesa di maturazione. Educato al convitto dei Gesuiti di Kalksburg e poi allo Schottengymnasium di Vienna, negli anni Novanta dell’Ottocento entrò nel celebre circolo letterario Jung-Wien, creatosi attorno al Café Griensteidl, insieme a Hermann Bahr, Arthur Schnitzler e, dal 1893, Hugo von Hofmannsthal.
Il suo esordio pubblico risale al settembre 1893, quando Andrian si rivolse direttamente alla redazione del “Blätter für die Kunst”, la rivista che Stefan George dirigeva a Berlino, intrecciando dall’inverno di quell’anno una fitta corrispondenza con il redattore Carl August Klein. Fu su quelle pagine, nel 1894, che apparvero le sue prime liriche, tradotte per la prima volta in italiano a fine articolo. Dell’estate del 1894 resta una lettera del 10 agosto da Altaussee, in cui Andrian scriveva al miglior amico von Hofmannstahl: “Mio caro Hugo, davvero, la tua lettera e i tuoi versi mi hanno profondamente toccato e turbato”.
Il capolavoro assoluto della sua giovinezza resta Il giardino della conoscenza (1895), uscito in Italia per Cappelli editore nel 1978. È un’opera in prosa poetica considerata il manifesto dell’estetismo e del decadentismo viennese; nel raccomandarne la pubblicazione all’editore Fischer, Hermann Bahr la acclamò come “il miglior lavoro, a mio giudizio, che la modernità europea abbia finora prodotto, ineffabilmente profondo e bello”. Attraverso la figura del giovane principe Erwin, la narrazione si disloca attorno alla febbrile ricerca del senso dell’esistenza, risolta nell’alienazione, nel narcisismo e nel desiderio dell’Altro. L’opera stregò anche Stefan George, il quale nella raccolta Der Teppich des Lebensdedicò ad Andrian e Hofmannsthal i versi della poesia Den brüdern:
“Ché per questo vi amiamo troppo, o fratelli, per godere soltanto come gioco e suono in voi la labile bellezza stanca della tomba, in voi il tramonto ricco di colori.”
Ciononostante, dopo questa prova folgorante, Andrian smise di scrivere poesia. Un precoce silenzio causato da ipocondria, attacchi di nevrosi e dalla drammatica necessità di dissimulare la propria omosessualità. Il suo mutismo letterario costituì il reale specchio esistenziale che ispirò la crisi della lingua e dell’espressione descritta da Hofmannsthal nella celebre Lettera di Lord Chandos. Andrian, successivamente, tornò solo alla saggistica teorica e metafisica, dove rivendicò per sé e i propri maestri una tradizione linguistica faticosamente conquistata contro la mancanza di una vera lingua letteraria nazionale.
“I grandi poeti austriaci del diciannovesimo secolo, come Stifter o Hofmannsthal, scrivono una lingua che li contrassegna dinanzi a un lettore dotato di sentimento linguistico non solo come individui, ma anche come austriaci…”
Il rapporto con Hofmannsthal fu, fin dal principio, asimmetrico. Incontratisi nel 1893, quando Andrian aveva appena diciotto anni, Hofmannsthal ne riconobbe subito il talento lirico e non smise mai di spronarlo a scrivere; fin dagli esordi lo celebrò nella lirica Mit Handschuhen für Leopold Andrian:
“Cadrà un giorno su Andrian più gloria e dorato alloro di quanti mai ne abbiano riportati a casa le forti mani degli antenati…”
Ma nell’ombra del genio precocissimo dell’amico Hugo, già celebre a diciassette anni sotto lo pseudonimo di ‘Loris’, Andrian sviluppò un persistente complesso d’inferiorità che, insieme all’ipocondria e alla nevrosi, contribuì non poco alla sua incapacità di portare a termine i propri lavori; di fatto, di molte liriche di quegli anni non restano che frammenti, pubblicati postumi. Lo stesso Andrian avrebbe riconosciuto, con il tono apodittico che gli era proprio, che l’amico Hugo stimava, tra i suoi pari, “pochissimi tra gli autori della sua epoca”, una frase che, sotto l’ammirazione dichiarata, lascia intravedere quanto Andrian misurasse costantemente se stesso su quel metro.
Su questo legame pesa un capitolo anche più intimo, e a lungo taciuto: nella dinamica psicologica con l’amico, Andrian proiettò su Hofmannsthal l’ideale di un’umanità pura e compiuta; Hofmannsthal, cosciente delle inclinazioni del più giovane, conduceva una vita familiare borghese, e rispose con l’esortazione al rigore, all’ascesi, a un matrimonio convenzionale, nello spirito, del resto, della propria epoca. Andrian seguì quel consiglio solo tardi, sposandosi nel 1923; un’unione infelice, una facciata disperata.
Leopold von Andrian (1875-1951)
Un momento di frizione rivelatore si consumò nel 1902, quando Hofmannsthal pubblicò la Lettera di Lord Chandos, la sua celebre confessione di una crisi radicale del linguaggio e della possibilità stessa di dire il mondo. Andrian ne fu profondamente turbato: in una lettera del 18 novembre 1902 criticò la veste poetica scelta dall’amico. Di fatto, l’ambientazione nell’Inghilterra elisabettiana gli parve un travestimento; Hofmannsthal aveva trasposto in parole, e reso pubblico, quel mutismo interiore di cui Andrian soffriva nella vita reale. Pareva quasi che gli avesse sottratto il proprio dramma per trasformarlo in letteratura.
Il legame, nonostante questi squilibri, non si spezzò mai. Attraversò indenne il crollo dell’Impero asburgico nel 1918, vissuto con una comune, nostalgica fedeltà alla vecchia Austria, e che li spinse a elaborare insieme l’utopia della Mitteleuropa, bastione cattolico e sovranazionale contro il pangermanesimo e l’incalzare del totalitarismo nazista. Il tutto giunse a fine con la morte di Hofmannsthal, nel luglio 1929. Pochi mesi prima di morire, l’8 febbraio 1929, Hofmannsthal aveva scritto all’amico:
“Spesso e volentieri mi ha oppresso l’intuire quanto sia difficile la tua vita – così incomprensibilmente difficile […] per le tue meravigliose doti mediante le quali sei molto al di sopra di me sotto molti aspetti, e che io ammiro con il sentimento bellissimo di un amore ammirato…”
Da quel momento in poi, Andrian assunse su di sé il compito di custodire e amministrare l’eredità letteraria di quello che chiamava il suo “unico e migliore amico”.
Durante il periodo tra le due guerre, Andrian si attesterà su posizioni legittimiste, conservatrici e cattoliche, e con l’avvento del nazismo nel 1938 fuggirà prima in Francia e poi in Brasile. A Rio de Janeiro, il critico ed esule austro-brasiliano Otto Maria Carpeaux lo citerà su un quotidiano definendolo “il relativo ultimo rappresentante del simbolismo austriaco, il mio illustre amico barone von Andrian”. Rientrato in Europa dopo il secondo conflitto mondiale, si spense a Friburgo nel 1951.
Si potrebbe pensare a una specie di suicidio letterario, un’autosabotazione della propria vocazione, ma, di fatto, è più corretto definire Andrian come il paradosso che la sua intera esistenza mise in scena senza mai sciogliersi. Fu l’uomo che dedicò gli ultimi trentadue anni della propria vita a custodire l’eredità altrui, di una patria caduta, di un amico scomparso, dopo aver rinunciato, giovanissimo, a costruire compiutamente la propria. Il silenzio poetico e le nevrosi che seguirono Il giardino della conoscenza furono la forma più coerente che la sua intelligenza letteraria seppe darsi. Testimone insostituibile, interno, di una civiltà e di un’amicizia che assieme a lui cessarono davvero di avere chi le ricordasse dall’interno.
Tommaso Filippucci
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(Prime Poesie)
Ti ricordi come un tempo nel vento della sera gialle e nere le bandiere sventolavano incontro a noi, quando ubriachi di versi e del profumo del tardo giorno d’agosto, eravamo usciti,
nel paesaggio d’Austria, la nostra dote ricevuta da Dio, che comandò ai poeti d’amare l’anima del vituperato e tradito impero, come un bimbo devoto ama sua madre?
Quasi fanciulli, potevamo chiamarlo nostro, come l’imperatore, ciò che viveva in Austria invecchiando siamo poveri ora, poiché il nostro mondo è svanito.
A te però, poeta, fu dato di portare in similitudini l’eccesso d’incanto che la pervase verso terre lontane e giorni lontani.
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Il Venerdì Santo II
La mia patria, la mia Austria, Ancor sempre su tutte le mie strade? Non sei forse simile a quelle donne Che esitanti si coricano per dormire E, due volte belle poiché stanche e pallide, Muovono stranamente l’anima?
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Prima della Primavera
Io come colui che malato d’inverno giace E che poi, con l’occhio ardente e le gialle guance, In una giornata di primavera opprimente e mite È andato in città con passo vacillante.
È così estraneo al frastuono che lo circonda, Guarda le donne che gli son passate accanto, Con tanta nostalgia, come si guarda l’essere – Cosa sono per noi? – che in sogno ci avvolgeva.
E come nel in sogno sente un velo opaco E rigoglioso, tessersi intorno alle membra stanche, Come il profumo di un fiore sconosciuto Annusa la vita che un tempo conosceva.
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Perché non fioriscono più i fiori delle fiabe, E non guariscono i re che languono per i loro peccati, Se ancora in noi ardono gli antichi dolori?
—
Egli compra violette che ancora non profumano!
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Il diciottenne
Ancora non amavo, ma nei sogni del mattino Sentivo una carezza, incorporea, eppure grave Di misteriose, dolci figure di luce. – E i miei giorni eran stanchi e vuoti.
Solo talvolta sgorgava in me una lieve e seducente pioggia, Come quando in inverno usciamo sulla soglia E d’un tratto, inattese ed ebbre di vita, Ci avvolgono sconvolgendoci tiepide brezze,
Spesso desideravo cose, che mai avevo conosciuto, Per offrir loro la mia tenerezza, Terre straniere, tempi trascorsi Peccati, tormenti, dolori… la vita…
E questa vita sognata, incompresa Portava l’aroma, sfumatamente mite e luminoso, Dei giovani che ancora non avevano stretto una donna,
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Ancora non amavo.
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Il mattino più precoce
La luna impallidisce, un leggero vento si leva, Stanca si fa la luce delle stelle, Sull’umido suolo vaga la torbida luce Di un lampione a gas,
Laddove la polvere e il cerume della notte E il suo pianto infinitamente dolce, E le sue attrattive senza nome Paiono già morire dimenticati…
Le case tuttavia guardano allo sfiorito splendore Così come a dolori che non si comprendono, Esse hanno la notte morta Scossa via come un pesante mantello,
Mentre grandi e dolcemente sorridenti Si protendono nella fresca luce del mattino… Così ci si sveglia in viaggio, in terra straniera, Con curiosità, speranza e un po’ di desiderio,
E d’improvviso ci torna in mente l’ultima notte, Pare così lontana, quando eravamo insieme, Tutta la dolcezza del suo sorriso, E poi… il profumo di quei capelli!
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Un ricciolo
Ha lo stanco e dolce colore Dell’oro che ha perduto il suo splendore, Che nel mite grigio della cenere È rinato a nuova vita.
Il colore che così meravigliosamente Nell’occhio lega gli altri sensi, Poiché esso trova la morbidezza e il profumo Nel riflesso ormai sbiadito.
Mi pare come se tutto il suo fascino incorporeo Mi sorridesse da questo ricciolo. E poi – l’infinita tristezza Delle notti che solo e casto ho vegliato.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele (1890-1918)