21 Settembre 2026

La Tigre, il Coccodrillo, la Iena. Sia lode al Bestiario (ovvero: quando gli animali ci parlavano)

T.H. White – all’anagrafe: Terence Hanbury, per gli amici ‘Tim’ – è noto soprattutto per La spada nella roccia (“The Sword in the Stone”). Pubblicato nel 1938 da Collins, il libro che racconta la giovinezza di re Artù ebbe un successo straordinario: Disney lo tramutò nell’omonimo film animato, diretto da Wolfgang Reintherman. 

Nato a Bombay nel 1906 – il padre era un ufficiale di polizia –, White tornò in Inghilterra, la patria dei genitori, undicenne. Studiò al Queen’s College, Cambdrige: coniugò la passione per gli animali – amava i boschi, la pesca, le camminate in solitudine – con quella per il mito. Aveva cominciato, poco più che ventenne, con romanzi e racconti di fantascienza che profetizzavano la fine del nostro pianeta. Quando l’ispirazione cominciò a mugolare, prese in mano La Morte d’Arthur di Thomas Malory: capì di potersi insinuare in quella storia. Fu nella campagna irlandese, al riparo dalla Seconda guerra, che T.H. White cementò il suo ciclo arturiano: cinque tomi – l’ultimo, The Book of Merlyn, uscito postumo – sotto il titolo “The Once and Future King”. In molti dicono sia questo il suo capolavoro – pare che J.K. Rowling e Neil Gaiman vi abbiano attinto a piene mani per tinteggiare i loro fantastici mondi. Benché tradotto in Italia, precocemente e con un certo brio – Longanesi e Mondadori hanno pubblicato anche Ultima Lilliput, romanzo legato alle atmosfere di Swift –, al momento T. E. White è un paria. “Il ciclo completo del Re in eterno”, Il re che fu il re che sarà, è stato pubblicato da Mondadori nel 2021, è vero, ma di questa “tetralogia ormai divenuta un classico” – così il claim editoriale – non c’è più traccia, pare “attualmente non disponibile”. 

Una decina di anni fa, piuttosto, Adelphi ha tradotto il libro più eccentrico – e più bello, probabilmente – di T.H. White, L’astore (“The Goshawk”). Uscito in origine nel 1951, racconta il tentativo da parte dell’autore di addestrare un rapace. Tenerezza e comicità si fondono, il tono narrativo odora di primordi. 

White è morto nel gennaio del 1964, al Pireo. Stava tornando ad Alderney, l’isola della Manica dove si era ritirato dal 1946 a scrivere, da un ciclo di incontri. È sepolto ad Atene. Gli inglesi, rapaci nello spiare le vite altrui, dicono che White fosse omosessuale, afflitto dal vizio del bere – affari su cui non tutti concordano e che a noi, in fondo, poco importano. 

C’importa invece che nel 1954 T.H. White abbia tradotto un bestiario medievale. S’intitola A Book of Beasts, si tratta di un manoscritto latino del XII secolo, custodito presso la Cambridge University Library. La storia del manoscritto, in sé, vale il romanzo: “redatto con cura e bellezza”, fu donato a Cambridge nel 1655, proviene dall’abbazia di Revesby, Lincolnshire. White suppone che il manoscritto provenga dal Medio Oriente, abbia “viaggiato a lungo attraverso l’Europa, lungo miglia prive di strade sterrate, lungo il lento scorrere dei secoli, tra le mani di innumeri scribi e miniatori”. Il libro – in calce ne offriamo dei meri spunti – è bellissimo; l’Appendix di White – quaranta pagine, con folta bibliografie – è colta, brillante, necessaria (il tour tra leggende dissepolte e mostruosità in massa ha un unico rivale: Robert Graves). Più che gli animali-emblema – l’anfisbena, la fenice, l’unicorno, tra i tanti – sono gli animali autentici a sbalordire. Quando parla della volpe e della lince, del castoro e dell’antilope, il cronista mescola, secondo l’arte del tempo, scienza e teologia, filosofia morale e magia, Aristotele e San Paolo, Pitagora e la gnosi. Anzitutto, l’animale è amato per la sua forma, che sorprende – corazze, artigli, corna, ali –; per il suo talento tale da divenire simbolo. È l’uomo a conformarsi alla bestia, in effetti, mai il contrario, perché l’uomo, la creatura imperfetta, perfettibile, che deve perfezionarsi, è l’unico essere al mondo che può diventare ogni cosa, può imitare ogni forma, può evolvere come dissolversi. Esistono, così, uomini-coccodrillo e uomini-rapace, uomini-anfibio e uomini-pesce. 

La bestia possiede una sapienza originaria, è magica: l’urina della lince produce il lincurio, pietra dalle affilate doti curative; dagli escrementi del coccodrillo le prostitute ricavavano una crema per tenersi sempre giovani; nell’occhio della iena giace una pietra in grado di divinare il futuro, a patto di tenerla sotto la lingua. Non tutte le bestie vengono irreggimentate nel canone biblico, alcune, per eccezionalità, lo fuggono – il mondo è ancora pagano. Il bestiario – con le sue paraetimologie, lo splendore delle superstizioni, la capacità nello scrutare a fondo, la scrittura istoriata – va preferito ad altri reperti enciclopedici, aggiornati, scientificamente provati: dice la verità profonda dell’animale e il sistema simbolico a cui afferisce, dunque, ci squaderna, ci svela. Siamo nell’epoca del grande mosaico della cattedrale di Otranto: si credeva a ogni miracolo non per difetto di ragione, bensì, al contrario, per voluttà sapienziale, per sovrappiù di scienza. Siamo noi, delegati alla misura, al compitino, all’utile, i privi di senno, i privi di tutto: guardiamo un corvo senza riconoscerlo, fotografiamo un camoscio senza capire come si insinua nel nostro destino quella visione – né cosa ci dice l’animale, a cosa ci chiama. Perché tre cormorani volano sopra la nostra testa?; perché incontriamo più volte, a notte, la volpe?; perché lo scorpione sul soffitto? La più banale aritmetica del cosmo ci sfugge, quando non ci infastidisce. Ignoriamo il senso di maternità della tigre, la iena che sa imitare la voce umana, la gru, che un tempo ci fu madre. 

“Il bestiario è il libro della grande compassione. Le sue intimidazioni non ci fanno rabbrividire. Ama i cani – cosa tutt’altro che comune nell’Oriente da cui proviene –; è benevolo verso le api, lodate per la vita comunitaria, come quella degli antichi Sciti; mostra tenerezza verso il riccio di mare, cieco; soprattutto: nutre riverenza per lo stupore e loda il Creatore, Colui a cui, a quei tempi, era possibile credere in modo assoluto”. 

Così scrive T.E. White. Il processo ascetico è chiaro. Dalla compassione procede l’attenzione e la meraviglia da cui procede la devozione dunque la fede. Più vero, forse, è il procedere contrario: dalla fede alla pietà. Ma poco importa, ora. Soprattutto, il bestiario impone un rapporto creativo con il creato: esalta l’immaginario. È il mondo in cui ogni creatura è messianica, è segno, il modo in cui Dio appare che ci emoziona. Lasciamoci azzannare.  

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Il libro degli animali

Tigre

Tigris, la Tigre, prende questo nome per la rapace rapidità; Persiani, Medi e Greci dicevano tygris la freccia. La fiera si distingue per il manto a strisce, per il coraggio, per la mirabile velocità. Da questo animale prende il nome il Tigri, il più ripido dei fiumi. L’Ircania è la dimora in cui è più diffusa. 

Quando vede vuota la tana dei suoi cuccioli, la tigre si getta sulle tracce del ladro. Chi ha rubato il piccolo, pur cavalcando al galoppo, sa che sarà sopraffatto dalla velocità della tigre, sa che non ha possibilità di fuga. Per questo, ricorre a uno stratagemma. Quando capisce che la madre è vicina, getta a terra una sfera di vetro: la tigre, ingannata dalla propria immagine riflessa nel vetro, crede sia il suo cucciolo e si arresta. Dopo essersi attardata per via di tale vana illusione, ritornata in sé, si lancia nuovamente, con tutte le forze, all’inseguimento del cavaliere – issata dall’ira, la mira di raggiungerlo giungerà a felice esito. Il cavaliere inganna l’inseguitrice gettando una seconda sfera. Il ricordo del precedente inganno non ha limato le tenere premure della madre: la tigre si avvolge attorno al riflesso di sé, si sdraia sulla sfera, come per allattare il piccolo. Ingannata dallo zelo materno, così, perde tutto: il cucciolo e l’ansia di far vendetta. 

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Unicorno 

L’Unicorno – chiamato anche Rinoceronte dai Graci – ha questa natura. Piccolo, estremamente veloce, simile a un capro, ha un solo corno al centro del cranio: nessun cacciatore può catturarlo. Eppure, può essere intrappolato grazie a questo stratagemma. Si conduca una vergine nel luogo in cui la bestia ha tana, si permetta a lei sola di penetrare nel bosco. Non appena la scorge, l’unicorno balza sul suo grembo, vuole le sue carezze – così cade nella trappola. 

Nostro Signore Gesù Cristo è l’Unicorno spirituale. Di Lui è detto: “Fu amato come il Figlio degli Unicorni”. E nel Salmo: “Ha suscitato per noi il corno della salvezza dalla casa di Davide”. Il fatto che possieda un solo corno si spiega con quanto ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Inoltre, ha detto l’Apostolo: “Il capo di Cristo è Dio”. 

Si dice che sia velocissimo: né Principati né Potestà, né Troni né Dominazioni possono stargli appresso; l’Inferno non può conquistarlo, il più scaltro tra i diavoli non può competere con lui in malizia e sapienza. Egli solo, per volontà del Padre, è disceso nel grembo di una vergine per la nostra salvezza. 

È bestia di piccolo taglio a motivo dell’umiltà dell’incarnazione: “Imparate da me, mite e umile di cuore”. 

Paragonato al capro espiatorio, è figura del Salvatore che ha indossato la nostra carne peccatrice per vincere il peccato. 

L’Unicorno lotta spesso con gli elefanti: li sconfigge con agio, dopo avergli squarciato il ventre. 

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Iena 

L’animale chiamato Iena è solito vivere nei sepolcri e divorare i corpi dei morti. La sua natura è tale che un attimo è maschio l’attimo dopo è femmina, per questo è bestia immonda. 

Non può voltarsi se non ruotando completamente il corpo: la sua colonna vertebrale è rigida, composta in un unico blocco. Solino narra diverse meraviglie legate a questa bestia. Di notte, si aggira intorno agli ovili: ascolta con attenzione il parlottio dei pastori – è in grado di imitare la voce umana. Per attirare gli uomini e farne preda utilizza questo stratagemma: imita il rumore di un uomo che geme. Lacera tra i singulti il corpo dell’uomo che ha così attirato. Se i cani da caccia incrociano la sua ombra, mentre la inseguono, perdono la voce, non riescono più ad abbaiare. La iena scava tra le tombe alla ricerca dei cadaveri, che sono per lei una leccornia. 

Questa bestia possiede una pietra, nei recessi dell’occhio, che si chiama ‘iena’ anch’essa. Chi tiene sotto la lingua tale pietra si dice che sappia prevedere il futuro. Se una iena gira per tre volte intorno a un animale, questo rimane immobile. Per questo, si attribuiscono poteri magici alla iena. 

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Orso 

Ursus, l’Orso, si chiama così perché scolpisce la sua prole con la bocca (ore). Si dice infatti che queste creature producano feti informi, simili a un pezzo di polpa: è l’orsa che lo forgia, dando forma alle zampe e al resto, leccandoli. Questo succede per la precocità della nascita. Il feto nasce dopo trenta giorni, è creazione ancora frettolosa, muta. 

La testa dell’orso è fragile: la sua forza risiede nelle braccia e nei lombi, per questo motivo sanno issarsi in piedi. Sono buoni guaritori. Se afflitti da gravi mali o da ferite, si curano massaggiandosi con un’erba che i Greci chiamano Flomus [verbasco]. Un orso malato mangia formiche.

Gli orsi non fanno l’amore come gli altri quadrupedi, copulano come gli uomini. L’inverno esalta la loro lussuria. I maschi tengono separate le femmine gravide in apposite stanze, nella grotta. 

Quando attaccano i tori, sanno come ucciderli: mordono le narici, che sono la zona più sensibile di quella bestia. 

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Coccodrillo

Il Coccodrillo si chiama così per via del colore pari al croco o allo zafferano. Vive sulle rive del Nilo: animale anfibio, ha quattro zampe, è lungo generalmente trenta piedi, armato di denti e artigli spaventosi. La sua pelle è così dura che nessuno può ferirlo, nemmeno se gli si scagliano grosse pietre sul dorso. Di notte vive in acqua, di giorno sulla terraferma. 

Alcuni pesci dotati di una pinna dorsale simile a una sega, sanno ucciderli squarciandogli le parti molli del ventre. 

I suoi escrementi forniscono un unguento prezioso per le prostitute più vecchie: spalmandoselo sul corpo, spariscono le rughe, ritornano belle, finché il sudore prodotto dal loro dimenarsi non vanifica il prodigio. 

Gli ipocriti, i dissoluti, gli avidi condividono la natura di tali bestie – così i superbi, i lussuriosi e gli avari – benché si mostrino ligi nell’osservare la Legge per apparire santi agli occhi del prossimo. Come i coccodrilli, gli ipocriti conducono una vita dissoluta di notte, per sentirsi dire che vivono in modo santo e giusto di giorno. Pur consapevoli della propria malvagità, si battono il petto, imitano l’espiazione. Tuttavia, prima o poi mostrano la vera natura delle loro azioni. Come il coccodrillo muove le enormi mascelle, così costoro citano gli aurei esempi dei Padri, snocciolano precetti, ma nella condotta sono persone fameliche, fanno il contrario di ciò che predicano. 

*In copertina: un cavaliere distrae la tigre gettandogli una sfera di vetro, Northumberland Bestiary, XIII secolo

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