Sono un fastidio per Cristo
Sacro
Alessandro Deho'
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Mt 20,1-16)
*
“Come una piuma la mia anima
fluttua fra due finestre –
l’incertezza di Dio è il mio cammino,
la tua presenza è la mia imperfezione”.Non desidero altro; da: Nikola Madzirov, Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà, Crocetti, 2025
Nell’incertezza di Dio mi muovo, fluttuo, tra due finestre, spazio pericoloso ed esposto a opposte vertigini. I suoi pensieri non sono i miei, le sue vie non sono quelle che intravedo io: questa è l’incertezza che non mi permette di dimenticarmi di lui. Anima galleggiante tra atteggiamenti per me incomprensibili.
È un Dio giusto, perché ha pagato quanto pattuito. Ma ingiusto con chi ha sofferto la pesantezza del lavoro. E io lo so che è una parabola e conosco a memoria i discorsi sul genere letterario e sulla funzione “trappola” di queste parole e che sono lì esattamente per provocarmi. Ci riescono. Dio sfugge alla comprensione. Giusto e ingiusto insieme.
È un Dio misericordioso, è vero: esce instancabilmente a “salvare” gli uomini dall’abbandono di non essere chiamati, è rete che raccoglie pesci. Ma è anche terribilmente duro contro chi mormora, contro chi non capisce, contro chi si sente derubato. Paziente e spietato, insieme.
Parola che rendono le mie parole piuma che fluttua tra due finestre. E la Sua presenza mi rimanda solo la mia radicata imperfezione.
*
Ti porto foglie di ciclamino e peonie
nella stagione delle mele,
raccolgo resina da alberi feriti
fra le mie mani maldestre
Ma se “imperfezione” è la mia struttura profonda, se fluttua l’anima e non lo capisco, se mi sento così imperfetto, perché mi sono schierato ancora una volta con i chiamati della prima ora? In base a cosa mi sento uno degli operai che stanno lavorando dal mattino? E se fossi solo uno che in vigna ancora non ci è andato? Se mi stessi solo illudendo di essere tra i chiamati?
Se è così, raccolgo fiori fuori stagione, fuori tempo, quello che ho, quello che trovo, con urgenza d’amante sorpreso; mi chino sul mio passato e provo a prendere ciò che mi sembra fiorito nonostante me, qualcosa che gli somigli. Mi preparo al primo appuntamento implorando trasfigurazione a miseri fiori di campo. È il tempo delle mele e io spero d’essere trovato almeno innamorato.
Raccolgo resina d’alberi feriti. Raccolgo il profumo d’incenso di ciò che resta delle mie ferite. Dei miei lutti. Provo a cicatrizzarmi in Dio. Se fossi un servo della prima ora non avrei ferite. Perché Dio è la mia ferita. Sono ancora in attesa d’essere chiamato, così ti mostro la mia nostalgia di te.
Stimmate sono, di resina, le mie lacrime. Se Dio avesse la mia logica, io marcirei come foglia secca, implorando inutilmente ai piedi di radici inospitali.
Mani che consacrano, le mie, perché finalmente maldestre.
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ti offro i frutti di tutti i rami
che abbiamo spezzato
da bambini.
Se Dio non avesse la mia logica, non avrei frutti sugli alberi spezzati dalla mia colpa. Dalla non vita d’essermi nascosto. Perché sapevo, in verità, che tu camminavi il terrestre paradiso in cerca d’Adamo, e io mi nascondevo, e forse ancora mi nascondo, sotto cumuli d’alberi spezzati dalla mia terribile illusione di bastare a me stesso.
Perché, stupido, credevo e forse ancora credo che lavorare nella tua vigna sia assumere ruoli, promesse e regole. Obbedire a leggi fatte dall’uomo. Tarpare ali. Sacrificarsi.
Ancora spezzo rami, come un ragazzino senza senno, ma con la stupida correttezza dei vecchi, galateo senz’anima. E tu, incomprensibile Amore, a far fiorire le macerie con sprezzante misericordia. Sono invidioso della tua bontà. Come la serpe di Genesi.
*
Desidero che al posto del tuo scudo
ci sia un velo di luce
Dietro lo scudo proteggi l’indispensabile Alterità. Ma se io sono solo un operaio dell’ultima ora, quello scudo illumina l’esistenza intera. O forse sono operaio di tutte le ore. Sono quello che è arrivato all’inizio convinto d’averti sedotto. Sono il mediocre arrivato non presto, non tardi. Sono quello dell’ultimo minuto, sono il non ancora deciso alla vigna. Sono tutti. In attesa di implorare che solo sotto il tuo scudo luminoso io possa finalmente trovare ciò che sono: immagine e somiglianza.
*
e che mentre il mondo intero
si raffredda tu nasconda la tua assenza
dietro al vapore del tè.
Vertiginoso,
incomprensibile,
quotidiano.
Come vapore di tè. Sei seduto nella mia cucina, fai vigna nelle mie povere cose e nella ridicola mia pretesa di partorire parole buone.
Mi tieni al caldo. Sei tepore e terrore.
Solo una parabola poteva portarti così vicino e così lontano.
*
Desidero che il tuo cuore batta
liberamente dietro le barre della gabbia toracica.
Forse questa, alla fine, è la vigna. La gabbia toracica. Qualcosa che imprigiona e che protegge insieme. Forse questa è la vigna: non ne siamo mai stati fuori, sarebbe stato come morire. Solo occorreva imparare la libertà dell’amore, che è fatto di legami. Paradosso inestricabile.
Forse la vigna non è altro, ancora una volta, che simbolo di passione. Vendemmia, torchio, attesa e il vino in sangue. Siamo liberi solo nella frantumazione dell’acino.
E solo così il cuore batte. Fermenta. Vive.
*
Non desidero altro.
Può esserci preghiera più perfetta?
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
*
Non desidero altro
Come una piuma la mia anima
fluttua fra due finestre –
l’incertezza di Dio è il mio cammino,
la tua presenza è la mia imperfezione.
Ti porto foglie di ciclamino e peonie
nella stagione delle mele,
raccolgo resina da alberi feriti
fra le mie mani maldestre,
ti offro i frutti di tutti i rami
che abbiamo spezzato
da bambini.
Desidero che al posto del tuo scudo
ci sia un velo di luce;
e che mentre il mondo intero
si raffredda tu nasconda la tua assenza
dietro al vapore del tè.
Desidero che il tuo cuore batta
liberamente dietro le barre della gabbia toracica.
Non desidero altro.
Nikola Madzirov
*In copertina: Albrecht Dürer, Ala di ghiandaia marina europea, 1512