04 Settembre 2026

“Osservare, pensare, amare”. Piero Chiara, il reazionario della bellezza

C’è uno strano malinteso che avvolge la figura di Piero Chiara (1913-1986), ed è la comoda gabbia nella quale una critica un po’ pigra e molto incline ai diktat scolastici ha preteso di stiparlo: quella del narratore «di provincia», amabile affabulatore da circolo cittadino, cantore un po’ sonnolento delle paturnie lacustri, dei pretini d’ordinanza e dei libertini da mezza cartuccia col cappello sulle ventitré. Nulla di più falso. Perché Chiara, a ben guardarlo con l’occhio lungo che si deve ai classici eccentrici – quelli che non frequentavano le parrocchie giuste né i salotti romani dove si barattavano recensioni con stipendi editoriali –, era semmai un impeccabile entomologo della morale, un lucidissimo reazionario della bellezza, o meglio ancora un viaggiatore «sensoriale» dotato di un fiuto infallibile per la catastrofe. Uno di quegli spiriti affilati che sapevano perfettamente come il provincialismo autentico non risieda a Luino o tra i boschi della Valcuvia, bensì nell’ottusità burocratica delle metropoli e nelle frenesie insensate di una modernità sgrammaticata, volgare, sguaiata. 

Ce lo ricorda, con la forza d’un pugno ben assestato, sbattuto sul tavolo di noce di un’osteria strapaesana, il volume appena giunto in libreria, curato da Francesca Boldrini, con i saggi di Michele Brambilla, Tiziana Zanetti e Giuseppe Battarino: Carissima Italia che stai scomparendo (Aragno, 2026). Un titolo che suona come una lettera d’amore disperata e insieme una sentenza di condanna senza appello, dentro cui si affollano gli scritti che lo scrittore luinese consegnò, tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta, a riviste e terze pagine di quotidiani: dal Corriere della Sera al Giornale, dalla Gazzetta del Popolo Qui Touring, passando per EpocaGente e La Prealpina. Mentre i cantori del «miracolo economico» intonavano i loro peana alla betoniera, al tubo di scappamento e alla cementificazione; mentre il turismo di massa cominciava a trasformare la riva dei laghi in una spianata di orribili edifici condominiali con balcone in alluminio anodizzato, Chiara batteva la grancassa d’un ambientalismo ante litteram, viscerale e dolorosamente fisico, tanto etico quanto estetico. Ancora capace di distinguere i concetti di natura e paesaggio, quest’ultimo inteso quale risultato dell’intervento umano sulla selvaggia e disordinata realtà circostante. 

In un pezzo straordinario contenuto nella raccolta, dal titolo Il mio paese e il mio lago, Chiara rievoca la sua infanzia e sbotta con quell’eleganza ironica e tagliente che era la sua cifra inimitabile: «Care dolci acque non vi riconosco più: qui è finito il sogno della mia infanzia». Non era nostalgia d’accatto, non era il capriccio del vegliardo che rimpiange la carrozza a cavalli; era la certezza, per altro condivisa dagli amati compagni di strada Guido Ceronetti e Giuseppe Prezzolini (stessa razza e medesimo sguardo sulle cose), che l’Italia stesse commettendo un suicidio spirituale e paesaggistico. Ceronetti stesso, in Un viaggio in Italia (forse il più ispirato dei libri di viaggio dedicati al nostro paese) sbotterà tempo dopo con la celebre invettiva: «L’Italia non la troverò più, ma so viaggiare nell’invisibile dove la ritroverò». Chiara, da uomo piantato sulla terra e con i piedi ben saldi nel fango luinese, rifiuta l’invisibile: lui l’Italia la vuole toccare, la vuole annusare, ne vuole sentire il profumo di tabacco Brissago che arriva dalla sponda svizzera. La sua è un’esperienza proustiana, una mémoire involontaire fatta di luci, rumori, grida di pescatori nel rione di Luino destinato al «risanamento» (ovvero alla “speculazione edilizia”), odori portati dal vento di tramontana. 

Quando Chiara scrive che «ci sono luoghi che si conoscono attraverso la storia, l’arte e l’archeologia, altri che si capiscono dall’aria che li circonda», stabilisce una rigida equazione: distruggere quell’aria significa uccidere la memoria collettiva. Ma dove la sua penna si fa ancora più spietata e irresistibile è quando si inoltra nei territori scoscesi dell’arte e dei beni culturali. Pagina dopo pagina, emerge l’immagine d’un uomo che detestava gli accademismi tromboni quanto l’incuria degli uffici tecnici. Si leggano le sue considerazioni sul restauro, dove la battuta diventa una lama d’acciaio pronta a squarciare il velo dell’ipocrisia: gli era insopportabile l’idea del monumento «imbalsamato», trasformato in un «vecchio venerando, vestito alla marinara, coi calzoncini corti, la frangetta sulla fronte e un giocattolo in mano». Per Chiara, i restauri moderni, eseguiti da burocrati senz’anima o da sedicenti tecnici col pallino dell’innovazione, non erano altro che tentativi grotteschi di ridare la verginità a ciò che il tempo aveva nobilmente consumato. 

«Certi restauri contemporanei di donne e uomini che risultano addirittura irriconoscibili: quanto ci azzecca il titolo I nuovi mostri dell’approfondimento televisivo sul tema! […] La chiesetta della Madonna del Soccorso pare oggi alle soglie del disfacimento come uno di quei castelletti di zucchero che si tolgono dalle torte nuziali e si serbano per ricordo in fondo a un cassetto, dove in pochi anni si sfarinano e diventano polvere».

La metafora, in tal senso, è folgorante: il patrimonio culturale ridotto a un castelletto di zucchero, una decorazione nuziale dimenticata in un cassetto. O, peggio ancora, la vicenda surreale della pala del 1546 di Gaudenzio Ferrari, uno dei meno noti e celebrati protagonisti del Rinascimento, con quel «quadratino di pittura che si è staccato, proprio sulla bocca del cavallo, lasciando in vista uno spazio bianco come il latte, che dev’essere la gessatura di fondo della tavola». Di fronte a queste scelleratezze, Chiara non si limita al pianto: scrive ai ministri, tempesta i soprintendenti, ingaggia duelli verbali con le autorità competenti, denunciando con amara certezza che «in fondo si tratta di un cavallo dipinto», e dunque a chi volete che importi. 

Si direbbe dunque che Piero Chiara fosse un Don Chisciotte solitario intento a combattere contro i mulini a vento della burocrazia ministeriale. E invece no: perché il romanziere di Luino conosceva il potere della parola e sapeva trasformare la battuta di spirito in azione politica. Non è un caso che quando nel gennaio 1975 venne istituito il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – nato dall’intuizione di Giovanni Spadolini, il quale scriveva sul Corriere che «lo Stato non conosce, diciamolo francamente, i tesori di cui dispone» –, tra il ministro e il bardo del Lago Maggiore vi fosse una sintonia d’intenti e di profonda stima reciproca. Fu proprio Chiara a volere e accompagnare Spadolini, primo Ministro in carica, all’inaugurazione della grande mostra luinese del 1975 dedicata a Bernardino Luini. Per Chiara, la tutela non era una formula astratta da giuristi (anche se, come ricorda Giuseppe Battarino, la trama costituzionale dell’articolo 9 trova nelle battaglie di Chiara il proprio inveramento). La tutela era un atto d’amore e di civiltà attiva. Come amava ricordare citando la Costituzione e le successive riflessioni di Cesare Brandi (il “tecnico dagli infiniti scrupoli”), l’opera d’arte non è una proprietà privata né un semplice bene economico da mettere a reddito per spennare e mortificare i turisti; è un prestito che la storia ci ha concesso e che noi abbiamo il dovere morale di restituire alle generazioni future senza troppe ditate. 

La prosa di Chiara in queste pagine di denuncia sociale e civile possiede la grazia leggera e micidiale del duello di scherma. Evitando il tono cattedratico del professore universitario, c’è la concretezza del provinciale illustre che ha visto il mondo – dalle escursioni tra i boschi della Valcuvia alle passeggiate solitarie a Portofino, fino ai viaggi in Campania e ad Ischia – e che torna a Luino per misurare la temperatura del mondo. Quando protesta contro la costruzione di una strada incontrollata a Portofino o quando lancia l’allarme per il disboscamento e la vendita a lotti delle grandi ville patrizie (come la comasca Villa Crivelli), Chiara ci avverte che ogni metro di terra svenduto al cemento è un pezzo della nostra anima collettiva che viene depennato dal registro dei beni inalienabili. Si parlava poc’anzi di Prezzolini, che intitolò un suo celebre saggio L’Italia finisce, ecco quel che resta. Ebbene, Chiara sembra rispondergli a distanza, muovendosi sullo stesso margine etico: la questione del paesaggio è innanzitutto una «questione morale». Senza la percezione del bello, senza la cura amorevole delle pietre antiche e degli alberi secolari, un Paese si riduce a un’accozzaglia di individui guidati solo «dalla bramosia di denaro, dal potere, dall’avidità, dall’ignoranza, dalla superficialità». 

Parole scritte decenni fa e stampate sulla carta dei giornali con la prescienza drammatica dei veri profeti. Rileggerle oggi, a distanza di molto tempo, non è un esercizio di archeologia letteraria né un omaggio doveroso al celebre autore de La stanza del vescovo La spartizione. È una scarica di corrente elettrica per i nostri tempi addormentati nel confortevole degrado del turismo di massa e della gentrificazione selvaggia. Come sottolinea Michele Brambilla nella sua introduzione, l’opera di Chiara ci dimostra come il vero intellettuale non sia quello che pontifica dalle torri d’avorio, ma colui che sa guardare fuori dalla finestra della propria stanza e indignarsi per un pino abbattuto o per un affresco lavorato male. Chiara ha salvato Luino e la sua provincia non trasformandole in un museo delle cere, ma restituendoci nelle sue pagine la fragilità immortale di un paesaggio e di una civiltà. Tra le pieghe di questi articoli, vibra la certezza che l’arte e la natura siano l’unica vera moneta forte che ci resta da spendere di fronte all’avanzare della moderna barbarie. Una moneta che Piero Chiara ha continuato a maneggiare fino all’ultimo, con l’eleganza di un signore che, vedendo la casa bruciare, non rinuncia a criticare il cattivo gusto imperante. Con la speranza che «tornare a fare ciò che non siamo più abituati a fare: osservare, pensare, riflettere, amare», salvi la bellezza di un mondo, il suo di allora e il nostro di oggi, mai così brutto.

Alberto Scuderi

Gruppo MAGOG