10 Settembre 2026

“Per mordere il sole”. La poesia sapienziale di René Char

Credo che il ripudio sia una delle azioni del poeta. 

Ripudiare ciò che si è scritto, respingere – cioè: non farsi ingabbiare in uno stilema, non farsi predare da un aggettivo. Non più tua, l’opera sfida il poeta: spesso, lo vince. Il poeta vuole svincolarsi dall’opera per continuare a essere poeta – i libri non sono figli, sono Giuda, piuttosto.

Ripudiare: permettersi la fuga, permettere al libro di rifulgere.  

Secondo i critici, Le Marteau sans maître – potremmo dire: “Martello senza maestro” –, stampato nel 1934 in cinquecento copie da José Corti – di cui venti su carta olandese Van Gelder con puntasecca di Kandinsky –, testimonia il periodo surrealista di René Char. Il poeta, ventisettenne, tutt’altro che ‘Capitaine Alexandre’, fisico da rugbista, si era imbarcato nella gang di Breton tramite Paul Éluard: ai suoi occhi – come dargli torto – tutto ciò che scriveva René era ammantato dal genio. Insieme, a Parigi, si diedero a una vita da briganti dell’arte: condividevano botte – durante un’epica rissa, al ‘Maldoror’, Char fu accoltellato all’inguine – e belle donne (‘Nusch’: prostituta, chiromante, donna di labirintica bellezza, finirà per sposare Éluard). Tra i Surrealisti – per cui scrisse qualche articolo, su “La Révolution surréaliste” e poi per “Le Surréalisme au service de la révolution” – René Char stava con il brio del neofita e dell’eretico: alla “scrittura automatica” preferiva “lo scritto coscientemente elaborato”; alle abluzioni in Sade sostituiva lo studio di Rimbaud e di Lautréamont; scoprì in quegli anni i Presocratici e gli alchimisti. Anche per questo Le Marteau sans maître è un libro importante: le brevi lasse, i sortilegi verbali rimandano a Eraclito più che al nonsense, anelano alla sapienza prima che al nulla. 

Il libro, appunto – spesso ai margini della bibliografia di Char, perché non sta (come il resto dell’opera del grande poeta francese) nei circuiti della poesia ‘resistenziale’ –, pur per pochi, piacque: nel 1954 Pierre Boulez ne ricavò un’opera musicale; ristampato più volte, fu più volte commentato da Char. Il poeta – in una testimonianza raccolta da Paul Veyne: René Char en ses poèmes, Gallimard, 1990 – disse di essersi “avvicinato al surrealismo senza mai aderire alla pratica o al metodo surrealista”. Disse di essere stato surrealista senza conoscere il surrealismo: “Quando scrissi Arsenal avevo diciassette anni, ignoravo l’esistenza del surrealismo”. La gita tra Breton & Co. fu, più che altro, esistenziale, mediata dall’amicizia di Éluard. 

Poeta guerriero – cioè: poco avvezzo al livore, all’invidia, ai neri lasciti degli untori – Char non bistrattò Breton: mollò tutti, con eleganza, nel 1934. Scrisse ad Artaud che “Il surrealismo muore per l’imbecille settarismo dei suoi adepti”; scrisse a Benjamin Péret di “aver acquisito la libertà senza sentire il bisogno di sputare su ciò che per cinque anni è stato il mio mondo”. Di Le Marteau sans maître – tornato in auge di recente sempre per José Corti – scrisse, nell’intro all’edizione del 1945, che era “l’esperienza allucinata di un uomo alleato al Male, di un uomo massacrato e pur tuttavia vittorioso”; scrisse di “un primo raggio che esita tra l’imprecazione del supplice e il magnifico amore”. Tentato dal ripudio, Char optò per la rapina: il raggio che tramite la lente sfocia in incendio e imita, in proporzioni limitrofe alla risata, il sole. Il poeta non aveva timore dei retaggi dovuti al frainteso, delle infiltrazioni dell’infatuato, della guerra aperta. Ingaggiò con se stesso una razzia: “Il poeta uccide il suo modello”, conclude uno dei poemetti aurorali, Artine

In una lettera a Breton, è il 1947, il poeta rimarca la sua arrendevolezza alle forze dell’essere, al destino come gimkana più che come giogo: “Dove sono oggi? Non lo so… nondimeno, io difendo, con ogni energia, il mio diritto di affermarmi come prodigio… il mio ruolo più certo è l’assenza. Sono a malapena presente se non tramite l’amore, l’insubordinazione, il riparo della memoria. Non c’è letteratura in questa confessione. Nessuna ambiguità. Nessun dandismo”.  Ormai sono altri anni, sembra passato un millennio, un Gilgamesh in cocchio dai fasti dei Trenta; l’anno prima, Gallimard aveva stampato Feuillets d’Hypnos, un libro capitale e primordiale. Char, ormai eroe omerico, era in amicizia con Albert Camus, era affascinato dalla filosofia di Heidegger. 

Il poeta, con forza equivalente, prendeva le distanze “dall’hitlerismo” come “dalla propaganda poliziesca comunista”. L’amore, somma insubordinazione al tempo – il ripudio, prima di tutto, di se stessi, con ferma tenerezza. Da lì, dall’aldilà della letteratura, oltre ogni umana finzione, comincia l’opera, la via.

*** 

La torcia prodigio

Il recinto in quarantena brucia
gli passa davanti
nuvola di resistenza
nuvola delle caverne
icona di ipnosi.

*

Transfuga/trasfusione

Sangue liberato:
il meteorite nella veranda
respira come una pianta.

Lo spirito del castello
è il ponte levatoio. 

*

Lievito barbaro

La bocca canta 
nel collare di ferro
come a scuola quando
la prima testa cade. 

*

Dieresi del potatore

Il sole imita il pavone sul muro
invece di viaggiare sul dorso di un albero. 

*

Robuste meteore

Nel bosco, ascolti il brulichio del verme
la crisalide che si volta con un volto chiaro
la sua naturale leggerezza.

Gli uomini hanno fame
di carni segrete, di cose crudeli 
levatevi bestie del massacro
per mordere il sole. 

*

Orizzonte meraviglia

I grandi sentieri
dormono all’ombra delle sue mani

Marcia verso il tormento
domani
come una scia di polvere.

*

La lezione severa

L’iliaco salto è compiuto
l’attrarre sborda dal fantasticare
magnete immerso di tenerezza è una leva morta
tornei infantili
tumulati nella rovina notturna
allo spiraglio del respiro

Materna era l’aria
ne sortirono radici

Un piccolo numero
alla tacca del giorno
numero uno nella prima classe
quell’amore che si forma dalla stella degli inferi
di un sangue mai sentito. 

*

Singolare

Dopo tre parole non dice più nulla
mangia a sazietà e ancora di più 
alta è la stima conferita ai suoi stracci

Nomade che si adagia sulla mia bocca
volume d’etere come una passione
delirio meridiano e a mezzanotte è feconda nel coma
di un amore arbitrario
il luogo prediletto per l’ossigeno.

*

Mirabile casa e presentimento

Ascolto il suono delle mie gambe
il morto mare, marea sopra la testa

Bambino, selvaggio lungomare
Uomo, illusione imitata

Occhi puri nel bosco
cerco nel pianto il cranio abitabile. 

*

Rosa violenta

Occhio in trance muto specchio
mi avvicino per allontanarmi
abbracciato al crinale

Testa a testa tutto dimentico
fino al colpo di spalla in pieno cuore
la rosa violenta
degli amanti il nulla e la trascendenza.

*

Ecco

Ecco l’enciclopedista dei ricordi
chi vaporizza le pozzanghere in miniatura
avvolto da lenzuola fumanti
stella rosa e rosa bianca

O carezze sapiente, o labbra levriere, inutili!

*

Sosia

Animale 
usa la pietra 
cancella la mia lunga pelliccia 

Uomo 
non oso usare
la pietra che ti adombra

Animale 
gratta con le tue unghie
questa carne dalla scorza rude

Uomo 
mi terrorizza il fuoco
che diparte ovunque sei

Animale 
tu parli
come un uomo

Non fraintendermi
non vedo il fondo della tua miseria. 

*

L’amore

Essere 
il primo venuto. 

*

Seghettata 

Bagnante, dimenticami in mare
perché deliro della calma la folla.

*

I polmoni

L’apparizione dell’arma da fuoco
e riconoscerne il ventre

René Char

Gruppo MAGOG