“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Credo che il ripudio sia una delle azioni del poeta.
Ripudiare ciò che si è scritto, respingere – cioè: non farsi ingabbiare in uno stilema, non farsi predare da un aggettivo. Non più tua, l’opera sfida il poeta: spesso, lo vince. Il poeta vuole svincolarsi dall’opera per continuare a essere poeta – i libri non sono figli, sono Giuda, piuttosto.
Ripudiare: permettersi la fuga, permettere al libro di rifulgere.
Secondo i critici, Le Marteau sans maître – potremmo dire: “Martello senza maestro” –, stampato nel 1934 in cinquecento copie da José Corti – di cui venti su carta olandese Van Gelder con puntasecca di Kandinsky –, testimonia il periodo surrealista di René Char. Il poeta, ventisettenne, tutt’altro che ‘Capitaine Alexandre’, fisico da rugbista, si era imbarcato nella gang di Breton tramite Paul Éluard: ai suoi occhi – come dargli torto – tutto ciò che scriveva René era ammantato dal genio. Insieme, a Parigi, si diedero a una vita da briganti dell’arte: condividevano botte – durante un’epica rissa, al ‘Maldoror’, Char fu accoltellato all’inguine – e belle donne (‘Nusch’: prostituta, chiromante, donna di labirintica bellezza, finirà per sposare Éluard). Tra i Surrealisti – per cui scrisse qualche articolo, su “La Révolution surréaliste” e poi per “Le Surréalisme au service de la révolution” – René Char stava con il brio del neofita e dell’eretico: alla “scrittura automatica” preferiva “lo scritto coscientemente elaborato”; alle abluzioni in Sade sostituiva lo studio di Rimbaud e di Lautréamont; scoprì in quegli anni i Presocratici e gli alchimisti. Anche per questo Le Marteau sans maître è un libro importante: le brevi lasse, i sortilegi verbali rimandano a Eraclito più che al nonsense, anelano alla sapienza prima che al nulla.
Il libro, appunto – spesso ai margini della bibliografia di Char, perché non sta (come il resto dell’opera del grande poeta francese) nei circuiti della poesia ‘resistenziale’ –, pur per pochi, piacque: nel 1954 Pierre Boulez ne ricavò un’opera musicale; ristampato più volte, fu più volte commentato da Char. Il poeta – in una testimonianza raccolta da Paul Veyne: René Char en ses poèmes, Gallimard, 1990 – disse di essersi “avvicinato al surrealismo senza mai aderire alla pratica o al metodo surrealista”. Disse di essere stato surrealista senza conoscere il surrealismo: “Quando scrissi Arsenal avevo diciassette anni, ignoravo l’esistenza del surrealismo”. La gita tra Breton & Co. fu, più che altro, esistenziale, mediata dall’amicizia di Éluard.
Poeta guerriero – cioè: poco avvezzo al livore, all’invidia, ai neri lasciti degli untori – Char non bistrattò Breton: mollò tutti, con eleganza, nel 1934. Scrisse ad Artaud che “Il surrealismo muore per l’imbecille settarismo dei suoi adepti”; scrisse a Benjamin Péret di “aver acquisito la libertà senza sentire il bisogno di sputare su ciò che per cinque anni è stato il mio mondo”. Di Le Marteau sans maître – tornato in auge di recente sempre per José Corti– scrisse, nell’intro all’edizione del 1945, che era “l’esperienza allucinata di un uomo alleato al Male, di un uomo massacrato e pur tuttavia vittorioso”; scrisse di “un primo raggio che esita tra l’imprecazione del supplice e il magnifico amore”. Tentato dal ripudio, Char optò per la rapina: il raggio che tramite la lente sfocia in incendio e imita, in proporzioni limitrofe alla risata, il sole. Il poeta non aveva timore dei retaggi dovuti al frainteso, delle infiltrazioni dell’infatuato, della guerra aperta. Ingaggiò con se stesso una razzia: “Il poeta uccide il suo modello”, conclude uno dei poemetti aurorali, Artine.
In una lettera a Breton, è il 1947, il poeta rimarca la sua arrendevolezza alle forze dell’essere, al destino come gimkana più che come giogo: “Dove sono oggi? Non lo so… nondimeno, io difendo, con ogni energia, il mio diritto di affermarmi come prodigio… il mio ruolo più certo è l’assenza. Sono a malapena presente se non tramite l’amore, l’insubordinazione, il riparo della memoria. Non c’è letteratura in questa confessione. Nessuna ambiguità. Nessun dandismo”. Ormai sono altri anni, sembra passato un millennio, un Gilgamesh in cocchio dai fasti dei Trenta; l’anno prima, Gallimard aveva stampato Feuillets d’Hypnos, un libro capitale e primordiale. Char, ormai eroe omerico, era in amicizia con Albert Camus, era affascinato dalla filosofia di Heidegger.
Il poeta, con forza equivalente, prendeva le distanze “dall’hitlerismo” come “dalla propaganda poliziesca comunista”. L’amore, somma insubordinazione al tempo – il ripudio, prima di tutto, di se stessi, con ferma tenerezza. Da lì, dall’aldilà della letteratura, oltre ogni umana finzione, comincia l’opera, la via.
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La torcia prodigio
Il recinto in quarantena brucia gli passa davanti nuvola di resistenza nuvola delle caverne icona di ipnosi.
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Transfuga/trasfusione
Sangue liberato: il meteorite nella veranda respira come una pianta.
Lo spirito del castello è il ponte levatoio.
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Lievito barbaro
La bocca canta nel collare di ferro come a scuola quando la prima testa cade.
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Dieresi del potatore
Il sole imita il pavone sul muro invece di viaggiare sul dorso di un albero.
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Robuste meteore
Nel bosco, ascolti il brulichio del verme la crisalide che si volta con un volto chiaro la sua naturale leggerezza.
Gli uomini hanno fame di carni segrete, di cose crudeli levatevi bestie del massacro per mordere il sole.
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Orizzonte meraviglia
I grandi sentieri dormono all’ombra delle sue mani
Marcia verso il tormento domani come una scia di polvere.
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La lezione severa
L’iliaco salto è compiuto l’attrarre sborda dal fantasticare magnete immerso di tenerezza è una leva morta tornei infantili tumulati nella rovina notturna allo spiraglio del respiro
Materna era l’aria ne sortirono radici
Un piccolo numero alla tacca del giorno numero uno nella prima classe quell’amore che si forma dalla stella degli inferi di un sangue mai sentito.
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Singolare
Dopo tre parole non dice più nulla mangia a sazietà e ancora di più alta è la stima conferita ai suoi stracci
Nomade che si adagia sulla mia bocca volume d’etere come una passione delirio meridiano e a mezzanotte è feconda nel coma di un amore arbitrario il luogo prediletto per l’ossigeno.
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Mirabile casa e presentimento
Ascolto il suono delle mie gambe il morto mare, marea sopra la testa