28 Agosto 2026

Tra angelo e centauro: le poesie giovanili di Mervyn Peake

Dello scrittore e illustratore Mervyn Peake (1911-1968), piuttosto che il suo primo libro di poesie Shapes and Sounds (Forme e Suoni) del 1941 (con H.D. e Huxley come compagni di collana), si ricorda soprattutto la saga incompiuta di Gormenghast, e il suo protagonista Titus De Lamentis, conte* (earl) di Gormenghast, con annesso castello. Titus, però, non è che una parte di quell’organismo che sembra essere fatto di cancrene, «silenzioso come un mostro impalato», o intorpidito da una notte perenne.  Tuttavia, il gotico di Pyke non è né austero né sepolcrale: Gormenghast è un crogiolo germinante di forme di vita ributtanti e coloratissime, dove «l’atmosfera è diventata una sensazione fisica» – non sempre piacevole. Sporgersi dai suoi balconi traballanti, come dal ponte di una nave pirata, fa girare la testa, e nelle sue cucine soffocano i Lustrapietre Grigi, divenuti, di generazione in generazione, più simili a rocce che uomini. 

Non è difficile riconoscere in quest’edificio deforme elementi che richiamano la Londra vista dagli occhi dell’autore, e neppure ritrovare nei suoi primi componimenti poetici, più trascurati rispetto alla saga di romanzi, quella stessa ossessione edilizia. Andando infatti a leggere la sua prima raccolta di poesie, ci si imbatte subito in una architettura sconcertante. Infatti, nella poesia di apertura, intitolata London (1941), Londra, dopo essere stata ridotta a macerie dal bombardamento intensivo nazi-fascista fra il 1940 e il 1941, viene trasfigurata in una gigantesca allegoria, una donna «half masonry, half pain», metà muratura e metà dolore; la città resa un enorme edificio antropomorfo. Che questa visione vada presa alla lettera ce lo conferma un’illustrazione di Peake che compare nella seconda edizione della raccolta, postuma, nel 1974, dove possiamo vederla rappresentata compiutamente:

Copertina di Shapes and Sounds, 1974

Ma anche la copertina originale andava nella direzione dell’architettura fantastica, con un gioco prospettico, tra muri che non sostengono nessun tetto, in primo piano per le “Forme”, un occhio; per i “Suoni”, un orecchio, mescolati insieme.

Copertina di Shapes and Sounds, 1941

Anche le due poesie che danno il titolo al libro, The shapes The sounds, sono costruite intorno a due immagini architettoniche. Peake sembra ossessionato dai mattoni: in The shapes, distrutte le forme dal bombardamento, i mattoni ritornano a dominare la scena, the shapes departing and the brick returning, con il mattone che è contemporaneamente materiale di costruzione e lascito della rovina; in The sounds, cinque strade di mattoni convergono e formano the very focal point of silence, il disco vuoto della morte. In queste poesie, si può già intravedere la pianta labirintica, o quantomeno un primo abbozzo di quella lingua aggrovigliata e fantastica che diventerà distintiva dell’autore. Infatti, alle cinque strade di mattoni è complementare, nella stessa poesia, un’enorme cattedrale vuota, attorno a cui una serie di personaggi (sempre allegorici: la donna, il vecchio, il gobbo) compiono i loro gesti enigmatici. Infine, They move with me, my war-ghosts, un angelo e un centauro si contendono il suo spazio interiore, raffigurato come una casa troppo piccola per contenere entrambi i «fantasmi di guerra».

Resta solo da chiedersi cosa ci sia dietro questa fissazione per le architetture allegoriche in Shapes and Sounds, e che sicuramente non è possibile limitare a questa sola raccolta; oltre a Gormenghast, che abbiamo ricordato inizialmente, basta dare un’occhiata al primo libro di cui Peake è autore, il Capitan Scannatutti, del 1939. Anche se rivolto all’infanzia, bisogna cogliere certi dettagli nelle sue illustrazioni, come la tigre decorativa di metallo dall’aspetto cinese, con quelle zanne che le spuntano ai lati della bocca (del resto, Peake era cresciuto in Cina), o gli improbabili Telamoni che sul ponte della nave decorano un arco di legno e gli alberi con le vele, anche loro rivelatori di un’attenzione al dato ornamentale in ambito edilizio.

Illustrazione per Shapes and Sounds, inutilizzata

Ragionando sulle rappresentazioni dei giardini in letteratura, Dmitrij Sergeevič Lichačëv in La poesia dei giardini (1982: Italia 1996) osservava che la differenza principale fra il compito del giardiniere e quello dell’architetto sta nel fatto che il primo nel suo operato fa i conti con l’impossibilità della simmetria: l’elemento vegetale in ultima istanza sfugge a questa organizzazione, dal momento che cresce in autonomia, mentre la pietra offre più possibilità in questa direzione. È quindi significativo che Peake porti gli edifici al punto di rottura, mettendo in scena le architetture di un ordine che viene meno. mentre intorno a lui gli edifici vanno a pezzi; soprattutto per il fatto che anche le sue costruzioni più solide, come la cattedrale e le cinque strade di mattoni in The sounds,stanno in margine all’abisso. Quanto può avvicinarsi l’architettura allo strapiombo della morte prima di iniziare a sanguinare? In questo senso, il castello di Gormenghast è uno sviluppo estremo del problema: non sta sull’orlo della distruzione, ma piazza invece le proprie fondamenta nel suo centro.

Mikel Marini e Rebecca Garbin

*

LONDON, 1941

Half masonry, half pain; her head
From which the plaster breaks away
Like flesh from the rough bone, is turned
Upon a neck of stones; her eyes
Are lid-less windows of smashed glass,
Each star-shaped pupil
Giving upon a vault so vast
How can the head contain it?

The raw smoke
Is inter-wreathing through the jaggedness
Of her sly-broken panes, and mirror’d
Fires dance like madmen on the splinters.

All else is stillness save the dancing splinters
And the slow inter-wreathing of the smoke.

Her breasts are crumbling brick where the black ivy
Had clung like a fantastic child for succour
And now hangs draggled with long peels of paper,
Fire-crisp, fire-faded awnings of limp paper
Repeating still their ghosted leaf and lily.

Grass for her cold skin’s hair, the grass of cities
Wilted and swaying on her plaster brow
From winds that stream along the street of cities:

Across a world of sudden fear and firelight
She towers erect, the great stones at her throat,
Her rusted ribs like railings round her heart;
A figure of dry wounds – of winter wounds – 
O mother of wounds; half masonry, half pain.

*

LONDRA, 1941

Metà muratura, metà dolore: la sua testa,
Da cui l’intonaco si stacca via
Come carne dall’osso scabro, è girata
Su un collo di pietre; i suoi occhi
Sono finestre senza infissi col vetro spaccato,
Ogni pupilla stelliforme
Che dà su una volta così vasta
Che come può la testa contenerla?

Il fumo grezzo
Si sta attorcigliando sugli spuntoni
Delle finestre rotte come il cielo, e rispecchiati
Fuochi ballano come squilibrati sulle schegge.

Tutto il resto è fissità salvo le schegge che ballano
E il lento attorcigliarsi del fumo.

I suoi seni sono mattone che si sgretola, a cui l’edera nera
Si era appesa come un bambino fantastico per soccorso
E ora pende alla rinfusa con lunghe strisce di carta da parati,
Tendoni bruciacchiati dal fuoco, sbiaditi dal fuoco, di carta floscia,
Che ripetono fissi la loro foglia e il loro giglio fantasmizzati.

Erba per il pelo della sua pelle fredda, l’erba di città
Avvizzita e ondeggiante sul suo ciglio di intonaco,
Per i venti che scorrono lungo le strade di città:

In un mondo di paura improvvisa e luci di fuochi
Lei torreggia eretta, le grandi pietre alla sua gola,
Le sue costole arrugginite come ringhiere attorno al cuore;
Una figura di ferite asciutte – di ferite d’inverno – 
O madre di ferite: metà muratura e metà dolore.

**

THE SHAPES (LONDON)

What are these shapes that stare where once strong houses
Rose with their sounding halls and rooms of breath?
No, not their skeletons for those have fallen
Dragging to earth
The coloured muscles from a thousand walls,
And all the slow
Articulate organs that are now
The rubble that a cold well of the night
Erects his height
Of re-assembled emptiness upon.

What are these shapes that rise so chill and flat?
These shapes with pieces torn out of their sides?
Jagged from sky to pavement, laying bare
The secrets of a sliced blue nursery
Where painted jungles flake; or some grey room
Of dismal history that only now
Holds traffic with the day. Behind each other
Rank behind rank their wounded faces stare
In silent profile though their skulls have gone.
Like squares of vast and rotten cardboard ripped
Into these contours stiller than the brain
Of him who tore them ever could conceive,
They stare and stare.

They are walls of skin, the skin of brick,
The brick that warded off the sun and moon:
Yet still the ceaseless elements attack them
Though what they guarded from the wind is gone.
The winds can circle now where blood ran warm,
And where the heart once stood the cold mist hovers,
Or gusts that whirl about each vacant womb
In whistling spirals, carry through the darkness
In fitful flight, torn papers that, bespattered,
Flutter their hollow wings. 

What of this skin that only yesterday
Enveloped some far architect’s bright boxes?
The coloured boxes that beyond black blinds,
Suffused with their especial emanations,
Were each a ranging world in microcosm,
The tinted projects and the memories,
The tear of sweetness and the blood of anger.

What of this skin that once enclosed all this?
Oh will it fall to darkness, to cold darkness
For it is ichabod and Life had fallen
Down into darkness through its quickened crate,
And it will fall to darkness, to cold darkness,
Where nothing stirs among the dynasties.
The rubble that is rotting in the rain
Exhales the death of Warsaw and Pompei,
Guernica, Troy and Coventry – all cities,
And every breathing building that died burning.

The shapes departing and the brick returning.

*

LE FORME (LONDRA)

Cosa sono queste forme che scrutano dove prima case robuste
Si alzavano con le loro sale sonanti e stanze di di respiro?
No, non i loro scheletri perché quelli sono caduti
Tirando a terra
I muscoli variopinti da un migliaio di mura,
E tutti i lenti
Articolati organi che sono adesso
Le macerie su cui il freddo pozzo della notte
Erige la sua altezza
Di vuoto nuovamente riassemblato.

Cosa sono quelle forme che si alzano così gelide e piatte?
Quelle forme con pezzi strappati via dai lati?
A spuntoni dal cielo al pavimento, svelando i segreti
Di una cameretta blu esposta da un taglio
Dove fioccano giungle dipinte: o una qualche stanza grigia
Dalla storia insulsa che solo adesso
Traffica con il giorno. L’una dietro l’altra
Schiera dopo schiera le loro facce ferite scrutano.
Con un profilo muto anche se i loro teschi sono spariti.
Come quadrati di cartone vasto e marcio strappati
In questi contorni più rigidi di quanto il cervello
Di chi li straccia avrebbe mai potuto concepire,
Scrutano e scrutano.

Sono le mura di pelle, la pelle di mattone,
Il mattone che respingeva il sole e la luna:
Ma gli elementi le attaccano ancora senza sosta
Anche se quanto difendevano dal vento è sparito.
I venti adesso possono circolare dove il sangue scorreva caldo,
E dove prima stava il cuore aleggia nebbia fredda,
O raffiche che turbinano su ogni grembo vuoto
A spirali fischianti, portando in mezzo al buio
Con voli disordinati, fogli strappati che, infangati,
Sbattono le loro ali cave.

Cosa ne sarà di questa pelle che appena ieri
Avvolgeva le scatole brillanti di qualche lontano architetto?
Le scatole variopinte che oltre gli scuri neri,
Soffuse con le proprie speciali emanazioni,
Erano ognuna un variegato mondo in microcosmo,
I progetti abbozzati e i ricordi,
La lacrima della dolcezza e il sangue della rabbia.

Cosa ne sarà questa pelle che racchiudeva tutto questo?
Oh, sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Perché è ichabod e la vita era sprofondata
In fondo al buio attraverso l’inferriata raggiante,
E sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Dove nulla si agita presso le dinastie.
Le macerie putrefatte sotto la pioggia
Esalano la morte di Varsavia e Pompei,
Guernica, Troia e Coventry – tutte le città
e ogni edificio spirante che è morto bruciando.

Le forme se ne vanno e il mattone ritorna.

**

THEY MOVE WITH ME, MY WAR GHOSTS

They move with me, my war-ghosts, my rebeller
And my conceder through the lies of hoarding,
Through gardens and dark rooms of various colour
And over fields of fever;
I move them on the asphalt square at evening,
Across the rugs of pleasure and the boarding
Of rat’s feet and the dust’s voluptuous layer,
They beat
The warring rhythms in the war-filled weather.

Too small a home they share:
An angel’s and a centaur’s body greet
Each fiercely on the narrow stair.

Blood beckons to my hand;
I am
Split tree-wise inly from the zestless morning
To when the fatuous moon pursues
The daft
And obsolete ram.

Split tree-wise; but what alchemy enfolds them?
What potion binds them, they, my ill-assorted?
(Irreconcilable, an april angel
Dazing one half of me and that triumphant
Pagan of thoughtless hooves and violent laughter
Filling the other.) What surrounds and holds them?
Nothing but skin.
Only a list of muscles holds them in.

Have I no strong controller of these forces?
My brain is webbed like water with slow weeds,
These days I cannot trust it. Here within me
A civil war makes idiot of my paltry
Skull-circled arbiter.
The gold nostalgia of the summer sunlight
Is mockery.

I walk the streets on imitation legs
Culled from a diagram, my hands
Hang anatomically at my sides
Reaching mid-femur, while I hold above
This double cargo in a ship, half love,
And half, that rides
The self-same sea-groove with wild laugh
Across these fickle, these infested tides.

*

SI MUOVONO CON ME, I MIEI FANTASMI DI GUERRA

Si muovono con me, i miei fantasmi di guerra, quello ribelle
E quello arrendevole attraverso le bugie della recinzione,
Per giardini e stanze buie di vari colori
E lungo campi di febbre;
Li muovo sulla piazza asfaltata il pomeriggio,
Sopra i tappeti del piacere e il saliscendi
Di zampe di topo e lo strato voluttuoso della polvere,
Battono
I loro ritmi da guerra nel clima colmo di guerra.

Si spartiscono una casa troppo piccola:
Il corpo di un angelo e di un centauro si salutano
Fieramente a vicenda sulla scala stretta.

Il sangue attira la mia mano;
Io sono
Spaccato dentro in due come un albero da un mattino insipido
Fino a quando la luna inane insegue
L’ottuso
E obsoleto ariete.

Spaccato in due come un albero; ma quale alchimia li avvolge?
Quale pozione li lega, loro, i miei mal assortiti? 
(Inconciliabili, un angelo di aprile
Che frastorna una mia metà e quel trionfante
Pagano dagli zoccoli avventati e la risata violenta
Che riempie l’altra.) Cos’è che li circonda e li sostiene?
Niente, se non pelle.
Solo una lista di muscoli li sostiene.

Non ho un potente controllore per queste forze?
Il mio cervello è avviluppato come acqua da alghe lente,
Di questi giorni non posso fidarmi di lui. Qui dentro di me
Una guerra civile frastorna il mio misero
Ispettore nel cerchio del cranio.
La nostalgia dorata della luce del sole
È una presa in giro. 

Cammino per strada sull’imitazione di gambe
Presa da un diagramma, le mie mani
Mi pendono anatomicamente sui fianchi
Raggiungendo metà femore, mentre di sopra reggo
Questo carico doppio in una nave, metà amore,
E metà, che solca
Lo stesso identico flusso marino con una risata selvaggia
Attraverso queste mutevoli, queste infestate maree.

*

THE SOUNDS

Across the ancient silence of the ear
Meandered the lost sounds as aimlessly
As those that down the aisles of desolate
And cold cathedrals wander when at midnight

A window lost in a high cliff of darkness
Is tapped by branches or the wings of birds
Brush at its leaded panes; or when a great
And gull-winged bible in a sudden draught
Rustles its sacred pages and the naves

Whisper of how a midnight leaf of Amos
Is lifting in the darkness, or a gust
Rattles the sheets of Jonah; from a vase
On the high altar a dead frond falls swaying
Through a black fathom and the flagstones sigh
For a cold second – yet the summer light
Played on our faces, warmed the impersonal flesh
Of neck and wrist and on the dusty ground
Our short, dark shadows anchored us in sunshine,

Five roads converged and where they met it seemed
It was the very focal point of silence,
Though these five radii were not from worlds
Of hypothetic beauty, nor slid in
To the dead, crystal centre of a theory
Nor, though they met in an unearthly silence
Had they through any earthless logic slid
Like icy shafts or strings of lunar light;
Oh no, they were five roads of broken brick
That bred where they converged death’s empty disc,
For grief can cut a circle as exact,
But deeper than the men of geometry
Could ever score in regions of no blood.

How fragile in the emptiness they seem.
I can recall a group of lonely sounds,
Of little sounds that died as they were born.

Nine persons stand beneath a lifeless building
Singing of Jesus; what nostalgia
That far, lit name evokes as for a moment
Companionless, it wanders through the sunshine.
Oh what can be more lonely as it fades
Through sunshine than the naked name of Jesus?
The empty air decays and hangs; the metal
Heel of a soldier’s boot clinks in the same
Hollow of sterile space, and in the same
Hollow of sterile space an old man coughs;
His white beard prods it as he nods his head,
Prods up and down through space in sweet agreement
At what the woman on the box is saying.

A clock has emptied its steel throat of three
Boulders that roll slow globes of cold through sunshine,
And as they die the voice they had interred
In the doomed notes breaks free again and flows
Like water liberated from thick shadows
That brood beneath a tunnel of three arches.

Behind the group against an iron railing
Leans, like a figure from a Hogarth drawing,
A hunchbacked man, and as he strikes a match
The sound speaks gunfire in the sunny darkness.

High cliffs surrounding the warm void are staring
From lines of dead eye-sockets. There are caves
And gulleys where no summer waters flow
And gleam with fish or seaweeds pink and gold;
The walls are dry and no anemones
Cling to the bricks, and though the sun burns on
There is no radiance. Above
There is no moving cloud to prove the sky
Is not a lifeless ceiling of blue plaster
Dead as the cliffs of brick; dead as the sun;
Dead as the space through which the sounds meander;
Dead as the five converging roads that meet
Together at the focal point of silence.

*

I SUONI

Attraverso il silenzio antico dell’orecchio
I suoni perduti si aggiravano senza meta
Come quelli che lungo le navate di cattedrali
Fredde e desolate vagano quando a mezzanotte

Una finestra persa in un alto strapiombo di buio
Viene picchiettata dai rami, o le ali di uccelli
Strusciano il suo vetro piombato; o quando una Bibbia
Immensa dalle ali di gabbiano a uno spiffero improvviso
Fa frusciare le sue pagine sacre e le navate
Bisbigliano per come un foglio di Amos
Si solleva nel buio, o una raffica
Fa stormire il libro di Giona; da un vaso
Sull’altare maggiore un ramoscello morto casco ondeggiando
Attraverso due metri di buio e il lastricato geme
Per un freddo secondo – ma la luce estiva
Aveva giocato sui nostri volti, riscaldato la carne impersonale
Di collo e polso e sul terreno impolverato
Le nostre ombre brevi, buie, ci avevano ancorato alla luce del sole,

Cinque strade convergevano e dove si incontravano sembrava
Che fosse il punto focale stesso del silenzio,
Benché questi cinque radii non venissero da mondi
Di ipotetica bellezza, né scivolassero
Fino al centro morto, cristallino di una teoria
Né, benché si incontrassero in un silenzio ultraterreno,
Erano scivolati attraverso qualche logica non terrena
Come aste ghiacciate o corde di luce lunare;
Oh no, erano cinque strade di mattone rotto
Che dove convergevano nasceva il disco vuoto della morte,
Perché il dolore sa ritagliare un cerchio esatto,
Ma più profondo di quanto gli uomini della geometria
Potrebbero mai incidere in regioni senza sangue.

Come sembrano fragili nel vuoto.
Posso ricordare un gruppo di suoni solitari,
Di suoni piccoli che morirono mentre nascevano.

Nove persone stanno sotto un edificio senza vita
Cantando di Gesù; quanta nostalgia
Evoca quel nome lontano e luminoso mentre per un attimo,
Senza compagnia, vaga attraverso la luce del sole.
Oh cosa ci può essere di più solo mentre svanisce
Attraverso la luce del sole che il nome nudo di Gesù?
L’aria vuota decade e pende; il tacco
Metallico dello stivale di un soldato tintinna nello stesso
Vuoto di spazio sterile, e nello stesso
Vuoto di spazio sterile un vecchio tossisce;
La sua barba bianca lo stuzzica mentre annuisce,
Lo stuzzica su e giù attraverso lo spazio in dolce approvazione
Per quello che la donna nella scatola sta dicendo.

Un orologio ha svuotato la sua gola di ferro di tre
Macigni che rotolano come lenti globi di freddo attraverso la luce del sole,
E mentre muoiono la voce che avevano interrato
Nelle note dannate si sprigiona di nuovo e scorre
Come acqua liberata da ombre spesse
Che si annidano sotto un tunnel di tre archi.

Dietro il gruppo contro una ringhiera di ferro
Si appoggia, come una figura da un disegno di Hogarth,
Un gobbo, e non appena accende un fiammifero
Il suono evoca spari nel buio soleggiato.

Alti strapiombi che circondano il vuoto tiepido stanno scrutando
Da file di orbite morte. Ci sono grotte
E canali dove non scorrono acque estive
Né luccicano di pesci o alghe rosa e oro;
Le mura sono asciutte e nessun anemone
Si aggrappa ai mattoni, e benché il sole bruci ancora
Non c’è splendore. Sopra
Non c’è una nuvola in moto che dimostri che il cielo
Non è un soffitto senza vita di intonaco blu
Morto come gli strapiombi di mattone; morto come il sole;
Morto come lo spazio attraverso cui i suoni si aggirano;
Morto come le cinque strade convergenti che si incontrano
Insieme nel punto focale del silenzio.

Traduzione di Mikel Marini e Rebecca Garbin

*In copertina: Mervyn Peake legge, assiso su un albero

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